Israele

Antropologia della sinistra amica di Israele. Che di quell’amicizia si vergogna

La difesa progressista di Israele sembra spesso richiedere un rito preliminare: condannare Netanyahu e «i coloni» per ottenere il diritto di parola. Ma il lessico non è neutro e l’odio contro Israele non nasce da un governo né scomparirà con un voto. Negli anni Cinquanta Raymond

Filippo PipernoFilippo Piperno19/08/2026Aggiornato 08/09/20267 min lettura1.441 parole

La difesa progressista di Israele sembra spesso richiedere un rito preliminare: condannare Netanyahu e «i coloni» per ottenere il diritto di parola. Ma il lessico non è neutro e l’odio contro Israele non nasce da un governo né scomparirà con un voto.


Negli anni Cinquanta Raymond Aron descrisse un tipo umano: l’intellettuale progressista inflessibile con l’America del senatore McCarthy e improvvisamente prudente davanti ai gulag sovietici. Non era necessariamente uno stalinista filosovietico. Più spesso temeva di essere scambiato per un reazionario, e la repulsione per l’anticomunismo diventava la quota associativa della sua rispettabilità: non ciò che pensava, ma ciò che era tenuto a dire per non essere etichettato.

Era, prima ancora che un giudizio, un’osservazione di antropologia politica: la descrizione di un costume, delle sue regole e del suo prezzo.

Settant’anni dopo, quel costume ha cambiato oggetto ma non struttura, e uno dei suoi esempi più istruttivi si osserva in molte persone di sinistra che sostengono la causa di Israele (sconsiglio loro di definirsi come «amici d’Israele», che suona davvero male).

Anche tra costoro sembra esserci una quota associativa da versare alla rispettabilità sociale. Ha la forma di una clausola di stile: prima di difendere il diritto di Israele a esistere e a difendersi, devono mettere a verbale il proprio orrore per Netanyahu, per”il governo più a destra della storia israeliana” e, negli ultimi tempi, per”i coloni”.

La struttura è fissa come quella di una liturgia e l’ordine viene invertito di rado: l’orrore precede la difesa, come l’abluzione precede l’ingresso nel tempio.

Un paio di giorni fa Giorgio Gori, europarlamentare del PD e già sindaco di Bergamo, talmente accreditato come amico d’Israele da essersi guadagnato pochi mesi fa una contestazione propal all’università della sua città, ha scritto su X: «Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei (sic). Pazzi fanatici, crudeli criminali».

Segue, letteralmente, una preghiera: che il voto israeliano di ottobre li «metta all’angolo» insieme a chi li protegge e che Israele possa «riscattarsi da questa immensa vergogna».

Già, i coloni, «quest’immensa vergogna». La clausola di stile non prescrive soltanto una condanna. Prescrive un vocabolario. «I coloni» vi compaiono come un soggetto collettivo, omogeneo e già giudicato: non una categoria amministrativa o geografica, ma un tipo morale.

Eppure quella parola – colono – comprime realtà diversissime. Nei grandi blocchi vicini alla Linea Verde, la linea d’armistizio del 1949, vivono famiglie spinte dal costo delle abitazioni più che dal messianismo, in aree generalmente destinate a Israele, nei piani di pace, attraverso scambi territoriali.

Altrove i «coloni» sono i discendenti di comunità espulse con la violenza: da Hebron dopo il massacro del 1929, dal Gush Etzion e dal Quartiere ebraico di Gerusalemme nel 1948. Definire allo stesso modo chi è tornato in quei luoghi significa assumere il 1967 come punto zero della storia e adeguarsi pedissequamente alla propaganda arabo-palestinese più spudorata.

Lo stesso sostantivo comprende poi i residenti di insediamenti decisi dallo Stato, gli abitanti di avamposti illegali anche per Israele, i militanti messianici e anche quei gruppi responsabili di violenze contro i palestinesi.

La pensionata di Ma’ale Adumim, il discendente degli espulsi di Hebron e il fanatico che incendia un uliveto non appartengono alla stessa categoria morale, giuridica o politica. Trattarli come figure intercambiabili non aiuta a capire: serve a costruire un colpevole collettivo.

Anche alla luce di questi fatti, Fiamma Nirenstein ha proposto di abbandonare del tutto il termine «coloni» e la sua obiezione lessicale tocca un punto reale: nell’uso politico corrente «colono» funziona come una condanna incorporata nel sostantivo.

È proprio certo, l’amico d’Israele, di volersi prestare a questa narrativa che, come capita sistematicamente con Israele e gli ebrei, è un tantino sbrigativa?

