Società, cultura, storia e idee
Da Ground Zero al 7 ottobre, il processo all’Occidente continua
Venticinque anni dopo l’11 settembre, il copione dell’Occidente che mette sotto processo sé stesso resta intatto. Dalla solidarietà effimera agli Stati Uniti alla rapidissima “contestualizzazione” del pogrom del 7 ottobre, tornano il medesimo lessico dell’irenismo, le responsabilità attribuite all’aggredito e l’incapacità di riconoscere la necessità di

Un quarto di secolo. Istintivo il pensiero corre a dove eravamo, con chi, impegnati a far cosa. Comunque assaliti da una sensazione inconfondibile – il farsi della storia davanti a noi – e da una convinzione istintiva: nulla sarà più come prima.
Sono scadenze sempre a doppio registro. I cambiamenti intervenuti nella sfera personale di ciascuno, i nuovi incontri, le assenze che ci assediano. Poi la verifica di quanto è diverso il mondo là fuori.
Qui si rompono gli strumenti di misurazione: è tutta così drammaticamente fuori scala la portata del cambiamento.”Un altro mondo è possibile” gridavano in quegli anni i no-global. Un altro mondo si è inverato ma, senza sorpresa, non ha nulla a che spartire con le velleitarie fumisterie ideologiche dei”giovani vecchi” allora di turno, impegnati come sempre a tentare di fermare la Realtà.
Eppure. Eppure c’è qualcosa di sinistramente familiare anche a distanza di così tanti anni.
“Nous sommes tous Américains”, titolava Le Monde il 12 settembre 2001. Jean-Marie Colombani, che firmava quell’editoriale, forse ignorava che, mentre esprimeva quel sentimento, ne fissava anche la scadenza. La più effimera, quella di un titolo di giornale. Di un giornale che, al pari di tutti gli altri,”a mezzogiorno è buono solo per incartare il pesce”, come ci ha insegnato Luigi Pintor.
Questione di pochi giorni e i fazzoletti del cordoglio tornarono in tasca. L’Occidente iniziò quasi subito, con lo zelo autogiustizialista che lo caratterizza, il processo che preferisce da sempre: quello a sé stesso, alle proprie espressioni più riuscite e spregiudicate, come gli USA, come le Twin Towers. Il tutto, as usual, in base ai consueti, atavici, irredimibili capi d’accusa.
Pochi giorni dopo, Susan Sontag spiegava sul New Yorker che”qualunque cosa si possa dire dei responsabili del massacro di martedì, non erano codardi”. Il loro agire era piuttosto la conseguenza di precise azioni americane.
Il 26 settembre Silvio Berlusconi, in visita a Berlino, affermò invece che il sistema di valori occidentale – per il fatto di garantire libertà, diritti umani, tolleranza religiosa e, in fondo, benessere – era”superiore” rispetto a quello di una parte del mondo islamico, rimasta a suo dire ferma”a 1400 anni fa”.
Affermò, per sovrappiù, che l’Occidente era quindi destinato a continuare a”occidentalizzare” altri popoli, come già avvenuto con il mondo comunista e con parte di quello islamico. Scandalo internazionale. Quella parola,”superiorità”, si rivelò provvidenziale per chi non vedeva l’ora di spostare l’attenzione da quei tremila morti verso un altro oggetto di indignazione, se possibile più usuale e adatto all’antioccidentalismo prêt-à-porter.
Disegno di sviamento che si conferma il 29 settembre. Quando Oriana Fallaci rompe il suo decennale silenzio e pubblica sul Corriere”La rabbia e l’orgoglio”, un pezzo destinato ad entrare nella storia del giornalismo italiano di questo secolo. Un fenomenale j’accuse contro l’islam militante e, insieme, contro l’ignavia di un Occidente che non sapeva più di essere tale.
Eppure quell’editoriale, nella memoria ancor oggi offesa e indignata di una larga fetta di sistema mediatico e di opinione pubblica nostrana – quella della pappa del cuore, quella dell’appeasement come stato dell’anima, quella insomma costitutivamente incapace di provare rabbia e orgoglio in quanto”occidentale” – rappresenta tuttora la vera, inaudita lacerazione di quei giorni.
Il cerchio della memoria si chiude con il ricordo di uno striscione comparso alla marcia Perugia-Assisi. Durante l’annuale sgambettata che incarna il peggio del pacifintismo cattocomunista – dove le responsabilità della guerra stanno comunque e sempre dalla parte dell’Occidente – comparve lo slogan rivelatore”contro la guerra di Bush e di Bin Laden”.
Un primato di oscenità rimasto imbattuto fino a qualche anno fa, quando i sostenitori della”resistenza” palestinese riservarono a quella ucraina il monito”meglio la resa che la difesa” (diventato peraltro inconfessata piattaforma programmatica di tutto quell’ampio e trasversale schieramento politico che predica la fine degli aiuti militari all’Ucraina).
