Politica globale e sistemi di potere
Due anni di mobilitazione solo per provare a salvare la Palestina “modello Hamas”
Mi sto sempre più convincendo che l’enorme mobilitazione propal di questi due anni sia stata, in fondo, il tentativo disperato e rabbioso di salvare la Palestina “modello Hamas”: quella dei fiumi di denaro, delle agenzie ONU compiacenti e del controllo assoluto su Gaza esercitato nella più


Mi sto sempre più convincendo che l’enorme mobilitazione propal di questi due anni sia stata, in fondo, il tentativo disperato e rabbioso di salvare la Palestina “modello Hamas”: quella dei fiumi di denaro, delle agenzie ONU compiacenti e del controllo assoluto su Gaza esercitato nella più totale indifferenza di molti.
Ma tutti si sono accorti subito che il 7 ottobre rappresentava un punto di non ritorno. La brutalità di quella violenza è andata oltre ogni soglia di giustificabilità, anche per chi continuava a equiparare Hamas a un movimento di liberazione; perfino per chi, pur definendolo un gruppo terroristico, ne tollerava le azioni in nome di una presunta causa superiore. Forse — oso dire — anche per la stessa leadership di Hamas.
Continuo a pensare che neppure Sinwar avesse immaginato una strage di quelle proporzioni, né una ferocia tanto sistematica. Nessuno, del resto, avrebbe potuto prevedere che Israele si sarebbe fatto cogliere tanto impreparato da un’incursione di simile portata sul proprio territorio. Neanche Sinwar, è la mia opinione.
Di fronte a quel massacro, tutti hanno capito che Hamas, questa volta, l’aveva fatta troppo grossa.
E allora, nell’impossibilità di rinnegare l’odio antisemita e ideologico verso Israele, nella consapevolezza che nessuna opzione militare avrebbe potuto salvare Hamas dall’inevitabile risposta israeliana, non restava che una controffensiva propagandistica di proporzioni mai viste.
Si è usato tutto: ogni mezzo, ogni canale, ogni bugia utile a ribaltare il racconto. Si è ricorso al metodo mafioso — o russo, se si preferisce — per spostare l’attenzione dalla violenza senza precedenti di Hamas alla criminalizzazione di Israele. Per provare, come fanno gli stupratori, a infangare la vittima per giustificare la propria abiezione.
Il genocidio, il colonialismo, la carestia, la contabilità mendace dei morti sono diventati la trincea disperata di chi continua a ritenere che la guerra di distruzione di Israele e dell’Occidente sia l’opzione più giusta e moralmente superiore.
Di chi considera più utile alla causa la conta dei civili morti e i tunnel pieni di armi, piuttosto che la costruzione di un futuro vivibile per quelle popolazioni.
Il massimalismo salottiero che tanto piace all’intellighenzia europea, dai tempi di Karl Marx e del suo disprezzo per ogni afflato riformista, si è ritrovato senza esitazioni nella difesa rabbiosa del “modello Hamas”.
E in questo tritacarne di rabbia e disperazione sono finiti, come sempre, gli ebrei: capro espiatorio buono per tutte le epoche in cui la disperazione senza sbocchi si trasforma in violenza cieca e sopraffazione riparatoria.
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