Europa e Unione Europea
Nasce Rhine Group, la squadra di Mario Draghi contro il declino europeo
Con il Rhine Group, fondato insieme a Patrick Collison, Mario Draghi prova a impedire che il suo rapporto sulla competitività resti l’ennesimo documento europeo molto citato e poco applicato. La nuova struttura riunisce economisti, imprenditori ed ex decisori pubblici per trasformare diagnosi ormai condivise in proposte



Con il Rhine Group, fondato insieme a Patrick Collison, Mario Draghi prova a impedire che il suo rapporto sulla competitività resti l’ennesimo documento europeo molto citato e poco applicato. La nuova struttura riunisce economisti, imprenditori ed ex decisori pubblici per trasformare diagnosi ormai condivise in proposte capaci di accelerare le riforme dell’Unione.
Mario Draghi non sembra più disposto ad aspettare che l’Europa si convinca da sola a realizzare ciò che da due anni le chiede di fare. Nel settembre 2024 aveva consegnato alla Commissione europea il suo rapporto sulla competitività, quasi quattrocento pagine di diagnosi e proposte.
Da allora l’ex numero uno della BCE ha continuato a ripeterne il messaggio: senza investimenti, innovazione, maggiore integrazione e capacità di competere con Stati Uniti e Cina, il Vecchio Continente rischia un lento declino.
A giugno quel messaggio è diventato persino un titolo: Competere o sparire, il volume che raccoglie alcuni dei suoi interventi degli ultimi tre anni. Una formula drastica, che restituisce però la misura dell’urgenza con cui Draghi guarda alla condizione europea.
Ora ha deciso di fare un passo ulteriore. Insieme a Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, ha dato vita al Rhine Group, un organismo indipendente dalle istituzioni europee che punta a trasformare le analisi in proposte concretamente realizzabili.
Chiamarlo semplicemente think tank rischia però di raccontarne soltanto una parte. Basta leggere la mission pubblicata sul sito ufficiale per capire l’ambizione dell’operazione: «La posta in gioco è esistenziale».
Se la stagnazione dovesse continuare, sostiene il gruppo, l’Europa rischierebbe progressivamente di non riuscire più a finanziare difesa, sanità, pensioni, istruzione, investimenti climatici e reti di protezione sociale. La conclusione è altrettanto netta: «L’alternativa è fare ciò che l’Europa ha fatto prima: competere, costruire e crescere di nuovo».
Attorno a Draghi e Collison si ritrovano economisti, imprenditori, ex ministri, banchieri ed esponenti del mondo dell’informazione internazionale. Tra gli italiani ci sono Francesco Giavazzi, Lucrezia Reichlin, Vittorio Colao, Andrea Pignataro e Luca Ferrari. Accanto a loro, figure provenienti dalle grandi imprese tecnologiche, dalla finanza, dall’accademia e dalle istituzioni.
Non un nuovo rapporto, dunque. Piuttosto il tentativo di mettere attorno allo stesso tavolo chi studia le politiche, chi le ha amministrate e chi deve poi misurarsi con le loro conseguenze nell’economia reale.
È probabilmente questa la chiave per capire perché Draghi abbia sentito il bisogno di creare a sorpresa il Rhine Group. Il problema europeo non è più soltanto la diagnosi. Su molti dei mali individuati nel suo rapporto esiste ormai un consenso piuttosto ampio.
Competitività, produttività, energia, difesa, mercato dei capitali e innovazione sono entrati stabilmente nell’agenda di Bruxelles. Il problema è la velocità con cui dalle dichiarazioni si passa alle decisioni.
Luis Garicano, direttore esecutivo del nuovo gruppo e già coinvolto nella preparazione del Rapporto Draghi, ha parlato senza troppi giri di parole di un’agenda delle riforme sostanzialmente bloccata. È qui che l’iniziativa acquista un significato politico, pur non essendo politica in senso partitico.
Draghi avrebbe potuto continuare a intervenire con discorsi e conferenze, ricordando periodicamente all’Europa ciò che aveva già scritto. Ha scelto invece di dotarsi di uno strumento capace di produrre proposte, selezionare priorità e mettere in relazione competenze che normalmente abitano mondi diversi. È un salto di scala. E soprattutto rivela quanto ambizioso sia diventato il progetto.