Così, a un solo mese da Ground Zero, l’operazione politico-mediatica volta a togliere il focus da quell’attacco, da quelle vittime, da quel target (l’Occidente, noi tutti) così bene inquadrato dal nemico, era già compiuta. La scena se la prendevano il contesto da approfondire, la canagliesca complessità da indagare, le sicure responsabilità dell’aggredito.
Pronto all’uso il lessico di ordinanza della vigliaccheria e dell’irenismo, imprinting di una società immersa nel sortilegio di un egoismo senile che le impedisce anche solo di pensare alla necessità di difendersi.”La spirale dell’odio” da interrompere, il”ciclo della violenza” da fermare, l’esortazione a”non cadere nella trappola” tesa dai terroristi.
Su tutto: l’escalation, sempre responsabilità esclusiva dell’Occidente, il quale la provoca o la deve comunque evitare. L’escalation no, signora mia, tutto tranne che l’escalation.
È qui che il quarto di secolo dalla strage delle”altissime torri” d’improvviso pare rattrappirsi ad una minima distanza temporale. È su questo cambio di scena – dalle vittime alle responsabilità dell’aggredito e agli ostacoli frapposti alla sua reazione – che la memoria di un fatto lontano inizia a risuonare di sgradevoli, familiari echi del presente.
Gli echi del 7 ottobre e delle reazioni a quel pogrom. Lo stesso schema, solo con tempi straordinariamente più accelerati. Del resto, si sa, quando ci sono di mezzo gli ebrei tutto è diverso,”speciale”, di gravità esponenzialmente maggiore. Un metro di valutazione differenziato che è poi la banale e tragica radice dell’antisemitismo, ma guai a dirlo.
Così, se dopo l’11 settembre lo schema richiese un mese circa per andare a regime, nel caso delle milleduecento vittime del 7 ottobre fu questione di ore. Non era ancora tramontato il sole su quella giornata di uccisioni, di stupri, di rapimenti di ebrei in quanto tali, che già la solidarietà verso Israele era frammista ai moniti sulla prudenza nella reazione, alla”contestualizzazione” del massacro.
A sera del 7 ottobre, i cinici secondini della prigione a cielo aperto di Gaza avevano già compreso che entrambi i loro obiettivi erano realizzati: fare strage di ebrei e predisporre l’opinione pubblica planetaria, e segnatamente quella occidentale, a cadere nella loro trappola propagandistica.
I terroristi di Hamas si sarebbero fatti scudo di due milioni di civili palestinesi, più qualche altro centinaio di ebrei rapiti (compresa mamma Bibas con i suoi piccoli), e lì avrebbero atteso la reazione israeliana.
Già placidamente certi di tutto: che la reazione di Israele, trattandosi di ebrei, sarebbe diventata”massacro”, che la guerra di sopravvivenza di uno Stato attaccato su sette fronti, trattandosi di ebrei, sarebbe stata qualificata come”genocidio”, che i numeri forniti dal loro Ministero della Salute sarebbero divenuti il testo sacro del palestinismo, nuovo culto di un Occidente che si vuole laicizzato mentre, dal woke all’ambientalismo, sbanda erraticamente da una religione mondana all’altra.
Un quarto di secolo. Tutto è cambiato, a partire da una presidenza americana impegnata a demolire l’idea stessa di Occidente come comunità di destino, prima ancora che come alleanza. Tanto da non riconoscerne la frontiera ucraina.
Ma insieme nulla è cambiato. Gli ebrei ai quali venticinque anni fa, secondo la vulgata complottista, fu detto di non andare a lavorare nelle Twin Towers, oggi sono accusati, nella persona del loro demonizzato vertice politico, di aver intenzionalmente subito il pogrom del 7 ottobre.
Quando la rievocazione del passato odora così ambiguamente di presente è segno di qualcosa di intrinsecamente malato nella società e nel dibattito pubblico. Mentre facciamo memoria di quel giorno che ci ha cambiati per sempre, reiteriamo per il nostro presente le narrazioni più grottesche, opportunistiche, imbolsite di ideologia avariata e nascondiamo la testa sotto la sabbia di fronte al passato che si rivivifica attualizzato sotto i nostri occhi.
Il ritorno del funesto clima antisemita stile anni ’30, l’incombere in Europa dell’esiziale spirito di Monaco, una sfida islamica che ci ostiniamo a rimuovere. Ora l’allarme è tutto per l’AI che sterminerà l’umanità nell’arco di un decennio.
Qui in Occidente – in questo negletto spicchio di mondo su cui tutti sputano e in cui tutti arrivano o tengono saldamente le terga – sembriamo impegnati a batterla sul tempo.
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