Propaganda propal
Il Nobel ai bambini di Gaza: un modo più elegante di continuare una guerra
La proposta di assegnare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza sposta il premio dal merito alla sofferenza e trasforma l’infanzia in un simbolo politico. Ma elevare una vittima a emblema assoluto significa sottrarle individualità e usare la sua innocenza come condanna morale dell’avversario.



La proposta di assegnare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza sposta il premio dal merito alla sofferenza e trasforma l’infanzia in un simbolo politico. Ma elevare una vittima a emblema assoluto significa sottrarle individualità e usare la sua innocenza come condanna morale dell’avversario. Il risultato non è la pace: è una nuova munizione nella guerra della propaganda. Il bambino reale scompare.
La proposta di conferire il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza – un’idea che galleggia in quel torbido crocevia tra il sentimentalismo pop-mediatico e il cinismo geopolitico di grana grossa – comporta una mutazione semantica talmente sottile e insidiosa da passare quasi inosservata: il premio, da indicatore di un merito fattuale (del tipo: «Hai attivamente contribuito a evitare che la gente si sparasse in faccia»), scivola dolcemente verso una nuova accezione: «Hai subito una quantità di sofferenza sufficientemente riconoscibile, documentabile e simbolicamente mobilitabile da meritare un attestato di compattezza morale».
Siamo, di fatto, all’inaugurazione di una specie di Oscar internazionale della vittima più simbolicamente spendibile.
I bambini sono l’opzione perfetta per questo genere di operazione di ingegneria retorica. Possiedono infatti uno scudo protettivo che rende istantaneamente moralmente sospetta qualsiasi velleità di analisi critica sul loro utilizzo politico.
Provare a imbastire un discorso freddamente razionale sulla strumentalizzazione di un minore in mezzo a un dibattito pubblico equivale a presentarsi a una conferenza sulla fisica quantistica armati di un forcone e di un ghigno sociopatico: con i bambini non si discute.
Il bambino reale scompare e al suo posto compare «il bambino di Gaza». Non più una persona, con un nome, una storia, una famiglia e una soggettività, ma un’entità simbolica collettiva, perfettamente innocente, perfettamente muta e quindi perfettamente utilizzabile.
Lo si mette apparentemente al centro del discorso proprio nel momento in cui gli si sottrae ogni individualità. Il bambino viene elevato a simbolo nello stesso istante in cui viene trasformato in strumento.
La domanda, allora, è semplice: perché proprio Gaza?
Qual è il criterio in base al quale la vittima viene trasformata da oggetto di compassione in soggetto meritevole di un premio per la pace?
Nel grande, disordinato e perennemente in fiamme catalogo dell’orrore planetario, esistono infanzie che subiscono bombardamenti, carestie, persecuzioni e dittature a ciclo continuo in Sudan, nello Yemen, nella Repubblica Democratica del Congo, in Afghanistan… in Ucraina.
Un elenco interminabile di disperazione che richiederebbe almeno una spiegazione per giustificare perché si decida di incoronare una sola, specifica infanzia come incarnazione ufficiale della pace.
Perché trasformare una tragedia umanitaria in una candidatura al Nobel per la Pace? Qui si annida il cortocircuito fondamentale: la solidarietà viene confusa con il merito. E se il riconoscimento viene utilizzato per trasformare una parte della contesa in innocenza assoluta e l’altra in colpevolezza assoluta, è difficile capire in quale senso dovrebbe contribuire alla pace.
La spiegazione, temo – con un certo sfinimento – non risiede affatto nei bambini.
Risiede nell’adulto o nel sistema per cui il bambino funge da perfetto grimaldello per mettere sul banco degli imputati qualcuno senza doverne pronunciare esplicitamente il nome.
Il Nobel diventa così un espediente per emettere una sentenza giudiziaria per interposta innocenza: non si premia l’artigiano della tregua; si brandisce la sofferenza del minore affinché si trasformi in una condanna morale automatica e inappellabile dell’avversario designato.
Si chiama, con un tenero eufemismo, politica. Non è un problema che il premio abbia una dimensione politica. Lo è usare l’innocenza dei bambini come dispositivo retorico per rendere moralmente incontestabile una precisa attribuzione di colpa.
Il Nobel, che smette così di essere un riconoscimento della pace per diventare una specie di munizione morale con intestazione istituzionale in una guerra asimmetrica, ha un piccolo, trascurabile difetto strutturale: il risultato finale tende a essere l’esatto opposto di quello sbandierato nei comunicati stampa.
Più trincee ideologiche, più polarizzazione, più assoluzioni preventive.
E soprattutto, nessuna pace. Perché quando trasformi una vittima in un’arma morale, hai già smesso di cercare la pace e hai semplicemente trovato un modo più elegante di continuare la guerra.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908
Condividi











Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.