Italia: politica, istituzioni e società

Non serve un altro centro. Serve un autentico partito liberaldemocratico

Continua"Pensieri al Centro", il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall'articolo di Alessandro Chelo. L’Italia liberale non ha bisogno dell’ennesimo cartello centrista, ma di una cultura politica capace di difendere libertà, istituzioni, mercato regolato e Stato di diritto. La sfida non è occupare uno

Gustavo MichelettiGustavo Micheletti21/06/2026Aggiornato 08/09/20269 min lettura1.803 parole

Continua”Pensieri al Centro”, il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall’articolo di Alessandro Chelo.

L’Italia liberale non ha bisogno dell’ennesimo cartello centrista, ma di una cultura politica capace di difendere libertà, istituzioni, mercato regolato e Stato di diritto. La sfida non è occupare uno spazio elettorale, ma costruire finalmente un partito liberaldemocratico vero.


L’Italia possiede una tradizione liberale, liberaldemocratica e liberalsocialista assai più ricca di quanto spesso si ricordi. Una tradizione che non coincide né con il semplice centrismo parlamentare né con la ricerca permanente di una posizione equidistante tra destra e sinistra.

Benedetto Croce considerava il liberalismo non come una particolare ricetta economica o una formula elettorale, ma come una vera e propria religione della libertà. La libertà, nella sua prospettiva, non era un mezzo al servizio di altri fini: era il fine stesso della vita civile.

Per questa ragione il liberalismo non poteva ridursi a una tecnica di governo o a un accordo tra gruppi dirigenti. Doveva essere anzitutto una cultura, una visione del mondo, una continua educazione alla responsabilità individuale.

Luigi Einaudi, dal canto suo, insistette per tutta la vita sulla necessità di costruire istituzioni solide e regole chiare. Diffidava delle scorciatoie e delle soluzioni improvvisate e considerava la politica, nel suo più alto significato, incompatibile sia con il populismo sia con il leaderismo personalistico.

Una comunità politica liberale, nella sua prospettiva, non poteva essere il semplice seguito di un capo; doveva essere una comunità di cittadini consapevoli.

Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e Guido Calogero consideravano libertà e giustizia come due valori che potevano realizzarsi solo per via reciproca, senza sostituire l’economia di mercato con la pianificazione integrale, ma cercando di garantire a ogni cittadino condizioni di vita dignitose per metterlo in condizione di rendere effettivo e sostanziale l’accesso alle proprie libertà e ai propri diritti.

Tutti questi preziosi contributi testimoniano che il pensiero liberale autentico non è un dogma immobile, ma una tradizione capace di correggersi, adattarsi e rinnovarsi senza rinnegare i propri principi fondamentali.

Se si guarda a questi autori, appare evidente che la questione oggi non consiste nel creare l’ennesimo “centro”, ma nel verificare se esista ancora in Italia lo spazio per una cultura politica che riconosca contemporaneamente il valore della libertà individuale, delle istituzioni rappresentative, dell’economia di mercato regolata, del pluralismo culturale e dello Stato di diritto.

Da questo punto di vista, la progressiva polarizzazione della vita pubblica italiana e l’indebolimento della cultura liberale rendono sempre più evidente l’esistenza di un vuoto politico e culturale che, per decenni, ha lasciato campo libero all’egemonia di schieramenti ideologici di derivazione marxista e a narrazioni spesso fuorvianti della storia remota e recente.

La conseguenza di quest’abbandono del campo di battaglia culturale da parte dei liberali italiani è che oggi le strade e le piazze del Bel Paese sono piene di persone che manifestano per supportare Hamas e auspicare la scomparsa dell’unica democrazia in Medio Oriente, mentre davvero in pochi hanno manifestato contro la dittatura criminale del Cremlino o quella iraniana.

