Politica globale e sistemi di potere
Da Tarpea a Trump o dell’accordarsi con il nemico
Dal tradimento di Tarpea agli accordi con il nemico, la storia offre una chiave per leggere la condotta di Trump verso l’Ucraina. Pressioni su Kyiv, concessioni a Mosca e attacchi a Zelensky riducono libertà e dignità di un popolo a merce negoziale. Il 3 novembre toccherà

La storia è piena di traditori, per avidità o per amor di patria, per ambizione o per vendetta, per fanatismo o per viltà, per mille ragioni e per mille passioni. Ma chi è il traditore? Che sia chi infrange un giuramento, o incrina il patto che unisce una comunità, pare abbastanza ovvio. Per non parlare degli adulteri nella sfera privata, l’attributo di traditore è stato dato a rivoluzionari e voltagabbana, apostati ed eretici, convertiti e rinnegati, ammutinati e disertori, spie e collaborazionisti, ribelli e terroristi, pentiti e crumiri.
La stessa fondazione di Roma narrata da Tito Livio è strettamente legata – oltre che al fratricidio commesso da Romolo – al tradimento di Tarpea, la figlia del guardiano del Campidoglio, che consegna la città al nemico (i sabini). Anche nell’antica Grecia il tradimento (“prodosia”) designava l’accordo con il nemico. Nell’Atene del quinto secolo a.C. viene associato dai grandi tragediografi alla trasgressione della parola data e al disprezzo degli dèi.
In questo senso, dopo due millenni e mezzo l’archetipo del traditore contemporaneo è certamente Donald Trump. Ha consegnato la città (l’Ucraina) al nemico (la Russia) accordandosi con lui. Ha inoltre trasgredito più volte la parola data a Zelensky e disprezza profondamente i numi (le regole) della democrazia.
La cronaca dei fatti che hanno segnato il secondo mandato del tycoon newyorkese è nota. Un susseguirsi di pressioni su Kyiv e di concessioni a Mosca che racconta il progressivo abbandono di un paese aggredito. Come ha osservato Nona Mikhelidze, in tutto questo tempo gli ucraini hanno dovuto resistere a due potenze nucleari, sebbene in modi profondamente diversi: alla Russia sul piano militare e agli Stati Uniti su quello politico (Il Foglio, 12 ottobre).
È stato necessario uno sforzo diplomatico enorme per contenere le tensioni e salvaguardare almeno due elementi indispensabili alla difesa del paese: la condivisione dell’intelligence americana e la possibilità per gli europei di acquistare armi statunitensi destinate all’Ucraina.
Oggi il presidente americano, sempre più preoccupato dall’esito delle elezioni di midterm, scarica su Zelensky la responsabilità dei suoi fallimenti in Medio Oriente, fino al punto di invocarne la destituzione. Un’ingerenza che, a giudizio di chi scrive, non farà altro che rafforzarlo sul piano interno. Perché tornano prepotentemente in gioco i valori della libertà e della stessa dignità di un popolo. Valori che l’affarista della Casa Bianca intende calpestare e sacrificare sull’altare della tutela del suo potere personale.
Valori smarriti nell’America di Trump, ridotti a variabili negoziali di una merce: il gasolio. La vera domanda, allora, non è se gli ucraini riusciranno ancora a difendersi. La vera domanda è se i cittadini statunitensi il 3 novembre sapranno difendere se stessi dalle pulsioni autoritarie di un parvenu della politica disposto a gettare nel caos il mondo.
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