Antisemitismo

Da tre ebrei all’anno a zero: come cambiano le regole non scritte di New York

Con questo articolo comincia la collaborazione di Ignacio Arroyo Hernández con InOltre. Spagnolo, vive a Roma, dove insegna Lingua Spagnola all’Università Roma Tre. Appassionato di Bisanzio. Nel romanzo di Cynthia Ozick, uno studio legale ammette solo tre ebrei all'anno. Sessant'anni dopo, il comitato che seleziona i

Ignacio Arroyo Hernández11/08/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura682 parole
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Con questo articolo comincia la collaborazione di Ignacio Arroyo Hernández con InOltre. Spagnolo, vive a Roma, dove insegna Lingua Spagnola all’Università Roma Tre. Appassionato di Bisanzio.

Nel romanzo di Cynthia Ozick, uno studio legale ammette solo tre ebrei all’anno. Sessant’anni dopo, il comitato che seleziona i giudici di New York non ne conta nemmeno uno. Le regole non sono scritte, ma il risultato è fin troppo leggibile, anche quando l’esclusione si nasconde dietro una verifica.


Allo studio legale Midland, Reid & Cockleberry la regola della casa era tre ebrei all’anno, sistemati nelle stanze sul retro. L’anno in cui vi entrò Ruth Puttermesser furono quattro, il che significava che, vedendola, avevano pensato prima «donna» che «ebrea».

Nessuno la scrisse mai. Nessuno dovette difenderla. Puttermesser – avvocata brillante, lettrice di George Eliot – capisce che non diventerà mai socia e se ne va nella burocrazia municipale, al Dipartimento Riscossioni e Pagamenti.

Non è una notizia. È un romanzo: Le carte della signorina Puttermesser di Cynthia Ozick (La nave di Teseo, traduzione di Elena Malanga; l’originale è del 1997), che sto leggendo in questi giorni.

Ma lo studio è inventato, non il sistema. Nel 1966 Jerome Carlin censì il foro di New York e trovò che gli ebrei erano circa il sessanta per cento degli avvocati della città e appena un quarto di quelli dei grandi studi. Ozick gli ha dato un nome, un indirizzo e una contabilità.

«Non ha superato il nostro processo di verifica». Così ha spiegato un funzionario del Comune di New York – senza dare il proprio nome – perché John Leventhal, magistrato in pensione dell’Appellate Division, non figura tra i diciotto membri del Comitato consultivo del sindaco per la magistratura, l’organo che raccomanda i giudici dei tribunali penali della città, compresi quelli che giudicano i reati d’odio.

Nessuno dei diciotto è ebreo. Da quel censimento di sessant’anni fa nessuno li ha più contati, ma nessuna stima li porta sotto la metà del foro, e New York resta la città con la più grande popolazione ebraica fuori da Israele. Quattro associazioni di giuristi ebrei hanno scritto una lettera parlando di uno schema che si ripete.

Nessuna delle due regole è stata mai scritta, e su questo non c’è progresso da rivendicare. Ma tre è un tetto e zero è una porta chiusa. La vecchia quota ammetteva e limitava: contava, e ciò che si conta prima o poi si può contestare. Il comitato non limita nulla, perché non c’è niente da limitare.

E c’è la differenza che pesa di più. Midland, Reid era un privato: la sua regola se la teneva per sé e non doveva renderne conto a nessuno. Il Comune ha dovuto parlare, e ha detto che il comitato è uno spaccato davvero rappresentativo della professione legale cittadina.

Non è una bugia: è una descrizione. Dipende solo da quale città si abbia in mente. Il comitato è così rappresentativo che gli ebrei non gli mancano.

Lo stesso sindaco, il primo giorno del mandato, aveva revocato la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto e l’ordinanza municipale contraria al boicottaggio di Israele. Nessuna di queste decisioni è segreta.

C’è un ultimo dettaglio del romanzo che conviene non dimenticare. Puttermesser diventa davvero sindaca di New York, rifonda la città e per un certo tempo la città è un paradiso.

Per far entrare un’avvocata ebrea a City Hall, Ozick dovette inventare un golem. Per tenerla fuori basta una formula: non ha superato il processo di verifica.


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