Italia: politica, istituzioni e società

Caro Monti non è con la reductio ad fascismum che si batte Vannacci

Mario Monti ha affrontato Roberto Vannacci agitando lo spettro del fascismo anziché confutarne le tesi. È una scorciatoia che rischia di rafforzare proprio il populismo che vorrebbe combattere. Contro slogan e distorsioni non servono anatemi, ma il lavoro paziente e asimmetrico di chi oppone fatti, dati

Caro Monti non è con la reductio ad fascismum che si batte Vannacci
Carlo Dalle Ceste13/09/2026Aggiornato 17/10/20263 min lettura651 parole

Come sottolineato qualche giorno fa da Andrea Venanzoni sul Tempo, a Cernobbio, Mario Monti non ha impartito alcuna «severa lezione» al generale Vannacci. Agitando lo spettro del fascismo e del vilipendio alla Costituzione nel suo intervento, Monti ha tentato la facile via della delegittimazione dell’avversario invece di provare a demolirne gli argomenti. Al posto della confutazione sistematica, l’ex presidente del Consiglio ha scelto la scorciatoia della fallacia logica.

Si tratta della solita reductio ad fascismum, un espediente dialetticamente scorretto a cui una larga fetta dell’establishment occidentale ricorre quando si trova di fronte a figure antisistema: invece di entrare nel merito, di smontare con la pacatezza di chi conosce i fatti le tesi dell’interlocutore di turno, urla al mostro.

L’obiettivo è, appunto, delegittimare l’avversario, suscitare indignazione fino a invocarne, implicitamente, l’espulsione dall’arena del dibattito pubblico.

Venti e più anni di tornate elettorali – da ultimo, ieri in Sassonia-Anhalt – ci insegnano che i tentativi di delegittimazione finiscono spesso per produrre l’effetto opposto a quello auspicato. Mobilitano ulteriormente chi è già schierato e, soprattutto, risvegliano in una fetta più ampia dell’opinione pubblica risentimenti altrimenti sopiti.

In altre parole, chi pretende di mettere all’angolo i populismi con facili escamotage finisce per amplificarne il successo elettorale.

E pensare che Monti avrebbe avuto abbondanza di materiale cui attingere per inchiodare il generale alle sue sparate da venditore di fumo. Il programma politico-economico di Vannacci è infatti una tale miniera di fesserie sesquipedali da offrire a un interlocutore mediamente preparato una quantità infinita di bersagli. Sarebbe bastato inchiodarlo ai numeri, ai fatti, alle fonti.

Certo, discutere seriamente con chi costruisce consenso attraverso slogan non è mai facile. Proprio per questo il confronto non poteva né doveva rinunciare alla logica della confutazione per ridursi ad agitare lo spettro del fascismo; se non per fair play, almeno per convenienza.

Il mantra del ritorno del fascismo ha infatti perso efficacia persuasiva. Anzi, tende a trasformarsi in carburante per quella stessa dinamica antagonista che vorrebbe disinnescare.

Se tutto ciò che i «migliori» sanno offrire a quella parte di elettorato già insofferente verso il «sistema» è la fatwa perbenista, non è difficile capire perché in molti finiscano per abbracciare, per reazione viscerale, proprio ciò che gli viene intimato di respingere.

Il problema, allora, è anche – forse soprattutto – di tipo narrativo. Il populismo ha un vantaggio formidabile: semplifica e amplifica la realtà. Riduce la complessità a slogan, trasforma problemi reali in spiegazioni monocausali, offre colpevoli immediatamente riconoscibili. È una macchina rozza, ma straordinariamente efficace.

A fermarla o, almeno, a ostacolarne la corsa non serve evocare i fantasmi del passato. Al contrario, si deve procedere passo dopo passo, con la pazienza e l’abnegazione di chi intende ristabilire una quota minima di verità: fatti contro falsità, dati contro impressioni, argomenti contro slogan.

È un lavoro certosino, ingrato e terribilmente asimmetrico. Ma è l’unico che funzioni.

Secondo la legge di Brandolini, per smentire una stronzata serve un ordine di grandezza di energia in più rispetto a quello necessario per produrla. Chi vuole difendere la società aperta dovrebbe partire da questo punto e rassegnarsi al lavoro, lungo e ingrato, che la realtà impone.

La battaglia, dunque, non è più fascismo contro antifascismo, ma tra chi sfrutta la distorsione della realtà per demolire le istituzioni democratiche con sgangherati richiami identitari e chi, pur consapevole dei loro limiti e delle loro inefficienze, quelle istituzioni vuole preservarle, correggerle, migliorarle.

Più che una battaglia, quella per la difesa della democrazia sarà una guerra a bassa intensità – si spera – ma pur sempre lunga e faticosa. Se i Monti et similes pensano di poterla affrontare con i goffi stratagemmi della delegittimazione e l’arma spuntata dell’anatema, farebbero meglio a cedere la scure a chi possieda l’energia e la dedizione per combatterla a viso aperto sul campo della confutazione fattuale.

Nel frattempo, all’orizzonte, la retorica sovranista – sempre più sfrontata – continua a mietere consensi.

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!