Democrazie e sistemi politici
Contro la pedagogia come fabbrica delle opinioni conformi
Quando l’educazione smette di formare il giudizio e pretende di installare opinioni corrette, la cultura diventa un dispositivo di allineamento. Il risultato non è più libertà, ma conformismo: una pedagogia che sostituisce pregiudizi con altri pregiudizi e prepara la reazione. C’è una tentazione, diffusa in una



Quando l’educazione smette di formare il giudizio e pretende di installare opinioni corrette, la cultura diventa un dispositivo di allineamento. Il risultato non è più libertà, ma conformismo: una pedagogia che sostituisce pregiudizi con altri pregiudizi e prepara la reazione.
C’è una tentazione, diffusa in una certa sinistra culturale, che riguarda il modo di concepire l’educazione e la cultura. Non è una novità, ma oggi torna di moda, emergendo spesso nelle controversie che occupano il dibattito pubblico recente.
La si vede affiorare quando si discute di ore di affettività nelle scuole, quando si parla di fascismo e antifascismo, di razzismo, di questioni di genere, e non da ultimo nelle dispute degli ultimi tempi sulla partecipazione di questo o quello scrittore ai festival letterari.
Questa tentazione, fondamentalmente, consiste nell’idea che educare significhi non tanto formare la capacità di giudicare, quanto correggere in anticipo i giudizi che i soggetti dovrebbero avere.
Secondo questa concezione, ormai così radicata da essere diventata un automatismo, compito dell’educazione non è condurre la persona dentro la complessità del reale, perché impari a orientarsi con strumenti adeguati, ma sostituire un certo numero di opinioni sbagliate sul mondo, penetrate in lei dall’ambiente sociale, con un altro certo numero di opinioni, questa volta giuste.
Di conseguenza, la funzione della cultura non è altro che quella di ribadire e rafforzare il corredo delle posizioni accreditate. La cultura, in questo orizzonte, diventa una macchina per produrre discorsi analitici, cioè discorsi che non fanno altro che esplicitare quanto è già contenuto nelle premesse, in analogia con le proposizioni analitiche, in cui il predicato espone quanto c’è già nel soggetto (tipo: “Il triangolo ha tre lati”).
Per come vanno le cose nel panorama culturale italiano, perlomeno quello più coperto mediaticamente, ogni conversazione tra intellettuali dovrebbe svolgersi più o meno così.
Ore 19. “Buonasera a tutti, questa sera siamo con Tizio Caio. Senta, lei è contro il genocidio in Palestina? Sì. Senta, lei è antifascista? Sì. La mafia? È una montagna di merda. Uomo e donna? Sono costrutti sociali. Bene, grazie mille a Tizio Caio e buona serata a tutti”. Ore 19,02.
Per approfondire un po’ questo approccio, possiamo soffermarci sul lato educativo, magari guardando alla scuola. Naturalmente, non si può negare che gli studenti arrivino in classe con un certo corredo di idee sul mondo, magari confuso, parziale, talvolta grossolano.
Con buona pace di Locke, nessuno di noi è una tabula rasa. Cresciamo dentro famiglie, ambienti sociali, linguaggi, schemi, abitudini, appartenenze; si assorbono stereotipi senza accorgersene, si ripetono formule sentite altrove, si giudica prima di sapere. Questa, in fondo, è la condizione dell’uomo, in cui si colloca anche l’educazione.
Il passaggio decisivo, e pericoloso, avviene quando l’errore non viene più trattato come un giudizio da discutere, ma come il sintomo di una contaminazione da rimuovere.
Se un allievo o un’allieva esprimono un’opinione rozza sui rapporti tra uomini e donne, se ripetono una battuta infelice, se mostrano un’idea ingenua della politica, della storia, della libertà, del corpo o della convivenza, l’insegnante può fare ciò che la scuola dovrebbe fare: chiedere ragioni, evidenziare conseguenze, introdurre conoscenze, mettere alla prova le parole.
Può, cioè, trasformare quell’errore in occasione di giudizio. Ma se, invece, ciò che gli allievi dicono viene immediatamente ricondotto a un sistema che parlerebbe in loro a loro insaputa — patriarcato, sessismo, fascismo latente, razzismo strutturale, cultura tossica, privilegio, dominio — la questione cambia natura.
Non si lavora più perché gli studenti diventino soggetti autonomi di giudizio; si lavora per liberarli da ciò che si ritiene li abiti senza che loro lo sappiano. Si applica, in soldoni, la vecchia teoria della falsa coscienza.
È qui che l’educazione rischia di farsi rieducazione, basata su una forma di sostituzione. Lo studente possiede, o si presume che possieda, certi giudizi ricevuti dalla società; quei giudizi vengono considerati falsi o errati non tanto perché siano stati confutati uno a uno, ma perché appartengono a un ordine culturale già giudicato colpevole.
Al loro posto occorre allora installare un repertorio diverso, moralmente più aggiornato, linguisticamente più corretto, politicamente più presentabile. Solo che, se manca il lavoro faticoso del giudizio, se non si passa attraverso lo studio, l’argomentazione, la comprensione delle ragioni e dei limiti, il risultato può essere meno liberatorio di quanto sembri: semplicemente si installano pregiudizi al posto di altri pregiudizi.
L’esito di tutto ciò sarà la formazione di individui superstiziosi: il superstizioso “sta sopra” i propri giudizi, li accetta e li ripete senza alcun vaglio critico, neppure quello dell’affidabilità della fonte.
