Italia: politica, istituzioni e società

Meloni, i liberali e l’occasione da non perdere

Il confronto elettorale investe due visioni della società: la tradizione cattocomunista del campo largo e la possibilità di una svolta liberale del centrodestra. Una prospettiva che interroga anche le scelte delle forze centriste.

Giorgia Meloni davanti a una passerella incompleta e a un grande varco aperto su edifici in costruzione, metafora di un’occasione politica da realizzare.
Alessandro CheloAlessandro Chelo02/11/2026Aggiornato 01/11/20264 min lettura863 parole

Lo scontro politico fra destra e sinistra sottintende un confronto culturale tra innovazione e passatismo.

Da tempo l’approssimarsi della scadenza elettorale non era così sentito come pare esserlo oggi: non escludo che potremo assistere a un certo ridimensionamento dell’astensione.

Perché? Qual è la posta in palio? In cosa consiste il confronto fra le diverse proposte? Certo, per tentare una risposta, possiamo continuare a utilizzare lo schema destra/sinistra, o fare riferimento a diversi blocchi sociali.

Naturalmente avrebbe un senso: destra e sinistra propongono politiche differenti a cui aderiscono diversi blocchi sociali, prova ne è la recente polemica relativa alla cosiddetta flat tax per le partite IVA e la conseguente contrapposizione tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi.

Eppure alla radice di questo conflitto c’è qualcosa di più profondo e radicato, qualcosa di prepolitico che investe la sfera esistenziale: gareggiano diverse etichette politiche, partecipano diversi blocchi sociali, ma soprattutto si manifestano due diversi impianti culturali, uno ben radicato, l’altro emergente.

Il primo impianto culturale ha radici profondissime che hanno pervaso nel tempo, trasversalmente, l’intera società italiana ed è riconducibile al connubio tra cattolicesimo sociale e dottrina comunista, connubio cementato dal patto istituzionale postbellico, stipulato all’insegna della retorica antifascista.

Tale impianto culturale nega di fatto il principio di responsabilità individuale e affida allo Stato un compito educativo, pedagogico, dispensatore di equità e giustizia.

In nome di un egualitarismo di maniera e di una visione mistica del lavoro, il profitto è demonizzato, più lo tassi e più sei giusto e l’esercizio del libero arbitrio è sostanzialmente negato giacché i comportamenti individuali sarebbero sostanzialmente effetto di fattori esterni: la società, il potere, il sistema.

Secondo questa visione, la responsabilità sociale ha premio sulla responsabilità individuale e i diritti del lavoratore hanno premio su quelli del cittadino.

L’impianto culturale alternativo, di natura liberale, non è mai riuscito a definirsi e proporsi, nonostante la sua formazione sia diventata nel tempo vieppiù urgente, direi cruciale, vitale.

Grazie a un’intuizione per quel tempo visionaria, Silvio Berlusconi cercò di promuoverne la formazione, ma il contesto politico di allora non consentiva di dare concretamente vita a un’effettiva svolta liberale. Non solo e non tanto a causa della ricattabilità derivante dai suoi molteplici e inevitabili conflitti di interesse, ma proprio a causa delle condizioni politiche del tempo.

Basti pensare che egli dovette immaginare un’alleanza geograficamente variabile, al Nord con la Lega di Bossi, al Sud con il partito di Fini, l’uno di ispirazione secessionista, l’altro traboccante di sentimento fascista.

Poteva forse permetterselo poiché il suo partito, Forza Italia, aveva la salda e indiscussa guida dell’alleanza, ma non appena il suo consenso prese ad attenuarsi, quell’alleanza iniziò a scricchiolare, dimostrando tutta la sua contraddittorietà e inconsistenza.

E oggi? Forse oggi le condizioni sono invece favorevoli? È forse venuto il tempo di dare vita a una coalizione di ispirazione innovatrice? Non lo si può giurare, ma forse ci si può scommettere.

La maturazione di Meloni, testimoniata dalla barra dritta sulla rotta dei conti in ordine e della sicurezza nazionale, unita all’esclusione del partito fascistoide di Vannacci dall’alleanza, favorisce la possibilità di innovare il sistema democratico, dando vita a una coalizione ragionevolmente ispirata a principi liberali.

Se così fosse, e credo che così sarà, la partita elettorale si giocherà fra un blocco passatista, il cosiddetto campo largo, custode della cultura cattocomunista, questa volta cementato non solo dalla retorica antifascista, ma anche dal sentimento antioccidentale, e un blocco innovatore, il cosiddetto centrodestra, promotore dei valori liberaldemocratici occidentali, cementato dall’intento di imprimere una svolta liberale al governo del Paese.

Certo, so bene che questo nascente blocco culturale non è scevro di contraddizioni ed è proprio per questo che va sostenuto il riallineamento di Forza Italia ai suoi originari principi di ispirazione centrista e liberale e va favorita la partecipazione di altre forze liberali alla coalizione.

Le forme per esercitare tale partecipazione dovranno naturalmente fare i conti con le regole dettate dal nuovo sistema elettorale, ma la scelta no, quella non deve assomigliare a un escamotage tattico dettato da mera convenienza elettorale e neppure a una sorta di “piano B”, ma deve essere il frutto di un’analisi profonda che prescinda dalla contingenza e da ogni tatticismo.

Certo, l’esito non è affatto scontato poiché il blocco passatista, pur attraversato da laceranti contraddizioni e incapace di esprimere una leadership davvero unitaria, conta su un elettorato che, come dimostra l’esito del recente referendum sulla giustizia, si compatta al richiamo della foresta: l’antifascismo e la difesa della “Costituzione nata dalla Resistenza”.

Ciò nondimeno, mai fino ad oggi le condizioni politiche sono state così favorevoli alla creazione di una coalizione autenticamente riformatrice che provi a imprimere una svolta liberale al governo del Paese ed è per questo che non esito a definire “storica” questa occasione elettorale.

Nel mondo terzopolista, sedicente liberale, molti preferirebbero non giocare la partita e rifugiarsi col ditino alzato a recitare la parte dei competenti incompresi.

In realtà costoro dimostrano di essere, loro malgrado, condizionati dalla contaminazione della pervasiva cultura cattocomunista e di non riuscire a scrollarsela di dosso. Credo che il corpo elettorale sia più consapevole di quanto non dimostrino questi liberali a metà del guado e che lo testimonierà col voto.

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2 lettori ne hanno parlato

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  1. Daniela Martino

    Da chi vive all’ estero e osserva l’Italia a distanza, trovo questa analisi interessante e corretta sul punto essenziale.
    Il vero scontro non è tra destra e sinistra, ma tra chi crede nella responsabilità individuale e chi preferisce affidare allo Stato il compito di educarci ed eguagliarci secondo una logica che storicamente ha portato a esiti autoritari. Se Meloni riuscirà a trasformare questa intuizione in politiche concrete, meno Stato, più mercato, meno retorica e più libertà, allora sì, sarà un’occasione storica. Altrimenti resterà solo un’ altra occasione sprecata, come ne abbiamo già viste tante. I liberali autentici non hanno bisogno di etichette, hanno bisogno di risultati.

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  2. Antonino La Barbera

    Non ci vuole molto a capire da che parte sta l’ autore.Analisi vecchia sentita e risentita.Ma i famosi liberali in Italia dove stanno? E’ una etichetta che molti si appiccicano per darsi una dignità politica.Poi ci sono, nella pratica,un partito aziendale,quelli che non possono dire di essere antifascisti e gli altri, un partito territoriale, nato su presupposti razzisti, contro una parte di italiani, oggi diventato nazionalista che predica sovranità.

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