Europa e Unione Europea
Ceuta non è tornata alla normalità. Sánchez sì
Il Marocco apre e chiude il confine a piacimento, migliaia di migranti restano nell’enclave e il presidente Vivas lancia un ultimatum a Madrid. Mentre Ceuta affronta il collasso dell’accoglienza e nuove falle nella sicurezza, il governo Sánchez minimizza la crisi e attacca l’Italia. Il 15 agosto


Il Marocco apre e chiude il confine a piacimento, migliaia di migranti restano nell’enclave e il presidente Vivas lancia un ultimatum a Madrid. Mentre Ceuta affronta il collasso dell’accoglienza e nuove falle nella sicurezza, il governo Sánchez minimizza la crisi e attacca l’Italia.
Il 15 agosto 2026 il Marocco ha bloccato un nuovo tentativo di sfondamento a Ceuta. Ferragosto è trascorso in una calma tesa e irreale, con la frontiera vuota e migliaia di uomini schierati.
Dall’altra parte, sulle colline di Fnideq, erano le forze di Rabat a fermare i migranti a due chilometri dal confine. Cariche, lacrimogeni, elicotteri, droni e cani per frenare i gruppi usciti allo scoperto sulle alture.
Quasi 300 persone sono state fermate, in maggioranza provenienti dall’Africa subsahariana, caricate su minibus e portate fino a Ouarzazate, a oltre 800 chilometri da Ceuta.
Il Marocco ha espulso i giornalisti spagnoli dalla zona di confine per impedire che le immagini circolassero. Ha arrestato 61 persone accusate di promuovere la migrazione irregolare attraverso i social.
La narrazione di Madrid era già pronta: l’emergenza è sotto controllo, le frontiere tengono, la crisi è gestita.
A smentirla è il presidente della città autonoma di Ceuta, Juan Jesús Vivas, che da settimane parla alla Spagna come se Madrid fosse un altro paese. E in un certo senso lo è: Madrid ha gestito la crisi di Ceuta principalmente come un problema comunicativo. Ceuta l’ha vissuta come un problema reale.
Ceuta al collasso. I numeri contesi
Quanti migranti siano rimasti a Ceuta è già di per sé una questione politica. «Non c’è una stima ufficiale di quanti migranti siano entrati e di quanti siano realmente usciti da Ceuta».
Secondo le stime del ministero dell’Interno spagnolo, resterebbero nelle strade della città fra le 3.000 e le 5.000 persone. Ma il governo locale racconta un’altra storia: il 9 agosto il presidente di Ceuta dichiarava che i migranti ancora presenti nell’enclave erano tra gli 8.000 e gli 11.000.
La distanza tra le due cifre non è un dettaglio tecnico: è la misura della distanza tra la versione che il governo Sánchez vuole far circolare e la realtà che il governo locale di Ceuta è costretto a gestire ogni giorno.
Il governo centrale ha tutto l’interesse a minimizzare i numeri: ogni migrante ancora presente è una prova che la crisi non è chiusa, che la narrazione del «ritorno alla normalità in 48 ore» era falsa.
Il fatto che nessuno sappia con certezza quante persone si trovino in una città di 80.000 abitanti è già una condanna della gestione dell’emergenza.
«Non è una crisi migratoria, ma un episodio in cui si è messa in questione l’integrità della città, della Spagna e dell’Europa. Ceuta non è tornata alla normalità», ha dichiarato Vivas alla commissione LIBE del Parlamento europeo.
È quella stessa commissione che i ministri spagnoli hanno clamorosamente disertato, preferendo non dover rispondere, di fronte all’Europa, alle domande per le quali non avevano risposta.
Le autorità di Ceuta hanno censito 862 minori non accompagnati. I centri di accoglienza per minori presenti nell’enclave hanno una capacità complessiva di 29 posti, con un sovraffollamento di quasi il 3.000 per cento.
Centinaia di ragazzi dormono dove possono, nascosti tra le scogliere e le colline, senza cibo, senza assistenza medica e senza una prospettiva chiara su ciò che accadrà loro.
L’ultimatum di Vivas
Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha dato 30 giorni a Madrid per trovare una soluzione.
In assenza di risultati, coinvolgerà non soltanto il Parlamento e la magistratura, ma anche le comunità autonome, la Federazione dei comuni e delle province, le organizzazioni imprenditoriali e i sindacati.
È una mobilitazione istituzionale che trasformerebbe inevitabilmente la crisi di Ceuta in un caso nazionale: esattamente ciò che Sánchez vuole evitare.
La sua maggioranza parlamentare è tenuta insieme con lo spago, manca una legge di bilancio dal 2023, sua moglie è stata rinviata a giudizio per traffico di influenze e corruzione e i sondaggi lo collocano dieci punti sotto il Partito Popolare.
Vivas non è un oppositore qualsiasi: è il presidente della città autonoma che ospita la crisi e parla all’Europa da una posizione di diretta autorità istituzionale. Dispone inoltre di tutto il capitale politico necessario per trasformare l’ultimatum in un’azione legale concreta.