Naturalmente, a scanso di equivoci, chiarisco di non star dicendo che nella scuola italiana vige questo approccio educativo. Sto dicendo che nel ceto intellettuale progressista italiano molti, quando parlano di educazione e cultura, e dunque di scuola e università, hanno questo modello nella testa (si ascolti, tanto per fare un esempio concreto, tal Raffaele Giuliani, giovane divulgatore culturale, esprimersi su questi temi alla kermesse “Repubblica delle Idee 2026”, qualche giorno fa).
Ora, questa tendenza educativa e questo modo di intendere la cultura, fondati sull’idea di una falsa coscienza da purificare, sono intrinsecamente autoritari, nonché dannosi per il pensiero.
Per esempio, anziché incoraggiare lo studio del fascismo — tanto per toccare un tema caldo — si indicano anzitutto le opinioni giuste che bisogna avere sul fascismo. In tal modo l’antifascismo, da esito meditato di una comprensione storica, diventa postura da esibire, parola d’ordine, attestato di affidabilità morale.
Si può arrivare all’assurdo di avere nutrite schiere di persone pronte a battersi per l’antifascismo che però del fascismo non sanno nulla, o peggio ne hanno un’idea molto vaga, che può appiccicarsi praticamente a tutto.
Discorso simile, con le dovute differenze, per la cosiddetta educazione sessuo-affettiva. Se essa apre spazi in cui si aiutano ragazze e ragazzi a pensare il corpo, il consenso, il desiderio, il pudore, il rispetto, la vulnerabilità, allora può svolgere anche un servizio utile, a certe condizioni che non possiamo qui discutere.
Ma se essa parte dal presupposto che lo studente debba essere purificato da ciò che la società ha depositato in lui; se, in altre parole, il fine implicito non è far pensare meglio, ma condurre all’assunzione di un certo corredo di giudizi che altri hanno già stabilito come giusti, allora non siamo più davanti a un’educazione della libertà, ma a una pedagogia dell’allineamento.
Certo, l’educazione non si muove nel vuoto valoriale: deve presupporre certe scelte di fondo. Il punto è che se la concepisco non come una battaglia per la libertà di giudizio della persona, ma come uno scontro tra visioni del mondo, in cui una deve scalzare un’altra, la messa in discussione dei presupposti è interdetta in partenza.
Siamo fuori dal campo dell’educazione e siamo entrati in quello della militanza: chiunque creda che siano la stessa cosa, mi spiace, ha una mentalità autoritaria, perché il suo modello educativo consiste nella sostituzione di una certa autorità, che impone di professare un determinato insieme coordinato di giudizi, con un’altra autorità.
Per questo, in fondo, nei festival culturali le esclusioni, le censure, i boicottaggi sono ormai la norma e non l’eccezione: l’intellettuale deve contribuire alla sostituzione di una serie di giudizi sbagliati con dei giudizi corretti. Non può scompigliare questo schema.
Alla base di questa tendenza vi è una certa idea dell’ignoranza. Da una parte, l’ignoranza può essere intesa come limite ordinario dell’essere umano, che procede per tentativi, sbaglia, corregge, comprende poco alla volta. In tale ottica, la verità è nascosta, e dev’essere scoperta.
Ma l’ignoranza può essere vista anche come effetto di un oscuramento, di un inquinamento, di una forza che avrebbe deformato una coscienza altrimenti disponibile alla verità, che invece, secondo quest’altra prospettiva, sarebbe in sé manifesta, ma occultata dalla società “là fuori”, dal potere, dal sistema ecc.
In questo secondo caso, l’educazione non consiste nell’affiancare la persona nella fatica del vero, ma nel togliere ciò che le impedisce di aderire a quel che si suppone già evidente. La verità non viene cercata insieme: viene amministrata da chi ritiene di essersi già liberato dai veli che ingannano gli altri.
Questo punto è decisivo, perché un’educazione e una cultura fondate su tale presupposto tendono inevitabilmente a diffidare della libertà della persona. La tollera, naturalmente, solo finché essa conduce alle conclusioni previste.
Nonostante faccia spesso uso dell’espressione “dal basso”, l’approccio educativo di una parte della sinistra italiana, non da oggi ovviamente, è gerarchico. La vera novità è che questo atteggiamento si sia trasmesso alle giovanissime generazioni di intellettuali o aspiranti tali, che hanno introiettato un modello educativo e culturale inquirente.
L’educazione, dunque, non dovrebbe consistere nel rimpiazzare una coscienza falsa con una coscienza vera. Essa dovrebbe consistere, più modestamente e più seriamente, nel creare le condizioni perché ciascuno impari a interrogare ciò che pensa, ciò che desidera, ciò che teme, ciò che fa dell’altro quando lo giudica, lo nomina, lo ama o lo combatte.
In questo senso formare il senso del giudizio è l’unica vera liberazione che l’educazione possa promettere: non la liberazione dall’avere idee sbagliate, perché idee sbagliate ne avremo sempre, ma la liberazione dalla dipendenza passiva da idee che non sappiamo esaminare.
Una scuola, un sistema educativo, un apparato culturale, che si preoccupano soprattutto di fabbricare antifascisti, antisessisti, antirazzisti, ecologisti, cittadini consapevoli o qualunque altra figura moralmente desiderabile, prima ancora di formare persone capaci di capire le ragioni per cui certi giudizi meritino di essere assunti, sta preparando la strada per la peggiore reazione, che lo sappia o no, perché polverizza la facoltà di giudizio e favorisce conformismo e spirito di gregge.
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