Italia: politica, istituzioni e società
Ci avevano detto che il woke era un’invenzione delle destre. Ora lo rottamano
Prima la cultura woke non esisteva: era soltanto uno spauracchio inventato dalle destre. Ora che Alexandria Ocasio-Cortez ne celebra con una risata la rottamazione, la sinistra italiana si affretta a dichiararsi post-woke, senza autocritiche né memoria per chi ne aveva denunciato gli eccessi. Il funerale solenne



Prima la cultura woke non esisteva: era soltanto uno spauracchio inventato dalle destre. Ora che Alexandria Ocasio-Cortez ne celebra con una risata la rottamazione, la sinistra italiana si affretta a dichiararsi post-woke, senza autocritiche né memoria per chi ne aveva denunciato gli eccessi. Il funerale solenne finisce così per certificare l’esistenza del defunto.
È un’estate di scoperte. La struggente carica sentimentale delle cariche di esplosivo sotto casa. L’imperdibile experience, come direbbero a Milano, delle vongole sgusciate a Roma.
L’avvincente complotto planetario che unisce i «nuovi mostri» (Musk, Thiel) ai mostri evergreen (P2) e si snoda tra Villa Wanda e la Silicon Valley, facendo tappa per un caffè dagli Angelucci, con l’obiettivo di far chiudere il programma televisivo preferito dalle italiche tricoteuse.
Tutte cose che, tra Pomezia e Monteverde, abbiamo scoperto in questa nostra estate 2026.
Estate autarchica, da questo punto di vista, almeno fino a pochi giorni fa.
Poi – giacché pur sempre siamo provincia riluttante di un impero ormai ancor più riluttante di esserlo – è arrivata la zampata d’oltreoceano. L’americanata indispensabile a ogni nostra estate.
È arrivata con una risata. Il 9 agosto, negli studi di «This Week» sulla ABC, Jonathan Karl chiede conto ad Alexandria Ocasio-Cortez delle posizioni più spericolate della sinistra americana negli ultimi anni (prima della recentissima, dirompente scoperta della «new big thing», ossia il socialismo).
Robetta del genere: abolire la polizia, abolire le carceri, soprattutto abolire il Ringraziamento in quanto festività colonialista.
La pasionaria (ex?) del Bronx non si scompone, non si arrampica in alcun anacoluto stile «gruppo parlamentare PD che deve votare su armi all’Ucraina», ma sceglie la scorciatoia dell’autoironia: «Woke 1 was crazy».
Il primo woke era una follia, formula presa in prestito da un consigliere comunale newyorkese e consegnata alla storia tra le risate complici del conduttore. Ridono tutti e puff! Il woke non c’è più.
E la stagione che ha commissariato, avvelenato e stravolto università, redazioni, case editrici e, in fondo, ogni manifestazione di vita associata, a partire dalla politica?
Il dogmatico metodo woke che ha partorito grottesche censure, statue abbattute, scomuniche di opere e autori? Per tacere dell’infernale meccanismo inquisitorio che ha messo in scena una rappresentazione senza precedenti dell’«odio di sé» dell’Occidente e, da ultimo, della sua epitome mediorientale, ossia lo Stato ebraico.
Tutto archiviato con la compiaciuta e malinconica leggerezza con cui si liquida una sbandata giovanile.
Le scoperte americane più innovative e rivoluzionarie, come noto, faticano sempre a imporsi in Italia (e comunque prima devono essere regolamentate). Le più banalotte, invece, sbarcano in un lampo.
Così, su impulso dell’ennesimo papa straniero (questa volta una papessa), è scattata, anche nella sinistra italiana, la presa di distanza dal woke. La provincialissima prontezza di riflessi che il progressismo nostrano riserva alle svolte altrui non si è smentita.
E giù, quindi, con le pensose analisi sulla necessità di «superare gli eccessi senza tradire i diritti», con gli omaggi di benvenuto alla «new wave post-woke» destinata a irrorare perfino il programma del PD, con la messa in guardia, signora mia, dal «dirittismo assoluto».
Riposizionamento subito strumentalizzato, in chiave «Opa sul PD», da Conte. Il quale, come noto, essendo «un uomo inquietante, che ha accettato di presiedere due governi di segno opposto senza batter ciglio, annegando la politica in un pantano di potere senza idee» (Biagio De Giovanni), non ha mai il problema di riposizionarsi rispetto ad alcunché.
Ma questa volta, a ben vedere, anche l’operazione della sinistra – politica, culturale e mediatica – raggiunge livelli di spregiudicatezza degni di far invidia a Conte.
Sì, perché quel woke di cui ora si affannano a certificare la rottamazione (hai visto mai che ci voglia «una stagione nuova» dove parlare di questioni che interessano alla «ggente») è lo stesso di cui, prima della sentenza di AOC, negavano l’esistenza.
Fino a ieri era tutto uno sprezzante parlare di «cosiddetta» cultura woke. Sempre e rigorosamente «cosiddetta», con quelle virgolette didascaliche piazzate lì per segnalare al lettore che si trattava di uno spauracchio, di un’invenzione «delle destre» confezionata per criminalizzare i diritti e chi li difende.
Chi denunciava il woke vedeva fantasmi, voleva in realtà solo perpetuare politiche discriminatorie e non inclusive.
Il solo evocare il woke equivaleva a «fare il gioco delle destre» (sempre al plurale, ché spaventa e mobilita di più). Il trattamento peggiore, come da tradizione della casa, veniva riservato al nemico interno.
Femministe autentiche, liberal eterodossi: tutti sommariamente processati e depennati dalle liste dei «buoni e giusti», privati della patente di sinistra, tutti ex compagni di strada improvvisamente divenuti utili idioti della reazione.
Come scrive su X Anna Paola Concia: «Quindi ora quelle e quelli come me che da sinistra sono stati massacrati, sottoposti a gogne e tribunali del popolo, perché ci siamo permessi di dire in questi anni che l’estremismo woke è un errore, vengono liquidati con un contrordine, compagni? E ora, neanche un’autocritica?».
No, ora tonnellate di verbose riflessioni per rottamare un fantasma. La risata di AOC è ilarità multiuso: seppellisce il woke e insieme ne certifica l’esistenza.
La stampa progressista ci racconta, con dovizia di particolari, le esequie solenni di qualcosa che si diceva non esistesse.
È un espediente dialettico non nuovo. Il socialismo reale non era socialismo, le Brigate Rosse non erano rosse. Aspettiamo, come per il comunismo, la litania relativa alla «buona idea applicata male».
Neanche per sogno. Anche il woke era una pessima idea applicata benissimo, cioè con assoluta fedeltà, dagli zelanti, e oggi immemori, sacerdoti del dogma. Già pronti, s’intende, a farci rimpiangere il woke con la loro prossima infatuazione.
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