E però sembra essere più forte di lui: distinguere viene considerato un’attenuante e l’attenuante una complicità. Per evitare il sospetto, conviene dunque non distinguere: «i coloni» diventano tutti suprematisti, fanatici e criminali.

Così l’adesione a quel vocabolario assolve il parlante prima ancora che cominci il discorso e attesta che, pur difendendo Israele, resta membro a pieno titolo della comunità morale progressista.

Tutto questo ci rivela, soprattutto, che nella sinistra «progressista» la difesa di Israele è una posizione sospetta per impostazione predefinita e richiede attenuanti da produrre prima ancora di entrare nel merito.

Non c’è bisogno di supporre malafede. Al contrario, il meccanismo è tanto più interessante quanto più è sincero. Le clausole sociali efficaci non costringono a mentire: selezionano, fra le cose vere che una persona pensa, quelle che devono essere pronunciate per prime e con maggiore enfasi.

La questione non è se Gori detesti davvero i violenti israeliani. La questione è perché quel disgusto debba assumere la forma di una professione di appartenenza, mentre altre verità altrettanto rilevanti non ricevono lo stesso trattamento rituale.

Scrivere un tweet costa un minuto. Negli stessi sessanta secondi impiegati a pregare per il «riscatto» di Israele si potrebbe ricordare che non si tengono elezioni presidenziali palestinesi dal 2005 né legislative dal 2006; che Abu Mazen, eletto per un mandato quadriennale, è al ventunesimo anno; che Hamas conquistò il controllo esclusivo di Gaza nel 2007 e non ha più sottoposto il proprio potere a un voto generale; che non esiste oggi una leadership palestinese investita di un mandato recente e capace di impegnare insieme Cisgiordania e Gaza in un accordo.

E non si sta parlando di tirare in ballo l’intento distruttivo, l’unico fin qui visibile e agli atti, espresso dalla società palestinese nei confronti d’Israele.

Eppure il vuoto di rappresentanza palestinese non è un dettaglio amministrativo del conflitto: è uno dei suoi architravi e questa constatazione non richiede fonti riservate né particolare coraggio analitico.

E tuttavia, nel linguaggio pubblico del genere politico che stiamo osservando, ricorre assai meno della condanna dei coloni e soprattutto non svolge mai la stessa funzione preliminare.

Fin qui la clausola come codice linguistico e segnale di appartenenza. Ma le parole di un politico non restano confinate alla semantica: incorporano una diagnosi della realtà e da quella diagnosi discendono previsioni e scelte. È qui che il rito smette di essere soltanto un fatto di costume e diventa un problema politico ancora più grave.

La diagnosi implicita nella clausola di stile è condensata nel verbo scelto da Gori: «riscattarsi». Il verbo stabilisce una relazione causale precisa: Israele porta una vergogna nazionale e il voto può purificarlo, rimuovendo Netanyahu, i suoi alleati e i violenti che essi proteggono.

Sembrerebbe quasi che, se la «colpa» venisse rimossa, il problema del conflitto israelo-palestinese verrebbe risolto (e, soprattutto, cesserebbe l’imbarazzo ambientale di Gori nel difendere Israele).

Anche questa è un’altra delle imperdonabili bestialità degli «amici d’Israele» dal pedigree progressista, che lascia intendere che l’ostilità antisraeliana sia soprattutto il prodotto contingente del governo israeliano in carica e delle sue politiche.

Claudio Velardi, sul Riformista, lo ha definito il «capro espiatorio degli ipocriti». Caricargli addosso ogni colpa consente di immaginare che basti rimuoverlo perché Israele si «riscatti» e il conflitto cambi natura.

Ma l’odio per Israele non nasce con Netanyahu e non scomparirà quando Netanyahu non governerà più. L’odio viscerale nei confronti d’Israele precede Netanyahu e sopravviverà alla sua uscita di scena.

Se un amico d’Israele non è in grado di capirlo, occorre che riveda la propria amicizia e Israele, ne siamo certi, se ne farà una ragione.

Il 27 ottobre gli israeliani voteranno, alla scadenza della legislatura, con esito aperto. È ragionevole che ciascuno speri nell’esito che preferisce.

Non è ragionevole aspettarsi che quel voto arresti la marea montante dell’odio contro Israele, nella quale sempre più spesso si saldano antisemitismo viscerale, antioccidentalismo e un terzomondismo rivoluzionario che non contesta allo Stato ebraico ciò che fa, ma ciò che è.

Una mobilitazione di questa natura non protesta contro un programma di governo e non si placa con un’alternanza elettorale: auspica che lo Stato d’Israele venga cancellato dalle mappe.

Il voto potrà cambiare il governo. Non potrà riscattare Israele dalla colpa di esistere. Con i suoi cittadini e con i suoi coloni.


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