Italia: politica, istituzioni e società

Botti di Capodanno e cortocircuiti. Se la sinistra scambia la realtà per una metafora

C’è una differenza sostanziale tra lo smarrimento e il calcolo, tra il perdere la strada e il vendere la mappa al miglior offerente. Guardando l’attuale sinistra italiana — quella che occupa i talk show e le piazze ma ha disertato il Paese reale — viene il

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco02/01/2026Aggiornato 08/09/20263 min lettura656 parole
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C’è una differenza sostanziale tra lo smarrimento e il calcolo, tra il perdere la strada e il vendere la mappa al miglior offerente. Guardando l’attuale sinistra italiana — quella che occupa i talk show e le piazze ma ha disertato il Paese reale — viene il dubbio che non siamo di fronte a un errore di rotta, ma a una raffinata operazione di cinismo autoconservativo.

Il cortocircuito è totale. La sinistra è in guerra con se stessa, con la sua storia e, fatto ancora più grave, con il principio di realtà. Basta osservare la gestione della piazza “pro-Pal”. Non serviva un oracolo per capire che certi slogan, certe adunate urlanti, portavano con sé un retrogusto amaro, un sentore di eversione che ricorda in modo inquietante gli anni Settanta.

Lo ha scritto con lucidità Luciano Violante sulle colonne del Riformista, ma nelle segreterie di partito la storia è evidentemente materia facoltativa.

Dov’è finita quella sinistra? Quella che, di fronte al terrorismo e al caos, sceglieva la responsabilità? Quando le Brigate Rosse rapivano Moro e attaccavano il cuore dello Stato, Enrico Berlinguer non scese in piazza a cercare voti tra gli estremisti. Scelse il Compromesso storico, la solidarietà nazionale, il governo Andreotti IV.

Scelse di difendere le istituzioni democratiche, anche a costo di scontentare la pancia ribollente del movimento. Fu una scelta di gravità istituzionale, di chi anteponeva la tenuta del Paese al decimale nei sondaggi.

Oggi, i nipoti degeneri di quella tradizione sembrano affascinati dal fuoco che brucia, convinti di poterlo maneggiare per riscaldare il proprio consenso elettorale, senza accorgersi che si stanno bruciando le mani e la credibilità.

Ma il tradimento si consuma anche nel balletto ipocrita delle idee rinnegate. Prendiamo la riforma della giustizia e la separazione delle carriere. Per anni è stata un cavallo di battaglia, una proposta presente nei disegni di legge del PD, un tema caro a una certa cultura garantista.

Oggi? Oggi che la propone la destra, diventa improvvisamente un attentato alla Costituzione. Hanno cambiato idea tutti, persino Renzi e quel che resta del fantomatico Terzo Polo, in una rincorsa al “no” che non ha nulla di politico, ma tutto di posizionale.

Se la presidente Meloni dicesse che il cielo è blu, il PD riunirebbe la direzione per votare una mozione a sostegno del grigio.

Lo stesso vale per il Ponte sullo Stretto. Un tempo opera strategica per il lavoro e il Sud, oggi totem del male assoluto solo perché lo vuole “l’altro”. È il trionfo del pregiudizio sulla progettualità.

Da ex attivista di sinistra, guardare questo spettacolo non provoca rabbia, ma estraneità. C’è poco o nulla da riconoscere. I dirigenti sembrano aver sostituito la bussola valoriale con il pallottoliere dei like.

Non è che non capiscano la gravità della situazione; probabilmente la capiscono benissimo, ma hanno deciso scientificamente di lucrare sulle passioni, sacrificando l’interesse generale sull’altare della propria sopravvivenza politica.

Quella sinistra portatrice di valori solidi — il lavoro, la sicurezza sociale, la famiglia come nucleo di solidarietà, il progresso reale — si è fatta semplicemente gioco dei suoi elettori.

E allora, visto che siamo alla vigilia di un nuovo inizio, concediamoci un pensiero, piccolo ma doveroso, mentre i calici si alzano. L’augurio per questo 2026 non è la solita retorica della “pace e serenità”, ma qualcosa di più faticoso: la lucidità.

L’auspicio è che questa classe dirigente, ubriaca di narrazioni, riesca a smaltire la sbornia ideologica e torni a leggere la realtà per quella che è, e non per come vorrebbe che fosse su TikTok o Instagram.

Che smettano di vivere la politica come una metafora di se stessi e tornino a occuparsi della prosa della vita reale. Sarebbe il botto più rumoroso di tutti: il rumore di qualcuno che, finalmente, apre gli occhi.


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