Politica globale e sistemi di potere

Empatia, commercio o ideologia? Le immagini che colpevolizzano l’Occidente

In un articolo dal titolo: “Immagini false di povertà pornografica generate dall’intelligenza artificiale e utilizzate dalle agenzie umanitarie”, il Guardian ha recentemente denunciato l’uso di immagini generate dall’intelligenza artificiale per rappresentare la povertà estrema, la violenza e la sofferenza, una “poverty porn?2.0”. Le immagini in questione

Alessandra LibuttiAlessandra Libutti05/11/2025Aggiornato 08/09/20263 min lettura595 parole
Prima Pagina

In un articolo dal titolo: “Immagini false di povertà pornografica generate dall’intelligenza artificiale e utilizzate dalle agenzie umanitarie”, il Guardian ha recentemente denunciato l’uso di immagini generate dall’intelligenza artificiale per rappresentare la povertà estrema, la violenza e la sofferenza, una “poverty porn?2.0”.

Le immagini in questione – bambini in lacrime, piatti vuoti, contesti africani o asiatici stereotipati – sono vendute come fotografie reali e poi riutilizzate da ONG e agenzie umanitarie.

Il Guardian cita esperti che avvertono che queste immagini “riproducono la grammatica visiva della povertà” e che tale riproduzione alimenta stereotipi. In breve, si tratta di immagini costruite non tanto per documentare quanto per generare un impatto emotivo, per suscitare sensazione, compassione, sdegno – e quindi donazioni, click, condivisioni. È una riduzione della complessità sociale a un immaginario della miseria che funge da “merce visiva” in un mercato della beneficenza e dell’attenzione.

E qui entra in scena il paradosso: lo stesso Guardian – giornale che denuncia la “pornografia della povertà e della sofferenza” – ha più volte pubblicato reportage, foto e video relativi al conflitto di Gaza che fanno leva sull’immaginario del dolore, della distruzione, del corpo ferito, della sofferenza – molte delle quali si sono rivelate estratte da altri contesti (soprattutto la Siria), frutto di AI oppure realizzate con attori e tanto di sangue finto.

In molti casi queste immagini sono state diffuse con l’intento di denunciare una tragedia umanitaria: la sofferenza dei bambini, la devastazione degli edifici. Ma come non chiederci dove si trovi la linea tra la documentazione necessaria e un uso comunicativo che rischia di cadere nel sensazionalismo visivo e nella mobilitazione emotiva?

L’immagine iconica del bambino tra le macerie, o della madre che piange il figlio, o del quartiere bombardato diventano un linguaggio visivo in grado di raccogliere consenso, indignazione, mobilitazione internazionale. Ma al contempo, possono ridurre la persona ritratta a simbolo, a “massa in lutto”, a spettatore della sua stessa tragedia. Va da sé che se l’immagine è reale può essere vista come documentazione, ma se è frutto di AI, oppure di Photoshop, o ancora di un set il passo dalla documentazione alla manipolazione mediatica è compiuto.

In altre parole: utilizzare immagini di vittime, feriti, distruzioni ha senso se la finalità è informare, documentare, permettere comprensione critica, ma diventa problematico se punta solo a “scatenare” un’emozione forte.

C’è poi un aspetto ancora più insidioso: quello ideologico. Se da un lato l’uso di immagini estreme e manipolate configura una vera e propria commercializzazione del dolore, dall’altro serve anche a veicolare una narrazione politica incentrata sulla colpevolizzazione morale dell’Occidente. In questo schema visivo e narrativo, il mondo occidentale – bianco, ricco, sviluppato, colonialista – viene rappresentato come collettivamente responsabile della sofferenza altrui: sia essa la fame in Africa, sia la distruzione a Gaza.

Le immagini diventano così strumenti non solo per generare empatia o raccogliere fondi, ma per costruire un messaggio ideologico in cui l’Occidente deve espiare, provare vergogna, pagare un prezzo simbolico per il proprio privilegio. È una dinamica che trasforma lo spettatore in un colpevole passivo, facendo leva sul senso di colpa più che su una comprensione reale dei fatti. Il risultato è un’emotività polarizzata, una realtà semplificata in buoni e cattivi, vittime e carnefici, in cui l’analisi critica lascia spazio alla propaganda per immagini.


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