Società, cultura, storia e idee

Galimberti e quell’invito agli ebrei a essere un po’ meno ebrei

Umberto Galimberti invita gli ebrei a ridurre la propria identità per rendere possibile il dialogo. Ma l’identità ebraica non è soltanto religiosa e la storia insegna che attenuarla non ha mai protetto dalle persecuzioni. Mentre nel mondo l’accusa scivola dal governo israeliano agli israeliani e infine

Galimberti e quell’invito agli ebrei a essere un po' meno ebrei
Stefano PipernoStefano Piperno03/10/2026Aggiornato 17/10/20262 min lettura422 parole

Spigolando tra articoli e cronache degli ultimi anni, capita talvolta di imbattersi in dichiarazioni sfuggite al dibattito pubblico o archiviate troppo in fretta. È il caso di alcune parole pronunciate il 28 gennaio 2024 al Teatro Franco Parenti di Milano da Umberto Galimberti. Sono trascorsi più di due anni, ma il tempo non le ha rese meno sorprendenti né meno meritevoli di essere rilette.

Le parole, riportate da Repubblica, sono queste: “Sarebbe una cosa buona se gli ebrei riducono [riducessero, ndr] un po’ la loro identità, perché allora comincia la possibilità di dialogare; il dialogo comincia solo se ciascuno indebolisce se stesso”.

Un’uscita perlomeno maldestra, in fatto di ebrei, quella del professor Galimberti.

Eh già. Il problema è che l’identità ebraica non è un abito che si possa indossare o riporre secondo le convenienze del momento. Come ricordava Sartre, sono gli altri, di tanto in tanto nel corso della storia, a ricordarti che sei”un ebreo”.

A suo tempo i nazisti non andarono per il sottile: catturarono e assassinarono anche persone di ascendenza ebraica che non professavano l’ebraismo, convertiti e persone che avevano persino cambiato nome. Ridurre la propria identità non bastò a sottrarsi alla persecuzione.

L’identità ebraica non si esaurisce nella religione, ma comprende l’appartenenza a un popolo. E questa non è una sottigliezza.

Tutti i popoli e le nazioni hanno un sentimento identitario e ne rivendicano il rispetto: si provi a offendere un francese nella propria identità!

Le parole di Galimberti arrivavano, peraltro, subito dopo una considerazione su quanto stava accadendo ai palestinesi, definito “qualcosa di sproporzionato”. Ed è proprio nel dibattito su Israele che l’identità ebraica rischia di diventare una colpa per estensione: dalle responsabilità del governo israeliano si passa agli israeliani, già con una forzatura, perché si riduce a un blocco indistinto una società democratica complessa, con una forte opposizione interna; dagli israeliani si passa infine agli ebrei, coinvolgendo nelle medesime responsabilità cittadini di vari Paesi del mondo. Non è un passaggio che si possa attribuire direttamente a Galimberti tuttavia è quello che sta accadendo.

Non stupisce nemmeno più che persone di vasta cultura rinuncino a un doveroso approfondimento e sposino le tesi del mainstream mediatico, ricorrendo ad argomenti che procurano facile consenso. E, per quanto dolorose, le notizie di esclusioni dal mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport per il solo fatto di essere ebrei scivolano via nell’indifferenza, quando non vengono accolte con soddisfazione.

Il professor Galimberti è stato un insegnante, è un filosofo e una persona perbene: gli perdoniamo l’errore sul congiuntivo, un po’ meno quell’uscita infelice.

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