Medio Oriente

Assassinio sul Medio Orient Express: chi ha ucciso il Captagon?

Dopo il 7 ottobre 2023 il Captagon era ovunque: sui giornali, nelle analisi e nel racconto dei miliziani di Hamas. Poi è scomparso. Una congiura del silenzio con molti possibili moventi, proprio come sull’Orient Express. C'è una vignetta famosissima che gira sul web, con una tizia

Emma Zaira18/08/2026Aggiornato 09/09/20266 min lettura1.220 parole
Anteprima

Dopo il 7 ottobre 2023 il Captagon era ovunque: sui giornali, nelle analisi e nel racconto dei miliziani di Hamas. Poi è scomparso. Una congiura del silenzio con molti possibili moventi, proprio come sull’Orient Express.


C’è una vignetta famosissima che gira sul web, con una tizia che vorrebbe dormire, ma il suo cervello glielo impedisce, sadico, bersagliandola a tradimento con domande assurde. La mia personale versione si è manifestata l’altra notte, quando di colpo, senza una ragione precisa, mi sono chiesta: ma il Captagon, che fine ha fatto?

Ricordo i giorni di metà ottobre 2023: era ovunque. Tutti i media riportavano che nelle tasche dei miliziani di Hamas uccisi o catturati dopo il 7 ottobre erano state rinvenute pasticche di un eccitante dal nome vagamente star trekkiano: il Captagon.

Sky TG24, La Stampa, la Repubblica, Vanity Fair, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Focus.it. Tutti ci spiegavano cos’era la “droga della jihad”, la “cocaina dei poveri”, con toni che sfioravano la pubblicità occulta per chi ha problemi di autostima: una sostanza così potente come compressore delle inibizioni da trasformarti in una macchina, seppure di morte, inarrestabile. C’era quasi da farci un pensiero.

E per qualche settimana, in effetti, non c’era testata italiana o estera che sfuggisse al fascino del Captagon: Jerusalem Post, Semafor, USA Today, Haaretz. Tutte le fonti ci vendevano la tesi di una torma di assassini spietati che planava dal cielo in parapendio in preda a una furia genocidaria chimicamente indotta.

Poi, a un certo punto, più niente. Una sparizione repentina quanto misteriosa.

In Italia e in Europa, il Captagon si dissolve già a partire dal dicembre 2023. Se ne trovano tracce solo su testate locali: il Captagon, a furia di promuoverne le strabilianti proprietà, era finito nella movida notturna israeliana.

Nei club di Tel Aviv lo chiamavano “Nukhba drug” e ci si sballavano in nome della vita, anziché della morte, come in una sorta di nemesi. Altrove, invece, era semplicemente evaporato.

Per capire chi avesse avuto interesse a toglierlo dai radar, va fatto un passo indietro. Fino agli anni 2000 la Siria di Assad produceva fino all’80% del Captagon mondiale. Produzione industriale, protetta, gestita in larga parte dalla 4ª Divisione di Maher al-Assad.

Hezbollah ne era parte integrante, coinvolta nella logistica e nella protezione dei laboratori. Le rotte del traffico puntavano verso il Golfo, ma anche verso Gaza, dove risultavano sequestri significativi ai valichi di Rafah, Kerem Shalom, Allenby. Quantità più piccole rispetto a quelle più importanti dirette in Arabia Saudita, ma costanti.

L’IDF documentava a più riprese l’uso massiccio del Captagon tra gli scavatori dei tunnel di Gaza. Un lavoro estenuante, sotto terra, lungo interminabili turni in assenza d’aria. Molti minori ne morivano, per via della sostanza stessa, a causa di crolli o semplicemente sfiniti.

Mi colpisce la continuità simbolica: la stessa droga che inondava le sinapsi delle Brigate Al-Qassam durante Al-Aqsa Flood era già servita come stimolante per scavare le infrastrutture dell’assalto, immolando i più invisibili fra i martiri, quindicenni con il piccone in mano invece dell’AK-47.

