Antisemitismo

Scaricare su Israele la colpa dell’antisemitismo significa assolvere chi odia gli ebrei

Le politiche israeliane sono destinate a offrire occasioni e parole d’ordine a un antisemitismo già esistente, ma non ne spiegano l’origine né la persistenza. Attribuire a Netanyahu la crescita dell’odio antiebraico significa confondere il pretesto con la causa e scaricare su Israele e sugli ebrei una

Filippo PipernoFilippo Piperno20/08/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.316 parole

Le politiche israeliane sono destinate a offrire occasioni e parole d’ordine a un antisemitismo già esistente, ma non ne spiegano l’origine né la persistenza. Attribuire a Netanyahu la crescita dell’odio antiebraico significa confondere il pretesto con la causa e scaricare su Israele e sugli ebrei una parte della responsabilità che appartiene esclusivamente a chi li odia.


Il pezzo pubblicato ieri su queste pagine (Antropologia della sinistra amica di Israele. Che di quell’amicizia si vergogna) ha suscitato una discussione serrata con persone amiche che non sono sospettabili di pregiudizi antisraeliani e che meritano una risposta articolata.

Le loro obiezioni, formulate in buona fede e con argomenti seri, toccano il cuore di una questione che va ben oltre la polemica quotidiana: il rapporto tra le politiche del governo israeliano e i livelli di antisemitismo nelle società occidentali. Vale la pena, dunque, riprendere il ragionamento dall’inizio e svolgerlo fino in fondo.

Si può contestare il governo israeliano. Si possono criticare le sue politiche in Cisgiordania, a Gaza, ovunque. È del tutto legittimo esprimere un’opinione sulle vicende del mondo e sull’operato di chi governa. Ma un conto è giudicare un governo, un altro è spiegare un odio.

L’immaginario antisemita e la sua capacità di aderire alla reputazione d’Israele accompagnano lo Stato ebraico da quando esiste. È da questa prospettiva, non da quella del giudizio politico, che va affrontato un ragionamento oggi diffusissimo e pernicioso: l’idea che la recrudescenza dell’antisemitismo in Occidente sia una conseguenza dell’operato del governo israeliano.

Per cominciare non sarebbe difficile dimostrare che un feroce sentimento antisraeliano, fortemente contaminato da un pregiudizio antiebraico endemico – e questo è il punto – esiste da ben prima di Netanyahu e certamente almeno dalla guerra del Kippur. Basta rileggere le vignette, i commenti e le cronache delle piazze di cinquant’anni fa: quel sentimento ha investito tutti i governi israeliani senza distinzione di colore e orientamento, i laburisti come i likudnik, i generali come i premi Nobel per la pace.

La continuità dell’antisemitismo attraverso governi e politiche profondamente differenti dimostra che quelle politiche non ne spiegano l’esistenza, la struttura e i bersagli. Possono influire sul momento e sul linguaggio con cui l’odio si manifesta, ma non ne spiegano la permanenza né la facilità con cui il giudizio su uno Stato viene trasferito su un intero popolo che abita in 4 continenti.

A questo punto l’interlocutore più onesto correggerà il tiro: d’accordo, dirà, le politiche israeliane non causano l’antisemitismo, che ha origini ben più profonde; però possono alimentarlo, offrirgli pretesti, e un governo responsabile dovrebbe includere questo effetto nel calcolo delle proprie scelte. È l’obiezione più seria e merita una risposta nel merito.

Le decisioni di qualsiasi governo possono certamente offrire immagini, parole d’ordine e occasioni a un pregiudizio già disponibile. Ma incidere sull’occasione di un odio non significa produrlo, così come fornire materiale a una propaganda non significa condividerne la responsabilità. L’antisemita non è un sismografo passivo delle politiche israeliane: seleziona, deforma, generalizza e lo trasferisce sugli ebrei.

Un governo può legittimamente valutare tutte le conseguenze prevedibili delle proprie decisioni, comprese quelle sugli ebrei della diaspora. Ma questo calcolo prudenziale non può trasformarsi in un obbligo speciale a rinunciare a scelte ritenute legittime o necessarie perché qualcuno minaccia di rivalersi sugli ebrei. In quel momento la prudenza diventa ricatto: l’antisemita otterrebbe il potere di condizionare le decisioni israeliane attraverso la minaccia dell’antisemitismo.

