Guerra, sicurezza e difesa

Resilienza, deterrenza e credibilità NATO ai tempi del conflitto russo-ucraino

La credibilità della deterrenza NATO non dipende soltanto dalla capacità militare, ma anche dalla resilienza delle società, delle infrastrutture e delle filiere industriali. Nel nuovo ambiente multidominio, spazio, cyber e intelligenza artificiale aumentano capacità e vulnerabilità, mentre coesione politica, comunicazione e controllo dell’escalation diventano essenziali per

Resilienza, deterrenza e credibilità NATO ai tempi del conflitto russo-ucraino
Fabio AversaFabio Aversa29/09/2026Aggiornato 17/10/202611 min lettura2.301 parole

Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, lo scorso luglio, a valle del vertice di Ankara, quando molti italiani erano già in clima vacanziero, ha insistito sulla capacità dell’Alleanza di gestire divergenze e confronto politico aperto come espressione della sua resilienza democratica.

Al di là delle simpatie personali di Rutte, si coglie un punto essenziale: la capacità dell’Alleanza di gestire le divergenze senza compromettere la propria coesione rappresenta una forza delle democrazie occidentali e costituisce, al tempo stesso, un messaggio rivolto a chi osserva la NATO dall’esterno, Vladimir Putin compreso.

Nello stesso periodo, il concetto di resilienza è stato ribadito dai vertici della NATO, fino all’aggiornamento dei 2026 Resilience Baseline Requirements, anche in relazione alla preparazione civile, alla protezione delle infrastrutture critiche e alla cooperazione intersettoriale contro le minacce ibride.

Se ci pensiamo, negli ultimi anni a Bruxelles il termine resilienza è entrato prepotentemente nel lessico politico e strategico. Inizialmente ai tempi del Covid, con le cautele e i timori di quel periodo. Poi, con la guerra in Ucraina, il concetto è progressivamente entrato nel vocabolario della deterrenza.

Ma cos’è, in realtà, questa resilienza di cui si parla tanto?

Il significato originario della parola deriva dal verbo latino resilire, cioè “rimbalzare”, “saltare indietro”, “tornare indietro”. Composto da re, indietro, e salire, saltare, il termine è stato utilizzato inizialmente in ambito fisico e meccanico, soprattutto nella scienza dei materiali e nell’ingegneria, per indicare l’attitudine di un corpo ad assorbire un urto e recuperare la propria forma dopo una deformazione.

Solo successivamente il concetto è stato esteso alla psicologia, alle scienze sociali e, oggi in maniera ormai consolidata, alla politica, alla strategia e al mondo militare.

Le condizioni perché la deterrenza complessiva dell’Alleanza rimanga credibile, sia agli occhi degli Alleati sia nei confronti di un potenziale avversario, possono essere ricondotte innanzitutto a tre fattori: capacità militare reale, volontà politica di impiegarla e convinzione dell’avversario che entrambe esistano. Quest’ultimo elemento viene talvolta sottovalutato. La deterrenza, in fondo, funziona nella mente di chi deve essere dissuaso.

Per la NATO

Per la NATO questo significa disporre di forze adeguate, credibili e pronte, ma soprattutto dimostrare unità e coesione politica, vero centro di gravità dell’Alleanza. Un avversario deve sapere che un’aggressione non avrebbe come risposta 32 valutazioni nazionali separate, ma una reazione collettiva.

Oggi si aggiunge un quarto elemento della deterrenza credibile: la resilienza, appunto. Non basta essere in grado di reagire al primo attacco. Bisogna dimostrare di poter continuare a prepararsi, decidere, comunicare, pianificare, produrre e condurre operazioni durante una crisi prolungata. Da questo punto di vista capacità militare, logistica, spazio, cyber e infrastrutture critiche concorrono ormai tutte alla credibilità della deterrenza. La loro resilienza può fare la differenza.

Una crisi militare prolungata consuma munizioni, sistemi, componenti, capacità logistiche e risorse industriali. Se non esiste una base produttiva capace di reagire, anche una forza militare inizialmente molto efficace può perdere progressivamente credibilità.