Ancora più strano, dunque, che nessuno, da due anni a questa parte, parli più di questo filo stupefacente, soprattutto in considerazione del dibattito che la virulenta risposta israeliana ha scatenato nel frattempo.

L’opinione pubblica, divisa tutt’altro che equamente tra le ragioni dei palestinesi e quelle di Israele, ha dimenticato il Captagon, grande assente nel profluvio di tesi innocentiste e colpevoliste che invadono la rete. Nessuna argomentazione, da qualsiasi parte provenga, ne menziona mai il ruolo, come se non fosse mai esistito.

Un silenzio bipartisan che riecheggia la congiura del silenzio del celebre romanzo di Agatha Christie. Così come sull’Orient Express, non c’è un solo colpevole, ma tutti hanno un movente: le autorità israeliane, impegnate in una campagna militare di recupero degli ostaggi, temevano probabilmente che la droga diventasse un’attenuante; il fronte pro-pal non poteva ammettere che quelli che nel frattempo erano diventati gli eroi della resistenza avessero bisogno di aiutini; i media, infine, di fronte a un tema scomodo per entrambi i poli, hanno semplicemente voltato pagina.

La purezza ideologica e l’abnegazione che arriva al sacrificio di sé si appannano un po’ e la retorica non regge se qualcuno, a monte, aveva deciso di caricarli chimicamente.

Tutti, insomma, hanno inferto la loro coltellata e, anche se non troveremo prove sul cadavere ormai stecchito del Captagon, si possono fare supposizioni fondate: è morto, in definitiva, perché nessuno aveva interesse a tenerlo in vita.

Israele, nei giorni e nelle settimane successive al 7 ottobre, era un Paese scioccato. Non si aspettava che il consenso internazionale venisse meno così in fretta e in modo così brutale, finendo per isolarlo.

In quella fase era comprensibile che non volesse offrire alibi a chi l’aveva ferito in modo così devastante. Non voleva che il massacro venisse in qualche modo “spiegato” o ammorbidito. Del resto, troppo spesso l’instabilità psichica viene usata come scusa. Lo vediamo ancora oggi. Lo vediamo da decenni.

Come molti prima di lui, l’attentatore di Modena del maggio 2026 ne è un esempio: l’auto che, a giudicare dai titoli, “si lancia sulla folla”, quasi dotata di autonoma volontà. Perché chi la guida non è, del resto, in sé: ha un profilo problematico, è un “cane sciolto”, un disadattato che nulla ha mai a che fare con radicalizzazione e jihad.

Come se la malattia mentale esaurisse la questione, si puntano i riflettori su un’alterazione psicofisica e si evita così il confronto con un’ideologia violenta che ha causato centinaia di migliaia di morti.

Ma chi mette il Captagon a disposizione dei terroristi e degli scavatori è in realtà lucidissimo. Non si fida abbastanza della loro sola determinazione. Non basta l’odio. Non bastano l’indottrinamento, la gloria o la promessa di un aldilà pieno di sensuali delizie.

Serve qualcosa che spenga la coscienza, giusto in caso. È lo stesso sadismo che spinge a usare civili come scudi umani: un sistema che tratta la vita del miliziano e quella del civile come materiale di consumo.

Questo è il pezzo di verità che perdiamo quando accettiamo tesi comode e lacunose, sterilizzate dai nostri bias, quando “ci dimentichiamo” del Captagon e ci scopriamo indifferenti al suo ruolo, così rivelatore del cinismo calcolatore di chi usa i palestinesi da decenni come carne da cannone o come mascotte, sbandierandone le sofferenze a beneficio del proprio narcisismo morale.

Perché se Poirot avesse potuto fare due chiacchiere con Kay Scarpetta, avrebbe scoperto che non tutte le coltellate sono ugualmente letali e che alcuni colpevoli sono più colpevoli di altri.

Difficile riunirli tutti in una stanza, come Ellery Queen, visto il numero, e tantomeno riuscire a farli confessare, ma ognuno di noi, ci scommetto, ne ha in mente qualcuno.


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