Società, cultura, storia e idee
La borsa, quando il lusso nasce da una necessità
Dai réticules settecenteschi alla Birkin, dalla Bamboo alla 2.55, la storia della borsa racconta molto più della moda. Dietro alcuni degli accessori più celebri del lusso ci sono viaggi, materiali introvabili, esigenze quotidiane e nuove libertà femminili: oggetti nati per risolvere problemi concreti, diventati soltanto in



Dai réticules settecenteschi alla Birkin, dalla Bamboo alla 2.55, la storia della borsa racconta molto più della moda. Dietro alcuni degli accessori più celebri del lusso ci sono viaggi, materiali introvabili, esigenze quotidiane e nuove libertà femminili: oggetti nati per risolvere problemi concreti, diventati soltanto in seguito icone, status symbol e prodotti del desiderio.
InOltre con Stile si è occupato finora poco del mondo femminile. Oggi fa ammenda dedicando alle gentili lettrici il racconto di un accessorio che, per secoli, è stato quasi esclusiva prerogativa delle donne: la borsa.
Solo negli anni Settanta l’accessorio sconfinò in campo maschile con il borsello (già la parola è orribile) e, con grande disdoro, anche chi scrive deve ammettere di esserne stato conquistato, sia pure per un breve periodo.
La borsa, intesa come semplice contenitore, esiste da millenni, ma quella femminile come accessorio di moda nasce soltanto verso la fine del Settecento. Fino ad allora le donne portavano sotto le ampie gonne vere e proprie tasche, legate in vita e invisibili dall’esterno.
Con la Rivoluzione francese e l’affermarsi degli abiti neoclassici e poi Impero, leggeri e aderenti, quelle tasche divennero impossibili da nascondere senza guastare la linea del vestito.
Comparvero così i piccoli réticules, sacchetti portati in mano o al polso, realizzati in seta, velluto, perline e ricami.
Da semplice necessità la borsa divenne rapidamente parte dell’abbigliamento: già nei primi anni dell’Ottocento le riviste di moda consigliavano di sceglierla abbinata all’abito.
Da quel momento la sua storia avrebbe seguito quella della moda, del viaggio e perfino dell’emancipazione femminile.
Hermès ne è probabilmente l’esempio più eclatante. La maison nasce a Parigi nel 1837 come laboratorio specializzato in finimenti e selle da equitazione. Ancora oggi quell’origine è leggibile nelle cinghie, nelle fibbie, nelle cuciture e nella qualità quasi ossessiva dei pellami.
Una delle antenate delle moderne borse Hermès è la Haut à Courroies, realizzata all’inizio del Novecento per trasportare stivali, speroni e frustino. Alta, capiente e robusta, possiede già alcune delle proporzioni che molti anni dopo ritroveremo nel borsone Birkin.
Con la Bolide, nel 1923, entra invece in scena l’automobile. Il viaggio stava cambiando e con esso i bagagli: le grandi valigie rigide pensate per carrozze e treni mal si adattavano ai bagagliai delle vetture.
Hermès progettò quindi una borsa più morbida e maneggevole e adottò una soluzione allora modernissima: la chiusura lampo. Una necessità tecnica diventava stile.
Qualche anno più tardi nacque una borsa destinata a una sorte ancora più singolare. Negli anni Trenta Robert Dumas disegnò il Sac à dépêches, poi noto come Sac de dames à courroies. Per molto tempo fu semplicemente uno dei modelli della maison.
Nel 1956 Grace Kelly contribuì involontariamente alla nascita di un mito: la principessa di Monaco venne fotografata mentre teneva davanti a sé una grande borsa Hermès.
Secondo la storia entrata nella leggenda, la stava utilizzando anche per sottrarre agli obiettivi dei fotografi i primi segni della gravidanza. Quelle immagini fecero il giro del mondo e la borsa divenne inseparabile dalla sua figura. Da allora tutti cominciarono a chiamarla Kelly.
È uno dei primi esempi di un fenomeno che diventerà fondamentale nella moda contemporanea: un oggetto non diventa un’icona perché un’azienda lo decide e vi investe in marketing e comunicazione, ma anche perché una persona, un’immagine, un’occasione gli regalano un significato.
