Italia: politica, istituzioni e società

Marattin e il centrodestra: che sia una scelta politica e non un “piano B”

Le ingerenze russe e la sicurezza nazionale ridefiniscono la posta in gioco delle prossime elezioni. In questo scenario, un’alleanza tra liberali, popolari e conservatori potrebbe costituire un argine alle posizioni più accomodanti verso Putin. Per il PLD, un eventuale accordo con Forza Italia avrebbe ragioni strategiche

Marattin e il centrodestra: che sia una scelta politica e non un "piano B"
Alessandro CheloAlessandro Chelo17/10/2026Aggiornato 17/10/20263 min lettura630 parole

Il 15 settembre scorso, il Parlamento europeo ha approvato una relazione per istituire uno scudo democratico europeo contro le ingerenze e la guerra ibrida.

Sulla base di riscontri oggettivi ormai innumerevoli, quali attacchi informatici, sabotaggi fisici, incendi dolosi, spionaggio, disturbo delle reti di telecomunicazione, sostegno a movimenti antioccidentali e campagne di disinformazione, il testo identifica la Federazione Russa come la principale minaccia esterna all’integrità democratica dell’Unione europea.

Per quanto attiene alle campagne di disinformazione ordite sui social dalle agenzie russe, si specifica molto opportunamente che “i bot russi non sono libertà di espressione” e si propone di istituire un Centro europeo per la resilienza democratica.

Per quanto attiene all’Italia, il principale intento delle campagne di disinformazione appare oggi evidente: screditare le politiche attuate dal governo Meloni, considerato avverso alle iniziative putiniane.

Per quanto dall’opposizione si abbia gioco facile nel lanciare al governo accuse di ondivaganza tra una visione sovranista subordinata a Trump e un’insufficiente risolutezza nel sostenere l’Unione europea, il governo, dal giorno del suo insediamento, ha tenuto fede all’impegno di coniugare visione europea e vocazione atlantista.

In passato coniugare questi due elementi non era così difficile, ma con l’avvento del presidente Trump è diventato uno sforzo improbo. Considerando tutte le difficoltà che lo scenario odierno implica, la presidente Meloni, stupendo molti e certamente anche me, ha dimostrato una statura davvero notevole, statura recentemente confermata durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo.

Forse nessuno era mai riuscito a illustrare con tanta efficacia e in modo così sintetico la necessità del sostegno all’Ucraina: il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile.

In vista delle prossime elezioni, le interferenze russe sono dunque finalizzate a determinare un cambio di rotta alla guida del Paese. Gli obiettivi sono due: primo, indebolire la coalizione meloniana; secondo, rafforzare nel campo avverso, il campo largo, le posizioni più accondiscendenti nei confronti delle ambizioni putiniane.

Questi due obiettivi sono facilmente collegabili ai nomi di due protagonisti: Roberto Vannacci e Giuseppe Conte. Il primo ha la funzione di drenare consensi alla coalizione meloniana, il secondo di porsi alla guida del campo largo garantendo una posizione accondiscendente, se non un vero e proprio servilismo, nei confronti della Russia di Putin.

Questa è la posta in gioco nella prossima tornata elettorale. C’entrano poco destra e sinistra, c’entra poco il bipopulismo, lo scenario è cambiato, la contraddizione principale è un’altra e riguarda niente meno che la sicurezza nazionale.

L’alternativa a un campo largo grillo-comunista a vocazione putiniana è rappresentata da un’alleanza tra il mondo politico liberal-popolare e il mondo politico conservatore, un’alleanza che, per parafrasare il centro europeo in via di costituzione a cui mi riferivo sopra, potremmo definire Centro nazionale per la resilienza democratica.

In quest’ottica, la scelta di chi si richiama ai principi liberali dovrebbe essere pressoché obbligata. Mentre sembra che Carlo Calenda, ancorché in prima fila nel denunciare gli intenti putiniani, intenda tenersi, di fatto, fuori dalla partita confidando in una situazione di stallo a lui tatticamente favorevole, sembra al contrario che Luigi Marattin legga più lucidamente lo scenario e, ma ancora non c’è alcunché di ufficiale, che il piccolo partito che guida, il PLD, attraverso un accordo con Forza Italia, si appresti a far parte della coalizione a sostegno di Meloni.

Peccherebbe peraltro di miopia se giustificasse questa opzione come “obbligata” dai vincoli posti dal nuovo sistema elettorale, come una sorta di piano B: le ragioni che suggeriscono questa scelta sono innanzitutto strategiche e politiche.

Per questo, è molto importante che il PLD metta invece a fuoco il peculiare ruolo che potrebbe svolgere nei confronti di Forza Italia e della coalizione, ruolo che, a mio giudizio, potrebbe rivelarsi più influente di quanto il suo modesto peso elettorale possa far immaginare.

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