Israele
Dal criticare Israele al negare Israele: il confine cancellato dal 7 ottobre
A tre anni dal 7 ottobre, la mozione antisionista dei Verdi britannici riporta al centro una distinzione essenziale: criticare le scelte di Israele non equivale a negarne il diritto di esistere. Quando questo confine scompare, la protesta può diventare il veicolo di un odio che investe

A tre anni dal 7 ottobre, il pogrom in cui Hamas uccise 1.200 civili israeliani e ne rapì circa 250, forse conviene ripartire da una distinzione semplice, che in questi anni è diventata sempre più difficile da conservare.
A pochi giorni dal terzo anniversario di quel barbaro attacco, il Green Party britannico ha approvato una mozione che definisce il sionismo una forma di razzismo e indica come prospettiva politica un unico Stato democratico palestinese sull’intero territorio della Palestina storica.
Si può discutere a lungo sulle formule, sulle intenzioni di chi ha votato il documento e persino sul significato che oggi attribuiamo alla parola “sionismo”, che può però essere ridotto a “razzismo” solo da chi versa in uno stato di ignoranza disperata.
Difficilmente si può eludere il punto politico: quando si propone di superare la forma statuale nata nel 1948, il tema non è più Netanyahu, non sono più Gaza, gli insediamenti o la condotta dell’esercito israeliano. Il tema è Israele.
Ed è forse questo il momento, proprio mentre torna il 7 ottobre, per recuperare una distinzione che negli ultimi tre anni abbiamo progressivamente smarrito. Si può giudicare duramente la strategia militare israeliana, denunciare le sofferenze inflitte alla popolazione civile di Gaza, contestare gli insediamenti in Cisgiordania, criticare Netanyahu e la sua maggioranza.
Tutto questo appartiene pienamente alla grammatica della democrazia liberale. Criticare Israele, però, è una cosa; considerare la sua esistenza una colpa è un’altra. La prima cosa appartiene pienamente alla democrazia liberale. La seconda rivela spesso un rapporto assai più problematico con essa.
Una distinzione semplice e lineare che sarebbe dovuta essere la linea gotica da difendere con le unghie e con i denti da tutti i democratici. Invece tale confine è stato attraversato bellamente dagli odiatori dell’esistenza stessa di Israele, trovando molte, troppe compiacenze in chi diceva di voler solo esprimere una critica democratica.
Così, in questi ultimi tre anni, le critiche a Netanyahu si sono saldate a un mondo antisraeliano, antiebraico e antisemita in un maleodorante e traboccante cocktail che è arrivato a sporcare perfino la figura di Liliana Segre, rea di non aver ripetuto virgola per virgola il dettato della piazza che considera Hamas un movimento di partigiani.
“Basta gemellaggi con Tel Aviv”, “basta rapporti con le università israeliane”, “basta relazioni con Israele”, in molti casi, non sono state il tentativo, in sé legittimo, di mettere un Paese alle strette per costringerlo a sospendere un’azione che si ritiene contraria al diritto internazionale, ma sono state anche il paravento di un odio antico che ritorna oggi.
A dimostrarlo basta la differenza di foga e di alacre sforzo dedicati a Israele, se confrontati con i docili squittii dedicati all’Iran e alla Russia, solo per citare altri due Stati.
Certo, si può chiedere: quante sono dalle nostre parti le persone che apertamente sostengono la cancellazione dello Stato d’Israele e che sarebbero disposte attivamente a lavorare per una sua cancellazione? Una minoranza. Bene.
Ma quante sono le persone che si muovono attorno ai confini di questa posizione estrema, condividendone pienamente epiteti, frasari (“Palestina libera dal fiume al mare”), atteggiamenti, estetica e tutte o quasi le premesse teoriche, e tra queste l’idea che il mondo sarebbe un posto migliore senza Israele? Molte di più.
E vogliamo davvero dire che coloro che fanno parte di questo secondo insieme, trasversale, sparso, propagato, tentacolare, capillare, martellante, sono del tutto innocenti? Vogliamo dire che non esprimono idee dall’alto contenuto di aggressività?
Vogliamo davvero dire che non se ne indovina il potenziale violento, solo perché si fermano a un passo dalla confessione finale, a un metro o anche meno dal salto del fosso definitivo tra lo slogan e l’azione?
E cosa dire se questo secondo insieme diventa apparato permanente di mobilitazione, con altissime coperture politiche e mediatiche, nazionali e internazionali, spesso proprio nel campo progressista, all’interno del quale, duole dirlo, si sono registrate le uscite più scomposte sulla storia di Israele sentite negli ultimi anni? Quali possono essere le conseguenze?
Ecco cosa si è messo in piedi dal 7 ottobre in poi. Chiunque cerchi di denunciarlo viene tacitato e accusato di voler essere un agente incapacitante, per spostare l’attenzione da Gaza.
La realtà è semmai opposta: in molta retorica antisraeliana, Gaza serve a mostrificare la storia dello “Stato ebraico”. Tre volte sfortunati i palestinesi: scudi umani di Hamas, vittime dei soldati israeliani e allegoria perfetta del Male occidentale per l’ideologia nostrana.
Chi critica Israele può essere profondamente democratico. Può esserlo proprio perché chiede a Israele di rispettare i principi che una democrazia proclama. Chi invece odia Israele e la sua storia, chi considera la sua esistenza una colpa, prima o poi mostra qualcosa di più profondo: che il problema non è soltanto Israele.
Perché Israele, con tutte le sue contraddizioni, è anche questo: uno Stato nel quale un governo può essere contestato nelle piazze, una maggioranza può essere combattuta dall’opposizione, i giudici possono entrare in conflitto con il potere politico, i giornali possono denunciare il governo, i cittadini possono dividersi radicalmente sulla guerra, sui territori, sulla religione, sulla stessa idea di Israele.
Se tutto questo diventa irrilevante, se la distinzione tra Stato e governo, tra società e potere, tra responsabilità politica e legittimità dell’esistenza viene cancellata, allora ciò che si rifiuta non è più soltanto una politica israeliana.
Si rifiuta precisamente quella grammatica che permette di combattere un governo senza desiderare la scomparsa dello Stato e di giudicare una democrazia senza considerarla irrimediabilmente colpevole.
Per questo chi odia Israele e la sua storia – senza che ciò implichi, evidentemente, alcun dovere di amarlo – prima o poi finisce per mostrare di avere un problema più vasto: con la democrazia.
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