All’interno di questo scenario, l’articolo di Alessandro Chelo, pubblicato su InOltre il 18 giugno scorso, contiene alcune osservazioni condivisibili. In particolare, coglie una verità che la storia politica italiana degli ultimi trent’anni ha ampiamente confermato: il semplice assemblaggio di sigle, leader e gruppi dirigenti centristi non basta a costruire una forza politica destinata a durare.

I precedenti non autorizzano facili entusiasmi.

Proprio per questo, tuttavia, alcune delle conclusioni dell’articolo meritano di essere discusse. Il punto essenziale è che l’autore sembra ragionare quasi sempre all’interno di una categoria che forse andrebbe messa in discussione: quella del “centro” come spazio elettorale.

Ma se il problema non fosse il centro? Se il problema fosse invece l’assenza di un autentico partito liberaldemocratico?

Da questa prospettiva, molte delle obiezioni formulate contro il nuovo tentativo centrista appaiono meno solide di quanto sembri. La prima riguarda il ruolo dell’ego dei protagonisti, a cui certo — e qui Chelo ha ragione — non si può ridurre il nodo cruciale.

È possibile che rivalità personali e ambizioni abbiano contribuito ai fallimenti precedenti. Sarebbe ingenuo negarlo. Tuttavia, spiegare tutto attraverso l’ego rischia in effetti di trasformare un problema politico in una questione psicologica.

Le grandi forze politiche della storia repubblicana erano piene di personalità fortissime e spesso in conflitto tra loro, eppure sopravvivevano. Non perché i loro dirigenti fossero più umili, o meno egoici, ma perché esistevano strutture capaci di assorbire e regolare i conflitti anche tra personalità di grande spessore morale e intellettuale.

Forse il vero problema non è stato l’ego dei leader, ma il fatto che nessuno abbia mai considerato prioritario costruire un partito vero, e cioè inteso come luogo di un confronto reale, dotato di regole condivise capaci di garantire il dibattito interno attraverso meccanismi democratici stabili.

In assenza di tali strumenti, ogni divergenza personale rischia infatti di trasformarsi nel pretesto per una nuova scissione.

La seconda critica riguarda la presunta illusione secondo cui la competenza sarebbe sufficiente a conquistare il consenso. Anche qui il bersaglio appare discutibile. Né Renzi né Calenda hanno mai realmente sostenuto che gli elettori votino esclusivamente sulla base della competenza tecnica.

Entrambi conoscono troppo bene la politica per nutrire una simile convinzione. La competenza può certamente essere un fattore importante, sia sul piano della qualità del governo sia sul piano elettorale, e una parte degli elettori sa apprezzare la preparazione e la capacità amministrativa, ma certamente non è sufficiente per determinare vittorie elettorali.

L’errore, semmai, è stato un altro: non essere riusciti a trasformare quella competenza in una cultura politica, in una visione del Paese, in una proposta ideale capace di generare appartenenza e radicamento.

Sebbene sotto la guida di Mario Draghi si sia in effetti visto cosa potrebbe significare per l’Italia e per l’Europa disporre di un’agenda volta innanzitutto a tutelare e promuovere i valori liberaldemocratici fondamentali, subito dopo l’area liberale si è scomposta nella solita diatriba di strategie contrapposte.

Il problema non è quindi aver creduto troppo nella competenza, ma non aver costruito attorno ad essa qualcosa di più solido e articolato, che prendesse le mosse dai fondamenti della cultura liberaldemocratica, e non da tattiche elettorali.

La terza questione riguarda l’astensionismo. È probabilmente vero che il semplice fatto di collocarsi al centro non è sufficiente a riportare alle urne milioni di cittadini. Ma anche qui la domanda rischia di essere formulata male.

Perché gli elettori si astengono? Non necessariamente perché non trovano una proposta moderata. Molto spesso si astengono perché non credono più alla coerenza delle forze politiche esistenti.

