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Contrordine, compagni. Come Visconti trasformò Il Gattopardo in una vittoria “di sinistra”
Louis Aragon, Lukács e perfino Mosca riabilitano il romanzo che i comunisti italiani avevano condannato. Poi entra in scena Luchino Visconti: il “conte rosso” chiamato a trasformare la sconfitta di un aristocratico nel racconto progressista del Risorgimento tradito. Ma il mondo di Tomasi di Lampedusa è



Louis Aragon, Lukács e perfino Mosca riabilitano il romanzo che i comunisti italiani avevano condannato. Poi entra in scena Luchino Visconti: il “conte rosso” chiamato a trasformare la sconfitta di un aristocratico nel racconto progressista del Risorgimento tradito. Ma il mondo di Tomasi di Lampedusa è anche il suo e il film finisce per sfuggire alla certificazione ideologica.
Pubblichiamo la seconda e ultima puntata del testo di Alberto Mingardi dedicato a Operazione Gattopardo (qui la prima puntata), il libro nel quale Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice hanno ricostruito il passaggio del romanzo di Tomasi di Lampedusa da opera “reazionaria” stroncata dalla cultura comunista a più elegante vittoria cinematografica del PCI.
Lo «sdoganamento» arriva dall’estero. Louis Aragon scrive un pezzo che spiazza i comunisti italiani. Ricorda di aver parlato del Gattopardo con Moravia, che gli ha spiegato che è un «libro di destra» il cui successo si deve agli «uomini di destra».
Poi però Aragon paragona Tomasi di Lampedusa a Stendhal e Balzac: «Quali che siano le loro idee personali, magari anche reazionarie, la loro opera, immersa com’è nel movimento reale della storia, non può avere alcun carattere reazionario. Forse non sarà di sinistra, ma considerarla di destra è assolutamente un non senso».
Lukács in Ungheria apprezza il romanzo, che nel 1961 viene addirittura pubblicato in russo.
Ma com’è possibile che i sovietici vogliano leggere un romanzo oggetto di una pubblica fatwa da parte dei confratelli italiani? Non è possibile, non può essere possibile, non dev’essere possibile.
Mosca, desiderosa di mostrarsi aperta alla discussione dopo la pessima pubblicità del caso Živago, abbraccia la traduzione del romanzo vincitore dello Strega, e «Botteghe oscure», in qualche modo, è bene che si adegui.
Così Aragon viene tradotto su «Rinascita» e Mario Alicata firma la prefazione all’edizione in russo, con una robusta correzione di rotta rispetto alle polemiche che per primo aveva animato.
Quando parte il progetto del film, è comprensibile che gli ambienti comunisti ci vedano un’operazione potenzialmente pericolosa. Ma la diffidenza si stempera quando emerge la candidatura di Luchino Visconti alla regia.
Visconti è un vero intellettuale organico. La scommessa è che il «conte rosso» trasformi il romanzo della sconfitta storica ed esistenziale di un aristocratico nel racconto del tradimento degli ideali risorgimentali e del soffocamento cruento delle prime lotte di classe.
Appoggiata dai comunisti per i motivi sbagliati, la scelta è indovinatissima, e Anile e Giannice dimostrano bene il perché. Visconti sente su di sé il peso e le ragioni dell’investitura: pensiamo solo alla battaglia di Palermo, dilatata rispetto al romanzo e diventata un’efficacissima rappresentazione della sterilità delle guerre.
Ma soprattutto all’eliminazione dell’ultimo capitolo, quello in cui, nel 1910, quando Tancredi è ormai morto, Concetta comprende da vecchie conversazioni riferitele dal senatore Tassoni che in realtà l’amava, e noi tutti capiamo quanto la liaison fra Tancredi e Angelica sia stata un matrimonio d’interesse, in cui i fuochi d’artificio sono durati quel ch’erano destinati a durare.
Mettere il vecchio vino aristocratico nell’otre nuovo dell’unione con una ricca borghese era una speranza politica, destinata alla fine di tutte le speranze politiche.
Dal film vengono «eliminate le zone del romanzo ideologicamente indomabili»: quella di Tancredi diventa una furbizia spregiudicata, il suo personaggio un ambizioso senza costrutto – naturalmente «di destra» -, la sua scommessa non ha nulla di tragico.