La storia si ripeterà nel 1984 con Jane Birkin, che, su un volo tra Parigi e Londra, era seduta accanto a Jean-Louis Dumas, allora alla guida di Hermès.
Il contenuto della sua borsa si rovesciò e lei si lamentò di quanto fosse difficile trovare una borsa elegante ma abbastanza grande e pratica per una donna che, come lei, aveva anche una figlia piccola.
Dumas prese carta e penna e cominciò a immaginare una soluzione. Nacque così la Birkin.
Oggi è probabilmente una delle borse più desiderate e costose, circondata da liste d’attesa, aste e collezionismo. Ma all’origine c’era una richiesta di banalità domestica: avere spazio sufficiente per le cose della vita quotidiana.
Anche Louis Vuitton nasce dal viaggio.
Quando fonda la propria maison a Parigi nel 1854, il suo mestiere è quello del fabbricante di bauli. È l’epoca in cui il treno, le grandi navi e più tardi l’automobile stanno ridisegnando le distanze. Il bagaglio deve essere resistente e riconoscibile, ma soprattutto adattarsi ai nuovi mezzi di trasporto.
La storia delle borse Vuitton può essere vista come una progressiva trasformazione del baule in qualcosa di sempre più leggero e personale.
Nel 1896 Georges Vuitton, figlio di Louis, introduce il celebre Monogram LV. Dietro quello che oggi consideriamo un puro elemento estetico c’era una ragione molto concreta: rendere immediatamente riconoscibili i prodotti della casa e difenderli dalle imitazioni, già allora numerosissime.
Nel 1930 nasce la Keepall, borsa morbida da viaggio, flessibile e leggera, adatta alla crescente rapidità degli spostamenti.
Dalla stessa idea nasce la Speedy, inizialmente chiamata Express. Il nome dice già tutto: il Novecento è l’epoca della velocità.
Molti anni dopo Audrey Hepburn contribuì a trasformarla in un oggetto profondamente femminile. Nel 1965 Vuitton realizzò per lei una Speedy in formato più piccolo, la 25, ancora oggi uno dei modelli più riconoscibili della maison.
Poi c’è la sacca Noé, che è forse una delle storie più intriganti dell’intera pelletteria di lusso.
Nel 1932 Gaston-Louis Vuitton ricevette l’incarico di creare una borsa capace di trasportare bottiglie di champagne. Disegnò una sacca con base stabile e chiusura a coulisse e da quella richiesta nacque la forma «a secchiello», destinata a diventare un classico della moda.
Anche Gucci ha le proprie radici nel viaggio.
Guccio Gucci aveva lavorato a Londra, al Savoy Hotel, osservando i grandi viaggiatori internazionali, i loro bauli e le loro valigie, in un mondo nel quale il bagaglio era già parte dell’identità sociale di chi lo possedeva.
Quando nel 1921 apre la sua attività a Firenze, porta con sé quella lezione.
Nel dopoguerra alcuni materiali erano difficili da reperire e Gucci cominciò a sperimentare il bambù, prendendo spunto dai manici di ombrello dei gentleman londinesi. Chiese a degli artigiani di scaldarlo sul fuoco per piegarlo e ottenere i caratteristici manici curvi.
Nel 1947 nasce la Bamboo. Una soluzione contingente diventò uno dei codici più longevi della maison: nel design, qualche volta, una limitazione diventa un’opportunità.
Negli anni Cinquanta Gucci introduce un altro simbolo destinato a durare: l’horsebit, il morsetto da cavallo, richiamo al mondo equestre trasformato in puro segno grafico.
Jackie Kennedy sarà per Gucci quello che Grace Kelly fu per Hermès.
All’inizio degli anni Sessanta Gucci produce una borsa morbida dalla forma curva. Jacqueline Kennedy comincia a portarla frequentemente e le fotografie dell’ex first lady, una delle donne più osservate ed eleganti del suo tempo, rendono il modello immediatamente riconoscibile.
La borsa finirà per diventare semplicemente la Jackie; il nome viene deciso dal pubblico.
Decenni dopo un’altra donna contribuirà alla fortuna di una borsa Gucci con manici di bambù: Diana Spencer.
La grande borsa rettangolare comparsa nel 1991 venne spesso fotografata al braccio della principessa del Galles e, nelle riedizioni, prenderà il nome di Gucci Diana.