Nel settore spaziale

Nel settore spaziale questo rapporto è particolarmente evidente. Una parte crescente dell’innovazione e delle infrastrutture è oggi nelle mani dell’industria commerciale. La NATO non intende, giustamente, sviluppare autonomamente tutto ciò di cui potrebbe avere bisogno. Serve quindi un rapporto strutturale con l’industria, costruito prima delle crisi. Occorrono requisiti chiari, standard comuni, interoperabilità, sicurezza delle supply chain e soprattutto una domanda sufficientemente prevedibile da consentire alle imprese di investire.

La capacità industriale è dunque una componente essenziale della deterrenza. Anche la capacità di rigenerare rapidamente ciò che un avversario potrebbe degradare o distruggere entra direttamente nel calcolo che quell’avversario farà prima di agire.

Il centro di gravità dell’Alleanza

Tornando al centro di gravità dell’Alleanza, occorre sottolineare quanto la coesione politica tra gli Alleati, il processo di consultazione e la capacità di trasformare rapidamente una decisione collettiva in una risposta militare efficace incidano sulla credibilità della deterrenza.

In ambito NATO, la consultazione politico-militare viene talvolta percepita dall’esterno come una debolezza, perché può apparire lenta. Ma la NATO non è una singola potenza militare. È un’Alleanza di democrazie sovrane e proprio la capacità di arrivare a una decisione collettiva e consensuale conferisce a quella decisione un peso politico e militare molto maggiore. Il problema, quindi, non è eliminare la consultazione, ma ridurre la distanza tra decisione politica ed esecuzione militare.

Questo richiede piani strategici e operativi già predisposti, comandi efficienti, forze pronte, esercitazioni e procedure conosciute in anticipo. E qui vi è poco da aggiungere, perché il meccanismo militare dell’Alleanza è ben oliato. È essenziale che lo sia, perché nelle crisi contemporanee i tempi decisionali si sono enormemente ridotti. La credibilità dipende quindi anche dalla capacità di far comprendere all’avversario che, una volta assunta una decisione politica, l’Alleanza è in grado di trasformarla rapidamente in azione.

L’invasione dell’Ucraina del 2022 ci ha ricordato, peraltro, qualcosa che in Europa avevamo in larga parte dimenticato: la guerra convenzionale ad alta intensità non appartiene al passato e può svolgersi anche in presenza di potenze nucleari.

La deterrenza convenzionale

Questo rende ancora più importante una forte deterrenza convenzionale. Se la NATO è credibilmente in grado di impedire o respingere un’aggressione con strumenti convenzionali, diminuisce la possibilità che una crisi raggiunga livelli nei quali il fattore nucleare diventi predominante.

Quanto più credibile sarà la capacità dell’Alleanza di resistere a un’aggressione con mezzi convenzionali, tanto minore sarà la pressione verso un’escalation nucleare precoce. Gli investimenti nella difesa spaziale e missilistica, nella resilienza, nella logistica, nel cyber e nella protezione delle infrastrutture critiche vanno letti anche in questa prospettiva, come contributi alla riduzione del rischio nucleare.

La guerra in Ucraina ha però dimostrato anche che la dimensione nucleare continua a influenzare profondamente il comportamento degli attori, anche quando le armi nucleari non vengono impiegate ma soltanto evocate.

Il nucleare rimane dunque sullo sfondo del confronto convenzionale e condiziona valutazioni, segnali e limiti, soprattutto per gli Occidentali, legati a valori, principi e a un ordine internazionale basato su regole. Ne avevamo già parlato in questa rubrica. La credibilità della deterrenza e la salvaguardia del Trattato di non proliferazione nucleare non dovrebbero essere considerate due questioni separate.

Si può ragionevolmente affermare che deterrenza convenzionale, deterrenza nucleare e gestione dell’escalation siano parti dello stesso problema strategico. La sfida non consiste soltanto nel dissuadere un’aggressione, ma anche nell’impedire che, una volta iniziata una crisi, essa superi soglie successive fino a diventare incontrollabile.

Anche perché la NATO opera oggi in un ambiente nel quale capacità convenzionali e nucleari dipendono sempre maggiormente da infrastrutture spaziali, sistemi digitali e capacità cyber. Questa crescente integrazione multidominio modifica inevitabilmente sia la credibilità della deterrenza sia i rischi di un’eventuale escalation.

