Democrazie e sistemi politici
Cosa significa oggi essere europeisti?
Con le destre radicali in crescita e una nuova stagione elettorale alle porte, l'Europa è chiamata a decidere che cosa significhi davvero essere europeisti. Non basta più difendere l'Unione così com'è: la crisi dell'ordine internazionale e le sue fragilità interne impongono di affrontare il nodo dell'unificazione

In Germania altri due appuntamenti ravvicinati diranno molto sull’avanzata di AfD: il 20 settembre si vota per rinnovare le assemblee regionali nei Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania. Mentre in Svezia il prossimo banco di prova arriva già il 13 settembre, dove gli ultimi sondaggi danno in lieve vantaggio sulla coalizione di governo di centrodestra il blocco di centrosinistra guidato dai socialdemocratici di Magdalena Andersson.
Ma è soprattutto l’anno prossimo che vedrà una serie di appuntamenti elettorali capaci di modificare profondamente gli equilibri politici dell’Ue. Andranno infatti al voto, salvo scioglimenti anticipati, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Grecia. E un dato emerge da tutti i sondaggi: in ciascuno di questi paesi le forze di destra, in particolare quelle estremiste e radicali, hanno un peso crescente.
Il nodo dell’Europa
Di fronte a questo scenario i partiti europeisti possono limitarsi a prendersela con il destino cinico e baro, magari ricorrendo all’arma spuntata del”cordone sanitario” per isolare un neonazionalismo arrembante? Chi oggi si accontentasse di vivacchiare nella realtà attuale dell’Ue in attesa che passi la nottata, non sarebbe un vero europeista. La Sassonia-Anhalt e la stessa Islanda stanno lì a dimostrarlo.
Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer avevano l’ambizioso obiettivo di dare vita a una grande nazione europea. Oggi l’Ue non è certamente solo un’espressione geografica, ma i nodi stanno venendo al pettine. Per molti decenni, dopo la bocciatura francese della Comunità europea di difesa e la delega della loro sicurezza agli Usa, gli europei hanno pensato di poter essere una grande potenza economica e politica senza essere uno Stato. Ma questa illusione è definitivamente svanita. Per la fine dell’ordine mondiale disegnato a Yalta, per l’aggressività di Putin e di Trump, per l’incognita di Xi Jinping e per il cambio d’epoca imposto dalle nuove tecnologie.
Le fragilità dell’Unione
Più volte Mario Draghi ha denunciato l’assenza di una politica fiscale e un bilancio comuni, una gestione dei fenomeni migratori contraddittoria, l’incapacità dell’industria europea di competere con i grandi player internazionali, la mancanza di una politica energetica e, anzitutto, di una politica estera e di difesa comune. Tutti ritardi che dipendono in gran parte dalla mancata conclusione del processo di unificazione politica, per l’irresolutezza e gli egoismi delle classi dirigenti nazionali.
Che cosa significa essere europeisti
E allora: è europeista chi vuole mantenere il diritto di veto o chi lo vuole abolire? Chi vuole che il Parlamento di Strasburgo sia il titolare pieno del potere legislativo o chi vuole che l’iniziativa legislativa resti alla Commissione di Bruxelles? Chi pensa che i parlamentari europei debbano essere eletti con un’unica legge elettorale o attraverso 27 diverse leggi elettorali? Chi vuole mantenere il dualismo Commissione-Consiglio europeo o chi pensa che l’Europa dovrebbe essere guidata da un vero governo forte della fiducia del Parlamento? Chi vuole una politica estera e di difesa europea o chi vuole che resti prerogativa dei singoli Stati?
Insomma: è un vero europeista chi vuole uno Stato europeo o chi vuole un’Europa degli Stati? Beninteso, il”percorso verso l’unità politica dell’Europa non è scontato e nessuno dei 27 paesi europei può prendere sotto gamba decisioni che implicano una riduzione della propria sovranità in favore dell’Europa” (Luigi Zanda,”È ora di aprire un grande dibattito sul futuro dell’Europa”, Il Sole 24 Ore, 7 settembre).
La scelta che non si può rinviare
Nella forma federale o in quella, meno robusta, confederale. La terza strada, quella del rinvio, della non decisione, del rifiuto persino di discutere sulle prospettive dell’Europa, è una strada senza uscita o che non porta da nessuna parte, se non a sbattere contro il muro delle piccole convenienze elettorali, salvo poi a lamentarsi del pericolo nazifascista alle porte.
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