Società, cultura, storia e idee

Fare di un’erba un fascio per negare i problemi

? Questo tweet, giunto in risposta ad un video realizzato da me, Anna Paola Concia e Aurelio Mancuso richiedeva una risposta più approfondita, perché dimostra come l'estremizzazione dei fenomeni porti alla vanificazione degli sforzi, e addirittura ad un ribaltamento, fino a negare tout court le cause

Alessandra LibuttiAlessandra Libutti14/07/2024Aggiornato 08/09/20267 min lettura1.365 parole

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Questo tweet, giunto in risposta ad un video realizzato da me, Anna Paola Concia e Aurelio Mancuso richiedeva una risposta più approfondita, perché dimostra come l’estremizzazione dei fenomeni porti alla vanificazione degli sforzi, e addirittura ad un ribaltamento, fino a negare tout court le cause alla base di determinati fenomeni.

Se si arriva a pensare che ogni femminismo sia incentrato sulla “colpa”, si stanno chiaramente confondendo cose alla base antitetiche e scambiando una lotta per i diritti civili con il fanatismo. Si fa di un’erba un fascio per negare i problemi.

Per sgomberare il terreno da malintesi, vorrei innanzitutto ricordare che le donne, fino agli anni ‘70 e per talune cose addirittura fino agli anni ‘90, non avevano gli stessi diritti legali degli uomini e che gran parte delle donne della mia generazione, in famiglia, non erano trattate allo stesso modo dei fratelli, né per noi esistevano le stesse aspettative e libertà. Qualunque donna italiana che oggi abbia più di 50 anni è nata in una posizione subordinata. Lo imponeva la cultura e lo diceva la legge.

Chi scrive aveva un padre che era una gran brava persona ed aveva un gran cuore. Eppure, nel corso della mia infanzia era un patriarca a tutti gli effetti: era lui a sedere a capotavola, a battere il pugno sul tavolo e ricordarci a tutti che il capo famiglia era lui e che in casa comandava lui. Amava nostra madre ma spesso la trattava come una serva; voleva bene a noi figlie femmine, ma il futuro a cui guardava era soprattutto quello di nostro fratello. Frasi come”quando ti sposerai, a queste cose ci penserà tuo marito” erano all’ordine del giorno perché per quanto ci spronasse a studiare, il”futuro” era sempre e solo percepito attraverso quello di un marito, non il nostro.

Era un despota da colpevolizzare? No. Non si possono giudicare comportamenti passati estrapolandoli dal contesto. Nostro padre agiva in un contesto culturale e sociale, sulla base dell’educazione ricevuta (famiglia patriarcale del Meridione e scuole fasciste) e cercava di rispondere alle aspettative della società e del ruolo che essa gli imponeva.

?La cultura patriarcale è esistita come struttura sociale, una struttura che poneva gli uomini ai vertici. Questo non significa che tutti gli uomini erano “colpevoli”. Al suo interno molti uomini erano essi stessi vittime di quella struttura e del ruolo che dovevano ricoprire, volenti o nolenti.?

Negli anni ’80, quando ero adolescente, le leggi erano state modificate, la cultura stava cambiando e, al passo con i tempi, la trasformazione di nostro padre fu radicale. Posso dire di avere avuto due padri: il patriarca della mia infanzia e il femminista della mia adolescenza. E certo, non è che si fosse sbarazzato del suo retaggio dall’oggi al domani, ma ci provava, a volte lo faceva goffamente ma ci provava.

Come ci si era arrivati? Grazie alle battaglie femministe e sociali che avevano imposto una virata culturale; che avevano fatto anche cambiare le leggi. Nel giro di uno o due decenni, la mia generazione (di uomini e donne), nata in pieno patriarcato, si ritrovò ad agire in un nuovo scenario.

E ora torniamo al punto di partenza. Fanatismo è quello che crea una lotta tra i sessi e colpevolizza facendo di un’erba un fascio; è quello che non cerca di analizzare i fenomeni, ma si ferma alla superficie; è quello che giudica senza comprendere; è quello che offre la scappatoia ad altri nel negare le basi di una problematica. Quello, appunto, è fanatismo, ed è sempre e solo stata la frangia più radicale.

Ridurre delle lotte reali alle frange più radicali è al tempo stesso una forma di fanatismo. Un po’ come chi riduce la sinistra al comunismo (anche quella socialdemocratica) e la destra al fascismo (anche quella liberista). Non è che se in un movimento ci sono alcune frange radicali che colpevolizzano, tutto il movimento è nato per colpevolizzare. Cerchiamo di essere un po’ più razionali e più profondi di così e soprattutto proviamo a non cercare di sfruttare il fanatismo per liquidare una questione ancora molto reale.

