Economia, energia e globalizzazione

Bonus, debito e consenso: la manovra del coraggio che manca

Tra richieste di flessibilità europea, bonus e promesse elettorali, i conti pubblici continuano a gravare sui soliti contribuenti. Eppure i margini per intervenire sulla spesa, riformare l’assistenza e far emergere il lavoro nero esistono. Percorrerli richiede una politica capace di rinunciare al consenso comprato a debito

Bonus, debito e consenso: la manovra del coraggio che manca
Valerio SaleValerio Sale15/10/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura740 parole

“Non hanno voglia di lavorare”, ha sbottato bonariamente il ministro dell’Economia del governo italiano a chi gli ha fatto osservare l’assenza quasi totale dei deputati alla presentazione del Documento programmatico di bilancio. La manovra finanziaria ridotta al triste quadretto familiare di un Paese piccolo, come una barchetta in galleggiamento nel mare tempestoso della finanza mondiale. Giusto per stare nelle metafore usate dal ministro in tema di conti pubblici.

Mentre il presidente del Consiglio è partita lancia in resta verso la battaglia finale della flessibilità europea, il piatto dei conti pubblici piange e le lacrime saranno versate dai soliti noti: dipendenti, pensionati, ceto medio.

L’idea che sta dietro al mantra della flessibilità da chiedere alla UE non è delle migliori. Accanto ai 14,4 miliardi di euro all’anno di extradeficit da clausola, divisi a metà fra energia e difesa, i confini della manovra ordinaria significano: più debito, dunque più spesa per interessi che pagheranno le famiglie con meno servizi.

Un’altra idea, in antitesi alla cultura del debito e che circola da tempi immemori, è quella di mettere mano alle spese dello Stato che oggi ammontano a 1.157 miliardi. Da quando si chiamava “spending review”, e nel 2013 ammontava a “soli” 830 miliardi, è stata invocata, apprezzata, trascurata, ignorata ed infine affossata.

Uno dei suoi progenitori, l’economista Carlo Cottarelli, è sempre lì e con lui una schiera di economisti liberali che continuano a ritenere la strada non solo necessaria, ma percorribile.

Le leve principali per migliorare i conti sono quelle di sempre: taglio delle spese e aumento del gettito fiscale. Nell’Italia dei record di debito, tasse ed evasione, l’azione sulle due leve della gestione finanziaria è quanto mai collegata. Lo dimostrano la spesa fiscale rappresentata dai cosiddetti bonus fiscali e il greatest hit della gestione dei conti pubblici italiani: il recupero dell’evasione.

La proliferazione italiana dei bonus è iniziata con il bonus incapienti del 2007, è esplosa nel 2014 e da lì non si è più fermata: bonus bebè, ecobonus, sismabonus, bonus facciate, bonus mobili, bonus tende, bonus biciclette, bonus partite Iva, eccetera. Per non dire della madre di tutti i bonus, il 110%, che ha segnato il record di debito sotto forma di Pnrr.

Oggi si calcolano oltre 70 bonus attivi con una spesa complessiva stimata di 95 miliardi nel 2026. Trattasi di spese fiscali che svolgono la funzione di alimentare il consenso elettorale di numerose categorie. Una forma di spesa pubblica decentrata affidata alla scelta dei contribuenti. Invece di erogare servizi o trasferire denaro, lo Stato rinuncia a tassare, finanziando così una spesa privata in cambio del perseguimento di una missione pubblica.

L’Italia è da molto tempo prima nella classifica Eurostat per evasione fiscale complessiva in valore assoluto, superando economie più grandi e popolose come Germania e Francia. L’interazione del minor gettito con l’accessibilità a bonus e agevolazioni è osservata da Alberto Brambilla, uno dei maggiori esperti di spesa pubblica.

Una lunga schiera di agevolazioni legate all’Isee o al tetto alla fatturazione (flat tax) sono “un incentivo implicito all’evasione fiscale prodotto dalle norme statali e locali che spingono a ridurre quanto più possibile i redditi dichiarati premiando con bonus e sussidi quelli più bassi”.

Ci sono circa 4 milioni di lavoratori propensi ad offrire prestazioni in nero perché si trovano beneficiari di ammortizzatori sociali, ma anche eleggibili per la flat tax e per le prestazioni Isee che sono “il vero motore del nero”.

70 mila italiani, per la maggior parte sconosciuti al fisco, percepiscono l’assegno sociale che viene loro concesso senza chiedere che cosa abbiano fatto in 67 anni e di cosa abbiano vissuto: l’Inps paga a piè di domanda (!) e in più Enti locali e PA offrono sconti sulle prestazioni, carta acquisti, sconti su mezzi pubblici, bonus affitto, canone tv, gas, energia, ecc.

Può bastare? Ci sarebbero anche le pensioni d’invalidità, di cui il 66% al Sud e nelle Isole e il 34% al Nord. Ma sì, può bastare.

I margini di manovra sul taglio alle spese e sull’emersione, con l’obiettivo di creare lavoro e aumentare la produttività, sono ampi. Assai di più di qualche invocata patrimoniale che rischia di attingere risorse a spesa invariata.

Conclusione: mettere mano alla spesa, riformare e istituire una banca dati nazionale della spesa assistenziale (in cantiere da 20 anni) che sostituisca l’Isee, far emergere il lavoro nero. Per smettere di promettere tutto a tutti e farlo con il debito pubblico, occorre una politica coraggiosa. E il coraggio, “se uno non ce l’ha, mica se lo può dare”, diceva don Abbondio.

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