Fendi nasce a Roma nel 1925 come maison specializzata in pelletteria e pellicceria. Ma la vera rivoluzione nella storia delle sue borse arriva molti anni dopo grazie a Silvia Venturini Fendi.
Nel 1997 crea la Baguette. Il nome è quasi ironico. È piccola, stretta e si porta sotto il braccio esattamente come i francesi trasportano una baguette di pane.
Negli anni Novanta dominava un certo minimalismo. Silvia Venturini Fendi fece quasi il contrario: mantenne semplice la struttura e trasformò la superficie in un terreno di sperimentazione.
Paillettes, ricami, pellicce, perline, colori e tessuti: lo stesso modello poteva esistere in centinaia di interpretazioni.
Ma per la notorietà planetaria intervenne la televisione: in una celebre scena di Sex and the City, Carrie Bradshaw viene rapinata. Il ladro le chiede la borsa e lei lo corregge: non è una borsa, è una Baguette.
Una battuta televisiva di pochi secondi fece probabilmente più di molte campagne pubblicitarie. La Baguette diventò una delle prime autentiche «It Bag» contemporanee: non semplicemente una bella borsa, ma un oggetto che una generazione voleva riconoscere e possedere.
Nel 2008 Silvia Venturini Fendi crea la Peekaboo. Questa volta il principio è quasi opposto. Fuori è sobria, rigorosa, quasi classica; leggermente aperta lascia invece intravedere un interno spesso prezioso, colorato o sorprendente.
Il nome viene dal gioco infantile del «peek-a-boo», il nostro cucù.
E infine Chanel. Forse nessun’altra borsa racconta meglio della 2.55 il rapporto tra stile e cambiamento della vita femminile.
Nel febbraio del 1955 Coco Chanel presenta la propria borsa con tracolla. Il nome, 2.55, deriva semplicemente dalla data: secondo mese del 1955.
Oggi una borsa a spalla sembra la cosa più normale del mondo. All’epoca non lo era affatto per una borsa elegante da donna.
Le signore portavano abitualmente le proprie borse in mano. Chanel trovava questa abitudine scomoda e aggiunse una catena che consentiva di portare la borsa sulla spalla.
Il gesto sembra minimo, ma cambia completamente il rapporto tra la donna e l’oggetto.
Molte delle innovazioni di Chanel non nascono dall’ornamento, ma dal rifiuto della costrizione: il jersey, i pantaloni, le linee più semplici, le tasche e infine una borsa che non obbliga più la donna a tenere occupata una mano.
La 2.55 porta con sé altri elementi diventati classici: la lavorazione matelassé, la catena metallica, la patta e la chiusura rettangolare detta Mademoiselle.
Intorno ai dettagli sono nate moltissime storie che rasentano la leggenda: che il colore bordeaux dell’interno ricordasse le uniformi dell’orfanotrofio di Aubazine, dove Coco trascorse parte dell’infanzia; che la catena fosse ispirata alle chiavi dei custodi; che una piccola tasca servisse a conservare lettere d’amore.
Negli anni Ottanta Karl Lagerfeld riprenderà quell’idea introducendo la versione oggi comunemente chiamata Classic Flap, con la famosa chiusura formata dalle due C intrecciate e la catena attraversata da una striscia di pelle.
Nel 2011 arriverà poi la Boy Chanel, più squadrata e robusta, dedicata nel nome ad Arthur «Boy» Capel, il grande amore di Gabrielle (Coco) Chanel.
Ma il principio fondamentale era già stato stabilito nel 1955.
Guardate in sequenza queste storie e appare un elemento comune.
La Bolide nasce per l’automobile.
La Birkin perché Jane Birkin aveva bisogno di spazio.
La Noé per trasportare champagne.
La Bamboo dalla necessità di utilizzare materiali alternativi.
La Baguette deve il nome al modo in cui si porta sotto il braccio.
La 2.55 nasce perché Coco Chanel voleva avere le mani libere.
Forse il vero lusso, almeno quando nasce bene, funziona proprio così: prima risolve un problema, poi è anche bello e soltanto alla fine diventa simbolo.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908
Condividi











Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.