Condannare il femminismo come un movimento illiberale e sessista è una scappatoia, anche se alcuni gruppi femministi sono così. È un modo per liquidare una questione con il classico:”oggi il patriarcato non esiste più, c’è la parità dei sessi e abbiamo anche un PdC donna, cosa vogliono le donne di più?” La pietra tombale sulle problematiche.

E le problematiche sono ancora tante e ce le dovremmo porre tutti, uomini e donne, senza guerre. Ne cito solo alcune:

La disparità salariale

Gli uomini guadagnano sostanzialmente più delle donne, è un fatto, non stiamo a girarci intorno o a liquidarla come Vittorio Feltri”se le donne vogliono guadagnare come gli uomini devono lavorare quanto gli uomini”. Dando ad intendere che le donne siano delle sfaticate, che lavorino poco per scelta e che la disparità salariale sia colpa delle donne.

Chi è che colpevolizza?

Se ti opponi a questo ragionamento e proponi una riflessione, ecco che vieni tacciata per fanatica.

Io la chiamo polarizzazione. Quella che non ci porta da nessuna parte e mantiene lo status quo.

La rappresentanza ai vertici amministrativi

I vertici amministrativi in Italia , in gran parte delle aziende, continuano ad essere composti largamente (e in alcuni casi esclusivamente) di uomini. Se si nega la questione è perché forse, sotto sotto, continua a permanere il sottinteso che”sono più capaci”.

In tal caso, chi è che colpevolizza?

Se ti opponi a questo ragionamento e proponi una riflessione, ecco che vieni tacciata per fanatica.

Il calo delle nascite

In Italia non si fanno più figli. La questione è complessa e non riguarda certo solo le donne, ma poiché il periodo riproduttivo di una donna è relativamente breve rispetto a quello di un uomo (circa 30 anni), sarebbe fondamentale capire come agire strutturalmente nella società perché le donne non debbano giungere quasi alla fine di quel periodo riproduttivo prima di essere nella condizione di fare figli.

Certo, ci fu chi suggerì di togliere i libri alle donne (come un talebano qualsiasi) ma ci si aspetterebbe che in una società civile e democratica la risposta possa essere trovata nel pieno rispetto dei diritti e della dignità degli individui, senza implicare che una categoria può fare e disfare dell’altra decidendo se può o non può studiare. Che poi, gira e rigira, si arriva sempre a dire”le donne non vogliono più fare figli”, dando ad intendere che ci sia una base di egoismo alla base di tutto.

Chi è che colpevolizza?

Se ti opponi a questo ragionamento e proponi una riflessione, ecco che vieni tacciata per fanatica.

La partecipazione e l’interesse per la politica

Non basta avere una PdC donna e qualche deputata. Solo metà degli italiani vota alle elezioni e di questa metà, le donne sono una minima parte. Le donne in Italia non votano quasi più. Cerchiamo di domandarci cosa sta succedendo.

Chi scrive conosce i dati dei lettori di questo blog che si occupa di politica. Sono all’80% uomini, con solo il 20% di donne (dai 50 in su). È uno di quei fenomeni sottocutanei, invisibili ai più, che sono tanto retaggi del passato quanto specchio di problemi contemporanei.

Risposte al momento non ne ho, e neanche soluzioni, ma mi interessa esplorare e comprendere il fenomeno per cercare di risolverlo senza liquidarlo alla spicciola (come mi è capitato di sentire).”Bèh, se le donne ora che hanno tutti questi diritti non si interessano, sarà anche colpa loro”.

Chi è che colpevolizza?

L’aborto

È una questione delicata che riguarda tutti: uomini e donne, ma che comunque ricade sulle donne. Questo perché un padre può anche non essere sulla scena (stupri, incontri occasionali, relazioni finite e padri latitanti) e perché – per motivi strettamente biologici – è la donna che deve portare avanti la gravidanza.

Senza entrare nel merito del”pro” o”contro” (chi scrive è assolutamente”pro” ma non è questo il punto), il merito della questione è che in Italia si pensa che sia una questione che riguardi esclusivamente gli uomini e che pertanto devono essere loro a discuterne. Come ne avevo scritto qui:

Tanta è ancora la strada da fare e chi vuole porre la questione come una guerra tra i sessi (sia questo il radicalismo di chi inneggia alla cultura patriarcale dello stupro o chi nega i problemi nascondendosi dietro agli eccessi dei fanatismi) rappresenta un ostacolo al miglioramento del paese, tutto.

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