Italia: politica, istituzioni e società
Caro Monti non è con la reductio ad fascismum che si batte Vannacci
Mario Monti ha affrontato Roberto Vannacci agitando lo spettro del fascismo anziché confutarne le tesi. È una scorciatoia che rischia di rafforzare proprio il populismo che vorrebbe combattere. Contro slogan e distorsioni non servono anatemi, ma il lavoro paziente e asimmetrico di chi oppone fatti, dati

Come sottolineato qualche giorno fa da Andrea Venanzoni sul Tempo, a Cernobbio, Mario Monti non ha impartito alcuna «severa lezione» al generale Vannacci. Agitando lo spettro del fascismo e del vilipendio alla Costituzione nel suo intervento, Monti ha tentato la facile via della delegittimazione dell’avversario invece di provare a demolirne gli argomenti. Al posto della confutazione sistematica, l’ex presidente del Consiglio ha scelto la scorciatoia della fallacia logica.
Si tratta della solita reductio ad fascismum, un espediente dialetticamente scorretto a cui una larga fetta dell’establishment occidentale ricorre quando si trova di fronte a figure antisistema: invece di entrare nel merito, di smontare con la pacatezza di chi conosce i fatti le tesi dell’interlocutore di turno, urla al mostro.
L’obiettivo è, appunto, delegittimare l’avversario, suscitare indignazione fino a invocarne, implicitamente, l’espulsione dall’arena del dibattito pubblico.
Venti e più anni di tornate elettorali – da ultimo, ieri in Sassonia-Anhalt – ci insegnano che i tentativi di delegittimazione finiscono spesso per produrre l’effetto opposto a quello auspicato. Mobilitano ulteriormente chi è già schierato e, soprattutto, risvegliano in una fetta più ampia dell’opinione pubblica risentimenti altrimenti sopiti.
In altre parole, chi pretende di mettere all’angolo i populismi con facili escamotage finisce per amplificarne il successo elettorale.
E pensare che Monti avrebbe avuto abbondanza di materiale cui attingere per inchiodare il generale alle sue sparate da venditore di fumo. Il programma politico-economico di Vannacci è infatti una tale miniera di fesserie sesquipedali da offrire a un interlocutore mediamente preparato una quantità infinita di bersagli. Sarebbe bastato inchiodarlo ai numeri, ai fatti, alle fonti.
Certo, discutere seriamente con chi costruisce consenso attraverso slogan non è mai facile. Proprio per questo il confronto non poteva né doveva rinunciare alla logica della confutazione per ridursi ad agitare lo spettro del fascismo; se non per fair play, almeno per convenienza.
Il mantra del ritorno del fascismo ha infatti perso efficacia persuasiva. Anzi, tende a trasformarsi in carburante per quella stessa dinamica antagonista che vorrebbe disinnescare.
Se tutto ciò che i «migliori» sanno offrire a quella parte di elettorato già insofferente verso il «sistema» è la fatwa perbenista, non è difficile capire perché in molti finiscano per abbracciare, per reazione viscerale, proprio ciò che gli viene intimato di respingere.
Il problema, allora, è anche – forse soprattutto – di tipo narrativo. Il populismo ha un vantaggio formidabile: semplifica e amplifica la realtà. Riduce la complessità a slogan, trasforma problemi reali in spiegazioni monocausali, offre colpevoli immediatamente riconoscibili. È una macchina rozza, ma straordinariamente efficace.
A fermarla o, almeno, a ostacolarne la corsa non serve evocare i fantasmi del passato. Al contrario, si deve procedere passo dopo passo, con la pazienza e l’abnegazione di chi intende ristabilire una quota minima di verità: fatti contro falsità, dati contro impressioni, argomenti contro slogan.
È un lavoro certosino, ingrato e terribilmente asimmetrico. Ma è l’unico che funzioni.
Secondo la legge di Brandolini, per smentire una stronzata serve un ordine di grandezza di energia in più rispetto a quello necessario per produrla. Chi vuole difendere la società aperta dovrebbe partire da questo punto e rassegnarsi al lavoro, lungo e ingrato, che la realtà impone.
La battaglia, dunque, non è più fascismo contro antifascismo, ma tra chi sfrutta la distorsione della realtà per demolire le istituzioni democratiche con sgangherati richiami identitari e chi, pur consapevole dei loro limiti e delle loro inefficienze, quelle istituzioni vuole preservarle, correggerle, migliorarle.
Più che una battaglia, quella per la difesa della democrazia sarà una guerra a bassa intensità – si spera – ma pur sempre lunga e faticosa. Se i Monti et similes pensano di poterla affrontare con i goffi stratagemmi della delegittimazione e l’arma spuntata dell’anatema, farebbero meglio a cedere la scure a chi possieda l’energia e la dedizione per combatterla a viso aperto sul campo della confutazione fattuale.
Nel frattempo, all’orizzonte, la retorica sovranista – sempre più sfrontata – continua a mietere consensi.
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