Italia: politica, istituzioni e società

Elly Schlein e il neoliberismo immaginario

Elly Schlein vuole liberare l’Italia dal neoliberismo. Ma descrive come vittima del mercato un Paese con un debito superiore al 137 per cento del PIL, una pressione fiscale del 43,1 per cento, una spesa pensionistica tra le più alte dell’OCSE e uno Stato presente ovunque. Il

Elly Schlein e il neoliberismo immaginario
Filippo PipernoFilippo Piperno15/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura769 parole

Elly Schlein ha individuato il nemico dal quale liberare l’Italia: il «modello economico neoliberista». L’obiettivo è ambizioso, soprattutto perché si tratta di abbattere qualcosa che nel nostro Paese nessuno è ancora riuscito a vedere.

L’Italia ha chiuso il 2025 con un debito pubblico pari al 137,1 per cento del PIL, destinato, secondo le previsioni, a salire ancora. La pressione fiscale ha raggiunto il 43,1 per cento. La spesa pubblica assorbe circa metà della ricchezza prodotta ogni anno e quella pensionistica è tra le più alte del mondo sviluppato.

Lo Stato controlla o partecipa alcune delle maggiori imprese nazionali, distribuisce sussidi, stabilisce tariffe, protegge categorie, autorizza attività, concede licenze e disciplina minuziosamente il lavoro, il risparmio, la casa e l’impresa.

Il problema non è soltanto l’uso disinvolto di una parola ormai ridotta a passe-partout. «Neoliberismo» serve da tempo a indicare tutto ciò che non piace: i salari bassi, la precarietà, le disuguaglianze, Amazon, le banche, gli affitti, la globalizzazione, l’algoritmo di Instagram e probabilmente anche il prezzo del cappuccino.

È una categoria talmente elastica da non spiegare più nulla, ma proprio per questo politicamente utilissima. Non richiede di individuare responsabilità, misurare risultati o indicare priorità.

Naturalmente Schlein, come chiunque altro, ha ragione quando denuncia la stagnazione dei salari, le disuguaglianze, la difficoltà dei giovani a costruirsi un futuro e la crescita quasi inesistente. Sono i veri problemi italiani. Ma elencare correttamente i sintomi per poi attribuirli alla “malattia” neoliberista, nella migliore delle ipotesi, denuncia un po’ di confusione.

L’Italia non cresce da decenni perché ha poca produttività, poca concorrenza, investimenti insufficienti, un’amministrazione lenta, una giustizia civile interminabile, un sistema educativo che fatica a premiare il merito e un mercato del lavoro diviso tra garantiti e non garantiti.

Ha costruito un’enorme macchina redistributiva che preleva molto, spende ancora di più e concentra una quota sproporzionata delle risorse sulla popolazione anziana, mentre offre ai giovani servizi, opportunità e mobilità sociale molto inferiori alle promesse.

Non è lo Stato minimo teorizzato dai liberisti. È uno Stato massimo nei costi e assai più modesto nei risultati.

Il paradosso è che molte delle storture denunciate dalla sinistra non nascono dall’eccesso di mercato, ma dalla sua assenza. I giovani pagano affitti insostenibili anche perché costruire è difficile e l’offerta di abitazioni è rigida. I consumatori pagano servizi costosi perché interi settori sono poco contendibili.

Le imprese più produttive faticano a crescere, mentre quelle meno efficienti vengono mantenute in vita da bonus, deroghe, protezioni e salvataggi. Le retribuzioni restano basse perché la produttività è ferma, non perché qualche manuale neoliberista abbia ordinato agli imprenditori italiani di comportarsi come un capitalista dickensiano.

Sarebbe quindi interessante sapere quale neoliberismo Schlein intenda superare. Quello dei taxi contingentati? Delle concessioni balneari tramandate per generazioni? Delle società municipalizzate? Dei bonus edilizi pagati a debito? Delle pensioni anticipate? Delle partecipazioni statali? Degli incentivi distribuiti a centinaia di categorie economiche? Oppure quello di un Paese nel quale, prima di aprire un’attività, occorre spesso chiedere allo Stato il permesso di chiedergli un altro permesso?

Il sospetto è che il neoliberismo abbia la stessa funzione che ebbe per anni l’austerità: trasformare qualunque vincolo della realtà in un’imposizione ideologica. Se il debito limita la spesa, la colpa è dell’austerità. Se le tasse soffocano il lavoro, la risposta è tassare qualcun altro. Se un sussidio non funziona, occorre aumentarne l’importo. Se lo Stato fallisce, bisogna gravarlo di altre incombenze.

Non si tratta di sostenere che il mercato risolva ogni problema o che lo Stato debba ritirarsi dalla società. Uno Stato autorevole è indispensabile per garantire istruzione, sanità, sicurezza, infrastrutture, concorrenza e protezione delle persone più fragili.

Ma proprio per questo dovrebbe scegliere, valutare e rendere conto. Uno Stato che promette tutto finisce per finanziare soprattutto ciò che possiede più forza elettorale e corporativa, lasciando indietro chi non dispone di una lobby, di un ordine professionale o di milioni di voti organizzati.

Il vero conflitto italiano non è tra neoliberismo e giustizia sociale. È tra chi vive protetto dentro il sistema e chi ne paga il conto restando fuori: tra rendite e lavoro, anziani garantiti e giovani indebitati, imprese assistite e imprese competitive, contribuenti fedeli ed evasori, servizi pubblici efficienti e spesa pubblica improduttiva.

Su questo servirebbe una sinistra capace di mettere in discussione anche le rendite custodite dal proprio campo, non di evocare un capitalismo selvaggio in un Paese nel quale lo Stato entra praticamente ovunque.

Schlein promette di portarci fuori dal neoliberismo. Prima, però, dovrebbe indicarci dove lo ha trovato. Perché da qui l’Italia reale sembra piuttosto il luogo nel quale lo Stato spende metà del PIL, tassa quasi tutto ciò che si muove, ma la colpa è del “neoliberismo selvaggio”.

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