Un partito capace di mantenere le proprie promesse, di perseguire alcuni obiettivi con continuità e di mostrare un rapporto credibile tra parole e fatti potrebbe recuperare una parte significativa di quella fiducia perduta. Non perché è di centro, ma perché appare affidabile.

La quarta obiezione riguarda il tema delle alleanze. Da nessuna parte emerge la volontà di escludere lapidariamente accordi politici o parlamentari con altri soggetti, o perlomeno questo veto, quando posto, ha tutto il sapore di una dichiarazione di circostanza.

Del resto, nella storia delle democrazie parlamentari le alleanze sono la regola, non l’eccezione. La vera distinzione non è tra chi fa alleanze e chi non le fa.

La distinzione è tra chi nasce già come appendice di uno schieramento e chi costruisce prima una propria identità politica per poi negoziare eventuali convergenze sulla base di obiettivi concreti. Le alleanze non sono un problema, mentre lo diventa l’assenza di un’identità autonoma.

La quinta tesi sembra considerare sostanzialmente definitivo l’attuale assetto della destra e della sinistra. Ma la storia politica insegna esattamente il contrario: destra e sinistra non sono blocchi immobili. Cambiano dirigenti, programmi, culture politiche, basi sociali e priorità.

Anche ammettendo che oggi entrambi gli schieramenti presentino aspetti problematici di non poco conto per ogni democrazia, non ne consegue affatto che tali caratteristiche siano immutabili.

Un soggetto liberaldemocratico serio dovrebbe mantenere la propria autonomia, ma anche contribuire a influenzare l’evoluzione dei due poli, premiando le convergenze possibili e contrastando ciò che ritiene incompatibile con i propri principi.

La politica è movimento e mediazione, e chi pretende di congelarla in fotografie permanenti finisce quasi sempre per essere smentito dagli eventi.

Ma è soprattutto la sesta questione quella decisiva. Tutte le precedenti, in fondo, dipendono da questa. L’errore più grave sarebbe infatti considerare il nuovo progetto come l’ennesimo cartello elettorale.

Se così fosse, gran parte delle critiche formulate dall’articolo di Chelo sarebbero probabilmente corrette. Se invece l’obiettivo fosse la costruzione di un autentico partito liberaldemocratico, il quadro cambierebbe radicalmente.

Ma dovrebbe trattarsi di un partito fondato su alcuni principi essenziali chiaramente condivisi, in grado di ospitare un confronto franco e permanente. In questo partito maggioranze e minoranze dovrebbero saper convivere rispettando regole trasparenti, e in esso la lealtà verso i principi fondativi dovrebbe sempre prevalere sulla fedeltà personale.

Dovrebbe inoltre essere un partito che investe nella formazione, nella cultura, nella costruzione di una classe dirigente, nella presenza territoriale e soprattutto nella battaglia delle idee, un terreno questo da troppo tempo abbandonato dai liberali, specialmente all’interno dei media, delle università e delle scuole.

Perché il vero problema dell’Italia non è l’assenza di un altro simbolo sulla scheda elettorale. Il vero problema è l’assenza di una forza politica capace di difendere in modo coerente e organizzato i principi della democrazia liberale in un’epoca in cui essi vengono contemporaneamente sfidati da populismi di segno opposto, da nuove forme di radicalismo ideologico e da una crescente sfiducia nelle istituzioni rappresentative.

Se il nuovo progetto dovesse limitarsi a inseguire qualche punto percentuale alle prossime elezioni, lo scetticismo sarebbe pienamente giustificato.

Se invece avesse l’ambizione di costruire finalmente quel partito che nessuno ha mai davvero tentato di costruire negli ultimi trent’anni, allora forse non saremmo più di fronte all’ennesima illusione centrista, ma all’inizio di una sfida politica molto più seria e consistente rispetto a qualsiasi altra opzione corrente, una sfida destinata a divenire un’alternativa credibile per tutti i cittadini italiani ancora autenticamente democratici.

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