Lo stesso Rhine Group non si presenta come un semplice luogo di discussione. L’obiettivo dichiarato è riunire leader europei provenienti dai governi, dall’accademia e dalle imprese per individuare possibili risposte alle sfide del continente. Le discussioni saranno preparate attraverso documenti di ricerca e si svolgeranno secondo la Chatham House Rule.
Ma è soprattutto una frase della missione a restituire la portata dell’iniziativa: il Rhine Group ambisce a essere «uno dei luoghi in cui inizia quel lavoro». Una dichiarazione tutt’altro che modesta.
Anche la scelta di Patrick Collison come cofondatore dice molto. Il miliardario irlandese che insieme al fratello John ha costruito Stripe non è un economista prestato alla politica né un ex funzionario europeo. È uno degli uomini simbolo di quell’economia tecnologica nella quale l’Europa fatica da anni a produrre campioni globali.
Il dato scelto dallo stesso Rhine Group per fotografare il ritardo è impressionante: delle cinquanta più grandi aziende tecnologiche del mondo, soltanto quattro sono europee.
Mettere Collison accanto a Draghi significa quindi avvicinare due mondi: quello delle istituzioni e quello dell’impresa privata, la cultura del civil servant e quella di chi costruisce aziende capaci di competere su scala mondiale.
È precisamente uno dei nodi affrontati dal rapporto sulla competitività: l’Europa produce ricerca e competenze, ma troppo spesso non riesce a trasformarle in imprese abbastanza grandi da confrontarsi con i giganti americani e cinesi. Da questo punto di vista, la presenza di Collison e degli altri imprenditori non è un dettaglio, ma parte integrante del progetto. Ed è anche ciò che lo rende più delicato.
Il Rhine Group non possiede alcun mandato pubblico: lo dicevamo. Non decide per la Commissione, per il Parlamento o per i governi. Può però elaborare idee, costruire consenso e mettere in campo una notevole capacità di influenza.
L’ambizione sembra essere quella di creare un luogo nel quale potere economico, conoscenza ed esperienza istituzionale concorrano ad accelerare un processo che l’UE fatica a compiere con i propri tempi. Una scommessa considerevole per un uomo che ha trascorso la propria carriera dentro le istituzioni.
C’è però qualcosa di profondamente draghiano anche in una scelta apparentemente così poco draghiana. La sua formazione e la sua storia professionale rimandano continuamente alla responsabilità, al pragmatismo, alla necessità di utilizzare gli strumenti disponibili quando le circostanze lo richiedono.
Competere o sparire descrive l’alternativa che Draghi vede davanti all’Europa. Ma c’è un’altra formula che sembra adattarsi quasi naturalmente alla scelta compiuta oggi: La speranza non è una strategia.
Se si ritiene che il tempo a disposizione si stia riducendo, augurarsi che le riforme arrivino prima o poi non può essere sufficiente. Il Rhine Group sembra rappresentare la conseguenza pratica di entrambe le formule: se davvero l’alternativa è competere o sparire, non basta più spiegare all’Europa che cosa dovrebbe fare. Bisogna provare a farla muovere. È questa, forse, la vera portata dell’operazione.
Draghi non ha fondato un partito, né ha assunto un nuovo incarico. Ha scelto qualcosa di più insolito: una struttura indipendente che provi a trasformare autorevolezza, competenze e potere economico in capacità di incidere.
Il rischio è evidente: che un organismo composto da personalità tanto influenti finisca per sollevare interrogativi sul rapporto tra interessi privati e decisioni pubbliche. Ma lo è altrettanto l’ambizione: impedire che il Rapporto Draghi diventi uno dei tanti documenti europei molto citati e poco realizzati.
In fondo, le due formule finiscono per incontrarsi proprio qui. Per l’Europa è competere o sparire. E se la speranza non è una strategia, a Draghi non resta che provare a trasformare le intenzioni in impresa. Un nuovo whatever it takes. Questa volta, fuori dalle istituzioni.
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