C’è di più. Il dovere di amministrare l’odio altrui non viene imposto con la stessa sistematicità a nessun altro governo. Esistono sanzioni, boicottaggi e interruzioni delle relazioni accademiche anche contro altri Paesi. Ma raramente il comportamento di quei governi si trasforma in un processo permanente alla legittimità stessa dello Stato e in una prova di lealtà imposta ai loro cittadini o alle rispettive diaspore.

Gli studenti iraniani non vengono abitualmente chiamati a dissociarsi dalle impiccagioni di Teheran. Ai cittadini russi non viene chiesto di pronunciarsi sul diritto stesso della Russia a esistere. I cinesi della diaspora non sono sottoposti a un esame pubblico sulle persecuzioni degli uiguri ogni volta che prendono la parola. Quei governi si comportano forse meglio di Netanyahu? Evidentemente no. Eppure, a giudicare dalla reazione delle opinioni pubbliche occidentali sembrerebbe di sì. Come mai?

Il punto, dunque, non è che non esistano sentimenti anticinesi, antiraniani o antirussi. Il punto è l’eccezionale disponibilità sociale a convertire la condotta dello Stato ebraico nella colpa collettiva degli ebrei, chiedendo a questi ultimi di dissociarsi, giustificarsi o dimostrare la propria innocenza. Ciò che va spiegato non è il fatto politico, che costituisce l’occasione contingente, ma il meccanismo culturale che trasforma quell’occasione in un’accusa identitaria. Quel meccanismo ha un nome antico ed è costato 6 milioni di morti nel cuore dell’Europa solo 80 anni fa.

Perché, allora, insistere sul nesso tra politiche israeliane e antisemitismo è particolarmente pernicioso? Perché richiama la retorica dell’abbaiare dei cani ai confini della Russia. «Siete voi, con il vostro comportamento, a costringerci a comportarci così», dice la propaganda del Cremlino. È lo schema classico con cui ogni aggressore trasferisce sulla vittima la responsabilità dell’aggressione. Applicato all’antisemitismo, lo schema diventa: sono gli ebrei (arbitrariamente e dolosamente associati al governo di Gerusalemme) a costringere il mondo a odiarli.

D’altra parte ogni ideologia persecutoria costruisce una genealogia autoassolutoria nella quale la propria violenza appare come una reazione obbligata dal comportamento della vittima.

Qui si arriva al cuore della questione. Contestare le politiche di un governo e analizzare l’antisemitismo sono due piani diversi. Possono naturalmente entrare nello stesso campo di osservazione, ma non devono essere sovrapposti.

Si possono criticare le decisioni del governo Netanyahu. Si può auspicare un’alternativa di governo. Ma non si può negare al governo d’Israele il diritto e il dovere di assumere tutte le decisioni che ritiene necessarie per salvaguardare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini.

Quelle decisioni potranno essere giuste o sbagliate, ma nessuno può pretendere che vengano modificate per evitare una recrudescenza dell’antisemitismo. Significherebbe concedere agli odiatori un potere di ricatto sulla politica israeliana.

Chiedere a Israele di «non fomentare» l’antisemitismo con le proprie scelte politiche equivale a consegnare agli antisemiti e agli odiatori il potere di fissare le condizioni della legittima condotta dello Stato d’Israele.

Ma l’antisemitismo non nasce da ciò che gli ebrei fanno: nasce da ciò che gli ebrei sono agli occhi di chi li odia. Precede i comportamenti, li seleziona, li reinterpreta e li piega alla propria narrazione. Dell’antisemitismo è responsabile chi odia gli ebrei e nessun altro.

E Israele esiste precisamente perché gli ebrei non dovessero più affidare la propria sopravvivenza alla benevolenza altrui. Da quasi ottant’anni combatte, ad un prezzo altissimo, per difendere la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini.

Pretendere che modifichi le decisioni ritenute necessarie per non alimentare l’odio in Occidente significa chiedergli di subordinare nuovamente la propria sicurezza al giudizio degli altri.

È questo il gravissimo rovesciamento morale: mentre Israele combatte per non soccombere, lo si accusa di non difendersi in modo abbastanza rassicurante per chi sarà sempre e comunque pronto a trasformare ogni sua scelta, ogni sua azione in un nuovo capo d’accusa contro gli ebrei.


Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!

*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy


Iscriviti al Club InOltre

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene.  È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.

Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.


Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay