Politica globale e sistemi di potere
Costituzione silenziosa
L'editoriale di Michele Magno Giovanni Toti si è dimesso, e con lui lo stato di diritto. La verità è che discutiamo di parlamenti, elezioni, partiti come se fossero ancora i pilastri della vita politica. Non è più così. In Italia il gioco democratico è ormai regolato

L’editoriale di Michele Magno
Giovanni Toti si è dimesso, e con lui lo stato di diritto. La verità è che discutiamo di parlamenti, elezioni, partiti come se fossero ancora i pilastri della vita politica. Non è più così. In Italia il gioco democratico è ormai regolato da un potere di corpo che trascende il circuito del voto: la magistratura. Insieme ai media e al web, la magistratura è ormai il colosso di una costituzione silenziosa in grado di trasformare le organizzazioni più solide in una cricca di malfattori. Essa, al contrario, resta intoccabile. Pena il rischio che venga messo in questione il tabù della sua autonomia.
È vero, non mancano le accorate considerazioni sulle lungaggini e sulle inefficienze dell’iter giudiziario. Senza però che i loro costi -sociali, economici, umani- varchino mai la soglia del piagnisteo impotente e della altrettanto inconcludente proposta di riforma. Se non intervengono le manette, il politico, l’amministratore o il manager sotto accusa entrano nel cono d’ombra di un cammino processuale di cui si perderanno rapidamente le tracce. Salvo tornare -ma molto più marginalmente- sui giornali nel momento della condanna definitiva o, più spesso, del proscioglimento.
Ne sanno qualcosa, solo per citare solo alcuni casi più noti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Antonio Bassolino, Vincenzo De Luca, Ilaria Capua e Ottaviano Del Turco. Ma l’elenco è lungo come una quaresima. Di fronte a risultati così deludenti, non sorprende che la magistratura tenda a privilegiare – nella scelta dei suoi obiettivi politici – personalità di maggior calibro istituzionale. Da due mesi è stato messo sotto tiro il presidente della Regione Liguria, con una opposizione giustizialista che è scesa perfino in piazza per chiederne la destituzione per”manus iudicis”.
Del resto, siamo in un’epoca in cui l’apertura di un fascicolo o un avviso di garanzia non si nega a nessuno, soprattutto se aspira a una poltrona di sindaco, di governatore, di ministro. E, mentre pm e giudici azzoppano il potere esecutivo, Consulta, Cassazione e Consiglio di Stato esautorano di fatto il potere legislativo. In questa palude melmosa sguazzano il populismo giudiziario, i verdetti emessi dal tribunale della Rete, la tentazione che la”gente” si faccia giustizia da sola. Questa è oggi la nostra realtà repubblicana. Chi scrive fa fatica a riconoscerla e ad accettarla.
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