Quando il presidente della città che ospita la crisi ti porta in tribunale, non puoi più gestire il problema con un comunicato e una playlist da Lanzarote.
La narrazione di Sánchez e la realtà di Ceuta
Mentre il presidente di Ceuta contava i giorni prima di andare in tribunale, 862 minori non accompagnati dormivano in strutture progettate per 29. Intanto, i servizi di intelligence europei monitoravano la rotta palestinese verso l’enclave.
Sánchez, invece, era impegnato ad attaccare l’Italia. Ha convocato l’ambasciatore italiano.
Ha pubblicato i dati di Frontex per dimostrare che attraverso l’Italia passano più migranti che attraverso la Spagna, dando così ai propri avversari l’occasione di ricordargli la sanatoria di quasi un milione di irregolari.
Ha introdotto controlli sui passeggeri italiani per ripicca, applicando in modo discutibile le stesse norme Schengen che aveva denunciato come illegittime quando ad applicarle era Roma.
La realtà di Ceuta, nel frattempo, raccontava altro. Le falle nella sicurezza emerse durante la crisi non riguardano soltanto la gestione dell’emergenza.
La Guardia Civil ha identificato tra i migranti del 30 luglio diversi agenti dei servizi segreti marocchini infiltrati, presenti sul posto per osservare i tempi e le modalità della risposta delle forze di sicurezza spagnole.
Un’operazione di intelligence condotta nel territorio europeo, sotto gli occhi di tutti, mentre la Spagna era in stato di emergenza.
I servizi di intelligence europei stanno inoltre monitorando un ulteriore elemento che aggiunge una dimensione inedita alla crisi. La rotta palestinese verso Ceuta esiste ed è documentata: Gaza, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco, Ceuta.
Tra le persone coinvolte nella pressione sull’enclave sono stati identificati anche palestinesi. L’ipotesi degli apparati è che una parte di loro possa avere un profilo operativo. Non esistono prove pubbliche a sostegno di questa ipotesi.
La condizione palestinese può però offrire una copertura particolarmente favorevole proprio in Spagna. È il paese che ha riconosciuto lo Stato palestinese e imposto un embargo sulle armi destinate a Israele, e il cui governo, più di qualsiasi altro in Europa, ha costruito la propria immagine internazionale sulla causa di Gaza.
Il premier che si è presentato come paladino della Palestina si trova ora a dover gestire l’ipotesi che quella causa venga usata come copertura per attraversare il confine che non riesce a controllare.
È il tipo di ironia che la storia riserva a chi costruisce la propria identità politica su posizioni di principio senza curarsi troppo delle conseguenze operative.
Il 15 agosto e la logica del rubinetto
Il 15 agosto ha confermato ciò che il 30 luglio aveva già dimostrato: il confine di Ceuta non lo controlla Madrid. Lo controlla Rabat.
Il Marocco ha schierato centinaia di poliziotti, gendarmi e militari sulle alture di Fnideq. Ha impiegato lacrimogeni, elicotteri e droni.
Ha fermato 294 migranti e li ha trasferiti a oltre 800 chilometri dall’enclave. Ha arrestato 61 persone. Ha espulso i giornalisti spagnoli per impedire che le immagini circolassero.
Ha fatto tutto questo autonomamente, quando ha ritenuto che non convenisse consentire un secondo sfondamento.
Vale la pena chiedersi perché il Marocco abbia scelto di bloccare il 15 agosto lo sfondamento che aveva lasciato avvenire il 30 luglio. La risposta non riguarda un improvviso rispetto per la sovranità europea: riguarda il calcolo di Rabat.
Il 30 luglio il messaggio doveva essere inviato alla Spagna, all’Europa e al mondo.
Il 15 agosto il messaggio era già stato recapitato, le trattative erano in corso e un secondo sfondamento avrebbe rischiato di produrre una risposta europea sufficientemente compatta da risultare costosa per Rabat.
Questa è la geopolitica delle migrazioni nella sua forma più elementare: la frontiera come leva negoziale, il flusso migratorio come strumento di pressione, il confine che si apre e si chiude in funzione degli interessi di chi lo presidia.
Non è una novità. Kelly Greenhill aveva identificato e catalogato questo meccanismo già nel 2011, definendolo coercive engineered migration.
La novità di Ceuta consiste nella scala e nella precisione con cui è stato applicato: oltre 70.000 persone fatte passare in meno di 24 ore, agenti dei servizi segreti infiltrati tra i migranti e lo sfruttamento di una precisa falla giuridica prodotta da una sentenza della Corte Suprema spagnola.
Non un’emergenza sfuggita di mano, bensì un’operazione pianificata, eseguita e poi disinnescata a piacimento.
La Spagna ha presidiato il proprio lato della frontiera guardando il Marocco fare il lavoro che Madrid non è in grado di svolgere da sola, mentre era impegnata a costruire una narrazione di comodo.
La ricattabilità strutturale della Spagna nei confronti del Marocco non è mai stata così visibile e così pubblica.
E Sánchez, nel frattempo, era impegnato a fare controlli sugli italiani.
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