Quindi, Visconti ci si mette, vuol fare del suo Gattopardo un prodotto ideologicamente certificato. E tuttavia «Visconti non poteva non essere un Visconti e non poteva non essere comunista».
Il mondo di Tomasi di Lampedusa è il suo, e le amarezze di Tomasi di Lampedusa sono in fondo le sue. Lo si vede nella scena del ballo, che per qualche minuto converte alla nostalgia del vecchio regime persino il giacobino più livoroso.
Anile e Giannice lo fanno emergere nell’intreccio degli aneddoti. Questo è il più indimenticabile:
Burt Lancaster «non ha ancora trovato la chiave per il suo don Fabrizio. Fa di tutto: studia gli aristocratici palermitani, visita i monumenti della città, divora i libri di Denis Mack Smith sul Risorgimento. E approfondisce la conoscenza di Lampedusa: chiede informazioni a Gioacchino Lanza Tomasi, si fa riprodurre la voce dello scrittore registrata da un magnetofono, va a sedersi al Caffè Mazzara, nello stesso posto in cui Lampedusa aveva messo in bella copia il suo romanzo.
La stampa è incuriosita da questo ex cowboy travestito da aristocratico dell’Ottocento. “Cerco di vivere tutto il giorno come se fossi il principe”, ribatte serafico Lancaster, “in questo ambiente ricostruito con tanta cura non è un’impresa impossibile nemmeno per un attore americano”.
I rapporti con Visconti sono sempre al limite dello scontro. Il regista è insoddisfatto del modo in cui don Fabrizio dà l’addio al nipote Tancredi, in partenza per la rivoluzione. “Portate il libro”, ordina. Glielo mette sotto al naso e legge: “‘Il povero Salina si sentì stringere il cuore’. Vorrei vedere questo”. Senza indicazioni, l’attore hollywoodiano annaspa.
Lancaster è costretto a ricorrere alla propria interiorità, fino a sentirsi sopraffatto dalla sensazione di perdere quel nipote adorato, a sentirsi traboccare di commozione, e far finalmente uscire dalla bocca di Visconti la parola magica: “Perfetto”.
L’attore vorrebbe che il regista gli spiegasse di più, gli descrivesse qual è il don Fabrizio che si aspetta. Ma Visconti non lo fa […] Finché un giorno l’interprete di don Fabrizio capisce.
“È una settimana che chiedo a Visconti di illuminarmi su questo personaggio”, confida a Piero Tosi. “Ma sono proprio un cretino: il principe ce l’ho davanti agli occhi”.
Quelli che, sul set, conoscono bene il regista se ne rendono conto: l’atteggiamento di Lancaster/Salina, perfino la sua camminata, sono gli stessi di Luchino».
Quando il film esce, il più viscontofilo dei critici, Guido Aristarco, nota che il regista ha «messo spirito comunista nella classe dei poveri contadini che si vedevano costretti a rinunziare al voto perché nullatenenti», ma ammette la sostanziale fedeltà al libro.
E tuttavia Trombadori e Togliatti per primi intuiscono in questa fedeltà un vantaggio. «Infedele nella morale, Visconti fu proustianamente fedele a Lampedusa nei particolari».
A maggio il film va a Cannes e ne torna con la Palma d’oro: il romanzo «di destra» che i suoi uomini avevano stroncato quattro anni prima consegna al partito la sua vittoria culturale più elegante, e per giunta con timbro internazionale.
Dopo il 1963 diventa impossibile leggere il romanzo senza pensare al film. Per le generazioni successive, Il Gattopardo prima si vede e poi si legge, e proprio lì sta il successo dell’operazione, spiegano Anile e Giannice: perché se prima lo vedi e poi lo leggi, anche quando lo leggi lo continui a vedere.
Gli aspetti ideologicamente scabrosi scompaiono, mentre sei concentrato a ricostruire una storia che conosci.
Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, Operazione Gattopardo. Come Visconti trasformò un romanzo di “destra” in un successo di “sinistra” (2013), Milano, Feltrinelli, 2024, pp. 368.
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