Oggi quasi nessuna operazione militare complessa può prescindere da servizi spaziali, reti digitali e capacità cyber. Comunicazioni, navigazione, osservazione, intelligence, early warning, comando e controllo dipendono sempre più da infrastrutture trasversali a tutti i domini operativi.

Le nuove dipendenze

Questo aumenta enormemente l’efficacia militare, ma crea nuove dipendenze. Un satellite o una rete digitale possono sostenere contemporaneamente attività civili, operazioni convenzionali e funzioni di rilevanza strategica. È il classico paradigma dual-use.

Ne deriva un problema di escalation. Un’azione magari considerata limitata da chi la compie, per esempio contro una determinata infrastruttura spaziale o digitale, potrebbe essere interpretata dall’altra parte come il tentativo di degradare capacità essenziali in preparazione di un attacco più ampio.

La deterrenza multidominio è quindi più efficace, ma anche più complessa. Occorre valutare non soltanto l’effetto militare di un’azione, ma anche il significato che l’avversario potrebbe attribuirle.

Il rischio

Il rischio che sistemi spaziali, cyber o altre tecnologie dual-use vengano interpretati diversamente dalle intenzioni di chi li impiega, aumentando la possibilità di misperception o miscalculation durante una crisi, è molto concreto.

Nel settore spaziale lo si vede chiaramente. Molti sistemi commerciali possono fornire servizi essenziali sia alla società civile sia alle forze armate. Consideriamo, per esempio, la logistica orbitale reattiva e la mobilità spaziale, compresi il dispiegamento rapido, il posizionamento orbitale preciso, le manovre, l’ispezione, la manutenzione e la riconfigurazione delle risorse critiche. Altrettanto importante è un’infrastruttura informativa orbitale in grado di federare dati provenienti da sistemi eterogenei, sovrani, dell’UE e commerciali, elaborare le informazioni più vicino al luogo in cui vengono generate e fornire dati affidabili e tempestivi al processo decisionale, garantendo al tempo stesso interoperabilità.

Sono priorità valide tanto per il settore commerciale quanto per quello militare. Ed è qui che il dual-use diventa più difficile da delimitare. Il confine tra civile e militare è molto meno netto di quanto fosse in passato.

L’ambiguità

Questo genera inevitabilmente ambiguità. Un’attività considerata normale o difensiva da una parte può essere interpretata dall’altra come preparazione di un’azione offensiva. Nel cyber il problema è altrettanto serio, perché spesso è difficile stabilire rapidamente origine, intenzione e persino reale portata di un attacco.

Uno dei rischi più pericolosi durante una crisi non è quindi soltanto l’escalation deliberata, ma quella prodotta da una valutazione sbagliata delle intenzioni dell’altro.

Per questo la comunicazione strategica, la trasparenza dove possibile e i canali di comunicazione tra avversari non sono segni di debolezza. Sono strumenti di sicurezza. Una deterrenza efficace deve lasciare il minor spazio possibile agli errori di interpretazione sulle questioni realmente essenziali.

L’Intelligenza artificiale

E non va dimenticato che l’Intelligenza artificiale, in primis, i sistemi autonomi, le capacità spaziali e una disponibilità sempre più rapida di informazioni possono comprimere significativamente i tempi decisionali.

La NATO deve sfruttare questi strumenti mantenendo un adeguato controllo politico e umano sulle decisioni strategiche. La tecnologia deve supportare il decisore, non sostituirlo. È una distinzione fondamentale.

Intelligenza artificiale, sensori spaziali e sistemi automatizzati possono raccogliere, correlare e analizzare quantità di informazioni impossibili da gestire manualmente negli stessi tempi. Questo può migliorare enormemente la situational awareness e la qualità delle decisioni.

Ma esiste anche un rischio. Disporre dell’informazione più rapidamente può creare una pressione a decidere altrettanto rapidamente. Non sempre è necessario e, a livello strategico, può essere pericoloso.

Soprattutto nelle decisioni che possono comportare un’escalation strategica o nucleare, il controllo politico e umano deve rimanere centrale. L’AI può presentare scenari, identificare anomalie e suggerire opzioni, ma responsabilità e decisione devono restare nelle mani dell’essere umano.

In sintesi, la superiorità tecnologica non può consistere nel decidere sempre più velocemente. Deve consentire di comprendere prima e meglio ciò che sta accadendo, conservando il tempo e la libertà necessari per decidere bene.

