Italia: politica, istituzioni e società
Giorgia Meloni e il riflesso illiberale della destra italiana
Meloni difende in Parlamento una lettura caricaturale dei meccanismi europei sullo Stato di diritto. Dietro l’attacco alla Commissione affiora un messaggio politico alla destra più insofferente verso Bruxelles e verso i vincoli liberaldemocratici. Signor presidente del Consiglio Meloni, ma chi gliel’ha fatto fare di difendere oggi



Meloni difende in Parlamento una lettura caricaturale dei meccanismi europei sullo Stato di diritto. Dietro l’attacco alla Commissione affiora un messaggio politico alla destra più insofferente verso Bruxelles e verso i vincoli liberaldemocratici.
Signor presidente del Consiglio Meloni, ma chi gliel’ha fatto fare di difendere oggi davanti al Parlamento i diritti delle democrazie illiberali?
Le parole che ha pronunciato oggi alla Camera sembrano rivolte meno ai partner europei che a quella parte dell’elettorato che considera Bruxelles una minaccia e le garanzie liberaldemocratiche un fastidioso intralcio alla sovranità nazionale.
Una platea sulla quale oggi il generale Vannacci esercita un’indubbia attrazione politica. Ed elettorale, cosa che non la può lasciare indifferente. I numeri cantano e dicono che la Lega rischia di essere progressivamente cannibalizzata dal leader che Salvini ha creato in provetta (certo, con l’aiuto della stampa di sinistra tanto scandalizzata da diventare scandalistica).
Ma è anche vero che una parte della destra di governo è ancora incantata da idee su cui si è formata la sua cultura politica e cui ora Vannacci dà nuova vita sfregando la lampada magica del reazionarismo.
Ascoltiamola, 11 giugno, Camera dei Deputati.
«Altro tema fondamentale è quello della condizionalità legata al rispetto dello Stato di diritto. Ora, qui, prima che l’opposizione tiri fuori il suo ridicolo armamentario sul Governo illiberale, voglio ribadire una cosa lapalissiana per chiunque mantenga un briciolo di onestà intellettuale: questo Governo non è contro lo Stato di diritto. Tutt’altro.
Questo Governo sa, però, che nella civiltà occidentale il fondamento dello Stato di diritto è l’uguaglianza di fronte alla legge. Quindi, se di Stato di diritto vogliamo parlare, il principio va rispettato da tutti alla stessa maniera, Commissione europea inclusa.
Non è concepibile che un documento informale – la Relazione annuale sullo Stato di diritto – predisposto da funzionari della Commissione sulla base di articoli di giornale, non da istanze giurisdizionali, possa assumere un carattere vincolante capace di bloccare, senza contraddittorio, l’erogazione dei fondi a uno Stato membro.
Deve far riflettere, colleghi, che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di Governo, pur rimanendo inalterate le leggi che vengono contestate.
Continueremo a lavorare per correggere queste distorsioni, perché sono lontane dall’idea di Europa che abbiamo in mente. Allo stesso tempo, intendiamo contrastare ogni proposta volta a far aumentare i controlli e le condizionalità al crescere dei fondi europei assegnati».
Ma chi gliel’ha fatto fare, presidente Meloni, di dire cose spropositate davanti al Parlamento?
Lei parla di “un documento, la Relazione annuale sullo Stato di diritto, predisposto da funzionari sulla base di articoli di giornale”, che assume carattere vincolante per la Commissione tanto da bloccare i fondi per uno Stato membro.
Questa è una rappresentazione caricaturale di processi che prevedono contributi scritti degli Stati membri, visite-paese con centinaia di incontri bilaterali con autorità nazionali e organismi indipendenti, input del GRECO, dell’OCSE, della Commissione di Venezia, di organizzazioni internazionali e della società civile.
Le fonti giornalistiche possono rientrare nei materiali di riferimento, ma costituiscono una componente marginalissima, e lei lo sa. E se non lo sa, è cosa grave.
Lei dice che questo rapporto “può assumere un carattere vincolante capace di bloccare, senza contraddittorio, l’erogazione dei fondi a uno Stato membro”.
Questo è assolutamente falso: la Relazione annuale sullo Stato di diritto, da sola, non blocca alcun fondo europeo e non ha effetti giuridici automatici. La decisione finale, secondo il Meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto previsto da un regolamento UE, richiede una procedura formale al termine della quale la decisione finale passa attraverso il Consiglio dell’Unione europea.
Lei aggiunge che non è previsto contraddittorio. Ma via! Il Regolamento 2020/2092 prevede una procedura in contraddittorio in cui la controversia si svolge tra la Commissione e lo Stato membro, viene risolta dal Consiglio e può essere sottoposta al vaglio giurisdizionale della Corte di giustizia dell’Unione europea.
La Commissione propone misure al Consiglio, ma è il Consiglio che prende la decisione finale e lo Stato membro può in qualsiasi momento presentare misure correttive e contestare la procedura davanti alla Corte di giustizia.
Infine, lei dice che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventano poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di Governo, pur rimanendo inalterate le leggi che vengono contestate.
È una critica che hanno mosso anche altri, non ostili alla Commissione. Ma in realtà in Polonia molte leggi sono state cancellate e in Ungheria sono cambiati, se non ancora tutte le leggi, i comportamenti del governo insediato di recente.
Forse la Polonia e l’Ungheria che reprimevano e assoggettavano stampa e magistratura non le erano “sgradite”, per usare il suo linguaggio?
Lei ha pronunciato quelle frasi a freddo, quando non vi è in corso alcuna procedura ora che l’Ungheria, come la Polonia, non è più soggetta alla democrazia illiberale teorizzata e praticata dal suo amico Orbán.
La sua è stata una dichiarazione preventiva di non belligeranza verso chi, in Europa, farebbe volentieri a meno dei vincoli democratici. Lei ha parlato con veemenza inusitata, come se vedesse già la spada di Damocle della malignità europea oscillare sulla sua testa.
Questo inquieta. Significa che la sua leadership è pronta a fare un passo indietro rispetto alla credibilità conservatrice e moderata che si era guadagnata in questi anni, pur di tenere insieme una coalizione che tira dall’altra parte? È una domanda che merita risposta.
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