Europa e Unione Europea

Come l’Europa sta consegnando l’Islam al radicalismo estremista

L’espulsione degli imam radicali tutela la sicurezza, ma non sostituisce una strategia. Lasciando sole le voci islamiche moderate e tollerando i finanziamenti alle moschee estremiste, l’Europa ha consegnato all’Islam politico il monopolio del sacro. La sfida contro antisemitismo e fanatismo si gioca anche sul terreno teologico,

Alessandro TedescoAlessandro Tedesco16/08/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura835 parole
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L’espulsione degli imam radicali tutela la sicurezza, ma non sostituisce una strategia. Lasciando sole le voci islamiche moderate e tollerando i finanziamenti alle moschee estremiste, l’Europa ha consegnato all’Islam politico il monopolio del sacro. La sfida contro antisemitismo e fanatismo si gioca anche sul terreno teologico, culturale e semantico, prima che nelle aule dei tribunali e negli uffici delle questure.


Espellere un imam colto a propagandare antisemitismo e radicalismo, come accaduto nel 2024 a Bologna (rispondeva al nome di Zulfiqar Khan, imam della moschea di via Jacopo di Paolo), è un doveroso atto a tutela della sicurezza pubblica. Ma applaudire a un decreto di espulsione come se fosse una visione strategica significa peccare di una miopia intellettuale e politica disarmante.

L’esilio forzato è, nei fatti, l’estrema resa dello Stato. La polizia interviene quando la cultura ha già fallito. E in Italia, così come nel resto dell’Europa, su questo fronte stiamo fallendo con una costanza quasi scientifica.

Abbiamo ignorato, o forse finto di non capire, la natura stessa del potere all’interno della moschea. Nel mondo islamico, l’imam non è l’equivalente di un bonario parroco di periferia. In una religione priva di un clero centralizzato e gerarchico strutturato come quello cattolico, l’imam è colui che si fa interprete e megafono della parola di Allah.

E in quella specifica declinazione religiosa, la parola divina non è un vago consiglio spirituale per la salvezza dell’anima: è “sharia”, è legge, è prassi sociale, economica e politica. Chi controlla il pulpito controlla la comunità, l’Umma, perché anche in terra europea le dinamiche restano le stesse.

Di fronte a questo potere enorme, l’atteggiamento dei governi europei che si sono succeduti negli ultimi decenni è stato grottesco. Invece di disinnescare l’ortodossia favorendo e proteggendo le voci più moderate, lo Stato laico ha scelto la pigrizia, spesso chiudendo colpevolmente un occhio sui fiumi di finanziamenti sauditi o qatarini che hanno foraggiato le moschee più radicali europee.

Le alternative, eppure, esistono da sempre. Esiste un Islam profondamente spirituale, filosofico e quasi ecumenico – basti pensare alla millenaria tradizione del Sufismo, diffusa in gran parte del Marocco – che viene però sistematicamente isolato e osteggiato dall’Islam politico proprio perché la sua natura mistica depotenzia il controllo sociale e l’applicazione letterale della legge.

Esistono figure rivoluzionarie come Seyran Ate?, l’avvocata e imam turco-tedesca che a Berlino ha fondato la moschea “Ibn Rushd-Goethe”, dove uomini e donne pregano insieme e dove l’omosessualità non è un reato teologico.

Eppure, questi pionieri sono lasciati tragicamente soli. Costretti a vivere sotto scorta (la stessa Ate? è costantemente protetta dalla polizia a causa delle ripetute minacce di morte e osteggiata da una certa opinione pubblica), isolati dalle loro stesse comunità e, cosa ancor più grave, ignorati dalle istituzioni occidentali.

Certo, stabilire per legge chi sia “moderato” o infilarsi nelle questioni teologiche altrui è un campo minato, in cui lo Stato rischia costantemente l’accusa di ingerenza o di “islamofobia”.

Ma, paralizzati da questo timore, i governi e le gerarchie ecclesiastiche non hanno mai seriamente cercato di costruire un ponte solido con queste realtà illuminate per conciliare la religione con il laicismo. Trincerati dietro un malinteso senso di tolleranza o in un dialogo interreligioso istituzionale spesso ridotto a stanchi rituali di facciata, hanno finito per legittimare gli interlocutori più rumorosi e radicali.

Si è permesso che l’insegnamento si sedimentasse nelle sue forme più estreme, preferendo dialogare con chi urla piuttosto che sostenere chi pensa.

La vera battaglia contro l’antisemitismo propagandistico e l’estremismo non si vince unicamente con le volanti della Digos. Si vince sul terreno teologico e semantico. Non c’è antidoto più potente al fanatismo che contrastarlo usando la sua stessa grammatica.

Bisognerebbe smettere di rincorrere l’Islam politico e iniziare a favorire quegli imam capaci di smontare l’odio opponendovi le stesse parole di Allah, ma lette attraverso la lente della spiritualità e della tolleranza, iniziando ad esempio a sostenere pubblicamente e finanziariamente le poche ma vitali realtà moderate che già esistono.

Finché l’Europa continuerà a rispondere alla complessità teologica unicamente con i timbri della questura, continueremo ad abitare un ecosistema in cui il radicalismo ha il monopolio incontrastato del sacro.

E noi resteremo a guardare, illudendoci di aver risolto il problema solo perché abbiamo messo il sintomo su un aereo per il rimpatrio.


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