La NATO deve quindi conciliare una postura deterrente forte e tecnologicamente avanzata con la necessità di mantenere prevedibilità, comunicazione, riduzione del rischio e possibilità di de-escalation. Fermezza e dialogo sono concetti solo apparentemente in contraddizione.

Una deterrenza credibile

Una deterrenza credibile dovrebbe rendere molto chiaro ciò che l’Alleanza è determinata a difendere e, contemporaneamente, evitare che una crisi degeneri per errore.

Una certa ambiguità sulle modalità con cui la NATO potrebbe reagire è inevitabile e può essere utile. Ma non dovrebbe esserci ambiguità sulla determinazione collettiva a difendere gli Alleati. Allo stesso tempo occorre mantenere comunicazione, strumenti di riduzione del rischio e possibilità di de-escalation. Questo vale soprattutto in una crisi tra potenze nucleari, dove un errore di interpretazione può avere conseguenze enormi.

La deterrenza non si misura dalla facilità con cui si può salire nella scala dell’escalation. Si misura innanzitutto dalla capacità di convincere l’avversario a non iniziare un’aggressione. E se la deterrenza iniziale fallisce, una buona strategia deve conservare anche la capacità di controllare l’escalation e offrire, quando politicamente possibile, una via d’uscita. La forza serve a rendere credibile la deterrenza. La lucidità serve a evitare che quella forza debba arrivare alle sue conseguenze estreme.

La situazione sul terreno

Queste considerazioni ci riportano inevitabilmente alla situazione sul terreno.

La Russia non è riuscita finora a trasformare la propria superiorità quantitativa in una vittoria convenzionale decisiva sull’Ucraina, anzi. In questa situazione, Mosca ha interesse ad allargare il confronto verso terreni nei quali può esercitare pressione sull’Occidente con costi e rischi più contenuti. Utilizzando una colorita espressione romanesca, può avere convenienza a “buttarla in caciara”, coinvolgendo attori esterni, mettendo alla prova le reazioni occidentali e alimentando l’incertezza sui confini stessi del conflitto.

È anche in questa chiave che vanno lette le attività ibride, le pressioni sulle infrastrutture critiche, le operazioni di sabotaggio attribuite alla Russia, le interferenze e le azioni condotte al di sotto della soglia del conflitto armato aperto.

Sono strumenti particolarmente insidiosi proprio perché sfruttano le aree nelle quali le società occidentali risultano più vulnerabili e nelle quali attribuzione, proporzionalità della risposta e costruzione del consenso politico richiedono tempo.

Ed eccoci di nuovo alla resilienza.

Perché una NATO credibile non deve soltanto essere capace di vincere una battaglia. Deve dimostrare di poter assorbire pressioni, proteggere le proprie società, mantenere funzionanti le infrastrutture, sostenere nel tempo lo sforzo industriale e militare e, soprattutto, conservare la propria coesione politica.

Il sostegno della NATO e dell’Unione europea rimane quindi fondamentale per la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina e, più in generale, per quella europea. Al tempo stesso, la capacità di mantenere aperti canali di comunicazione con Mosca resta una componente della gestione del rischio.

Difficilmente questa guerra produrrà una soluzione semplice. Uno stallo prolungato avrebbe anzi bisogno, forse più di quanto si voglia ammettere pubblicamente, di relazioni sottotraccia a tutti i livelli: intelligence, diplomazia e military-to-military.

I negoziati restano difficili. Servirebbe una capacità politica internazionale, dove però non si intravedono figure chiave, in grado di gestire contemporaneamente fermezza, deterrenza e dialogo con Mosca.

Ed è forse proprio qui che resilienza e deterrenza finiscono per incontrarsi.

La credibilità della NATO non dipende soltanto da quante forze può schierare o da quante armi può produrre. Dipende anche dalla capacità di convincere un potenziale avversario che le nostre società possono resistere, che le nostre industrie possono continuare a produrre, che le nostre istituzioni possono continuare a decidere e che, nonostante inevitabili divergenze tra democrazie sovrane, l’Alleanza rimarrà politicamente coesa.

In fondo, la deterrenza comincia proprio da qui.

Tag editoriali

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!