Italia: politica, istituzioni e società
Da AfD a Vannacci: la destra che cresce a destra di Meloni
La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt mostra quanto possa ampliarsi lo spazio politico alla destra dei conservatori di governo. In Italia quello spazio è occupato da Roberto Vannacci, che contesta Meloni sull’Europa, sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale. Per la premier combatterlo, inseguirlo o coinvolgerlo comporta rischi altrettanto

La vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt arriva a Roma come un monito. Il 43,8% conquistato dal partito di Alice Weidel non dice soltanto quanto sia cambiata la Germania, ma anche che la destra radicale europea ha fatto breccia nell’elettorato e che, in Italia, quello spazio ha già un nome: Roberto Vannacci.
Per Giorgia Meloni il problema non è quindi l’AfD in sé. È ciò che la sua avanzata rende più evidente: la competizione a destra del governo sta crescendo proprio mentre l’esecutivo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia cerca di consolidare la propria posizione nell’Unione.
È una contraddizione che la premier non può ignorare: da una parte c’è una destra europea che guadagna consensi facendo leva sull’immigrazione, sull’insofferenza verso Bruxelles, sul costo dell’energia e sul rifiuto delle politiche verdi; dall’altra c’è Giorgia Meloni, che negli ultimi anni ha cercato di trasformare Fratelli d’Italia da forza di opposizione a partito di governo, mantenendo una linea atlantica ed europea sufficientemente solida da renderla interlocutrice delle principali capitali occidentali.
Il successo dell’AfD rende più difficile tenere insieme queste due dimensioni. E le reazioni italiane al voto tedesco sono già una fotografia di questa crepa sempre più evidente: Matteo Salvini ha salutato il risultato dell’AfD come un «successo clamoroso» e si è congratulato con Alice Weidel; Antonio Tajani ha parlato invece di una «pessima notizia», definendo l’AfD antitetica ai valori liberali e occidentali.
Due posizioni diverse in seno alla stessa maggioranza. E proprio questa è la prima difficoltà per la premier: la medesima coalizione guarda al nuovo equilibrio europeo da prospettive sempre più lontane. E verrebbe da dire inconciliabili.
Fratelli d’Italia, per il momento, prova a non esasperare lo scontro. Conviene, è prudente in questa fase. La posizione, in sostanza, sarebbe questa: l’AfD non sarebbe un partito neonazista, ma una forza con la quale restano profonde divergenze, soprattutto sulla politica estera.
Occorre essere pompieri, non incendiari: il governo italiano, infatti, deve continuare a dialogare con Friedrich Merz, mentre la Germania resta uno dei Paesi decisivi per gli equilibri dell’Unione.
Ma c’è un’altra ragione per cui Giorgia Meloni deve guardare con attenzione a quel 43,8%: in Italia, alla sua destra, sta succedendo qualcosa di simile. Roberto Vannacci non è più soltanto il generale diventato politico, né l’uomo che ha complicato la vita alla Lega. Futuro Nazionale è ormai stabilmente sopra il 7% nei sondaggi e, in alcune rilevazioni, ha superato Forza Italia.
Vannacci sta costruendo uno spazio politico autonomo e competitivo. E lo fa da una posizione scomoda per il governo: votando contro Meloni. Galeazzo Bignami lo ha ricordato con chiarezza: finché Vannacci continuerà a muoversi così, insieme alle opposizioni, difficilmente potrà diventare un alleato di Fratelli d’Italia.
Il generale raccoglie una parte del consenso che il centrodestra vorrebbe conservare, ma lo fa contestando l’esecutivo. E più cresce, più diventa difficile trattarlo come una parentesi destinata a riassorbirsi. Meloni lo sa, ma deve ancora capire cosa farsene di Vannacci e di tanto seguito.
Combatterlo significa lasciare scoperto uno spazio significativo a destra. Inseguirlo vorrebbe dire rischiare di spostare ulteriormente il baricentro della maggioranza. Coinvolgerlo sarebbe come aprire una partita politica dagli esiti imprevedibili.
E intanto il generale non indietreggia affatto e continua a mostrarsi in pubblico, esponendo le linee guida del suo programma. Il suo recente confronto con il professor Mario Monti a Cernobbio ha messo in luce non soltanto uno scontro tra due personalità molto diverse, ma forse la manifestazione più lampante di due idee opposte dell’Italia e del suo rapporto con l’Europa.
L’ex presidente del Consiglio ha difeso il modello UE e attaccato la retorica sovranista. Vannacci, dal canto suo, ha rivendicato una visione fondata sulla sovranità nazionale e sulla critica all’attuale costruzione comunitaria.
Lascio all’intelligenza del lettore stabilire chi abbia vinto quel dibattito. Mi limito soltanto a constatare che oggi, davanti a una platea come quella di Cernobbio, il generale non appare più come un corpo estraneo. La crescita di un partito non si misura, infatti, soltanto nei sondaggi, ma anche nella capacità di diventare interlocutore di ambienti che un tempo gli sarebbero stati preclusi. E questo rende ancora più difficile, per la premier, ignorare l’ascesa di Vannacci.
Il terreno sul quale la distanza tra lei e il generale appare più difficile da colmare è però quello internazionale. Vannacci contesta il sostegno italiano all’Ucraina e sostiene una linea molto più critica verso le sanzioni alla Russia. L’AfD, allo stesso modo, ha costruito una parte della propria fortuna politica sull’opposizione alla prosecuzione del sostegno a Kyiv.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto della collocazione atlantica dell’Italia uno dei pilastri della propria credibilità internazionale: ha sostenuto Kyiv, ha mantenuto un rapporto stretto con Washington e ha cercato di presentarsi in Europa come una conservatrice affidabile, non come una sovranista antisistema.
Vannacci, lo ricordiamo, occupa oggi esattamente lo spazio politico che quella scelta lascia scoperto a destra. E il successo dell’AfD dimostra che quel perimetro può essere molto più grande di quanto sembrasse.
Altro nodo, l’Europa. Giorgia Meloni ha già irrigidito il linguaggio su immigrazione, energia, competitività e Green Deal. È una strategia che consente a Fratelli d’Italia di intercettare l’euroscetticismo senza rompere con Bruxelles.
Ma il successo dell’AfD e la crescita di Vannacci rendono più difficile quella posizione intermedia. Perché la competizione a destra spinge inevitabilmente il governo a chiedersi quanto bisogna essere critici verso l’UE per non lasciare spazio ai sovranisti e quanto, al contrario, si rischia di legittimarli.
Concludendo, i prossimi mesi saranno forse i più difficili per la leader di Fratelli d’Italia, sulla cui testa pende, come una spada di Damocle, il calendario elettorale. Votare prima potrebbe essere una maniera per affrontare Vannacci quando il suo partito non ha ancora trasformato pienamente la crescita nei sondaggi in una macchina elettorale. Aspettare la scadenza naturale potrebbe invece consentire a Fratelli d’Italia di verificare se la sua ascesa sia strutturale o soltanto il risultato di una fase politica particolare.
Avete presente Don Abbondio al bivio prima di incontrare i bravi? È più o meno questa la condizione di Meloni: qualunque strada scelga, dovrà fare i conti con ciò che la aspetta dall’altra parte.
Perché Vannacci potrebbe continuare a crescere, ma potrebbe anche scoprire, come è accaduto a molte forze populiste, che trasformare l’onda di protesta in consenso di governo è un’altra cosa. La stessa prova attende l’AfD.
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