Società, cultura, storia e idee

Guterres e quel “non avviene nel vuoto”: anatomia di un’assoluzione

Dal 7 ottobre all’Ucraina e agli scontri di piazza, il richiamo al contesto diventa troppo spesso un alibi per la violenza della propria parte. Ma chi concede agli alleati un’immunità morale prepara un principio che domani potranno invocare gli avversari.

António Guterres al microfono, con strisce di documenti che coprono parzialmente una casa incendiata, un edificio ucraino colpito e una vetrina infranta.
Alfonso LanzieriAlfonso Lanzieri20/10/2026Aggiornato 19/10/20265 min lettura1.087 parole

Il 24 ottobre 2023, intervenendo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario generale António Guterres affermò che gli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre “non sono avvenuti nel vuoto”, richiamando la lunga storia di occupazione e sofferenza del popolo palestinese. Precisò anche che nulla può giustificare le uccisioni deliberate e il rapimento di civili.

Eppure, proprio quella formula, concepita per collocare gli eventi in una cornice storica, è divenuta emblematica di un’ambiguità che avrebbe attraversato una parte del dibattito pubblico occidentale.

A poche ore da un massacro efferato, mentre ancora si contavano i cadaveri, aggiungere l’impulso irrefrenabile di richiamo al “contesto” (per il quale ci sarebbe potuto essere eventualmente un momento più opportuno) ha poco a che fare con la comprensione di uno scenario storico e molto invece con la volontà di inserire una mattanza orribile dentro una catena causale nella quale il pogrom appena consumato rappresentava, questo il non detto, un barbarico effetto.

Prima ancora, più o meno nel febbraio 2022, la contestualizzazione è stata spesa per l’invasione di Putin dell’Ucraina. Bombardamenti di civili, città rase al suolo, stupri di massa e torture. Sì, tutto da condannare, però l’allargamento della NATO, l’atteggiamento di Zelensky, la risposta dell’Europa e altri argomenti tesi a ridimensionare le responsabilità del leader russo.

Da qualche tempo si assiste alla riproposizione di un medesimo schema interpretativo, nel quale la natura di un atto sembra dipendere meno da ciò che esso è e più dalla causa alla quale viene ricondotto.

Comprendere la storia di un conflitto è un’esigenza elementare dell’intelligenza politica. Da questo punto di vista, nessun evento umano si produce nel vuoto. Ricostruire le ragioni di un conflitto non equivale a riconoscere a ciascuna delle parti il diritto di compiere qualunque cosa in nome della propria storia.

Anche ammettendo che un’oppressione sia reale, non ne segue che ogni violenza esercitata contro chi ne è ritenuto responsabile diventi, per ciò stesso, giusta. Fra la genealogia di un atto e la sua legittimità morale non esiste una deduzione necessaria, e naturalmente ciò vale anche per l’esercito di Israele.

Questo rapporto distorto con la violenza non riguarda soltanto il conflitto iniziato il 7 ottobre o quello ucraino. Lo ritroviamo anche nelle reazioni alle violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni di piazza degli ultimi giorni, quando la legittima domanda sulle ragioni del disagio sociale è stata talvolta spinta fino a diventare una riserva sulla stessa condanna della guerriglia urbana.

Lo ritroviamo, su un versante apparentemente opposto, nelle discussioni di qualche mese fa sul gioielliere che sparò alle spalle dei rapinatori in fuga, quando la rabbia, la paura e il senso di abbandono di chi subisce la criminalità sono stati invocati per attenuare il giudizio sulla sua condotta contraria al codice penale.

Non si tratta di mettere sullo stesso piano un attentato terroristico, gli scontri di piazza e un episodio di reazione armata a una rapina. Sono episodi che differiscono per circostanze, responsabilità e proporzioni. Ciò che li rende accostabili è una questione più circoscritta, ma non meno importante: l’assoluzione della violenza in base alla vicinanza o meno con la causa rivendicata dai protagonisti.

In ciascuno di questi casi, infatti, una condizione di sofferenza, reale o presunta, può diventare il principio di una giustificazione. Se bastasse individuare una causa capace di suscitare la nostra solidarietà per rendere accettabile la violenza che pretende di rappresentarla, il giudizio morale (e legale) si assoggetterebbe alla militanza politico-culturale, cioè allo scontro tra due o più volontà che vogliono nient’altro che l’annientamento dell’altra.

A questo punto la regressione all’inciviltà è servita. È per questo che lo Stato (non un partito) detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza, ed è per questo che anche per rivendicare ciò che ci spetta esistono modi leciti e modi illeciti. La bontà della causa non basta a fare il diritto.

Per arrivarci ci abbiamo messo secoli, eppure sembra che non tutti se ne ricordino, avvolti dalla scarica elettrica sentimentale che sanno dare le masse in movimento.

Quando la legittimità della forza non viene più misurata sulla base di criteri condivisibili, ma fatta dipendere dalla collocazione storica di chi la esercita, a chi incarna il ruolo di vittima si concede una sorta di credito morale preventivo e a chi appartiene all’ordine contestato si attribuisce, invece, una responsabilità originaria che rischia di renderlo colpevole a prescindere.

La distinzione fra vittime e responsabili, indispensabile per comprendere ogni conflitto, viene così irrigidita in una divisione fra soggetti moralmente autorizzati a fare più o meno tutto e soggetti privi di titolo a invocare giustizia.

Una simile logica si rivela particolarmente contraddittoria quando la si confronta con il pacifismo di una parte di coloro che mostrano indulgenza verso la violenza rivoluzionaria.

Così, voci disposte a interpretare con benevolenza la violenza esercitata contro l’ordine occidentale, o persino a giustificarla quando assume una forma insurrezionale, si mostrano invece pronte a invocare il rifiuto delle armi, della guerra e delle spese militari quando si tratta di sostenere la resistenza ucraina aggredita dalla Russia.

Una pace invocata senza interrogarsi sulle condizioni politiche che la rendono giusta, perché il ricorso alla forza è valutato secondo una gerarchia implicita di cause e appartenenze. In questa prospettiva, la violenza di chi si ribella a un ordine giudicato ingiusto può apparire come un momento della liberazione, mentre quella di chi difende il proprio Paese viene snobbata o addirittura delegittimata.

Ma chi accarezza la pancia degli esagitati guerriglieri urbani sta facendo male i conti. La violenza, una volta legittimata in nome dell’eccezionalità di una causa, non resta necessariamente al servizio di chi l’ha invocata.

Chi la autorizza perché ritiene giusta la propria parte introduce un principio che altri potranno utilizzare per fini opposti, rivendicando la medesima immunità dal giudizio. Non esiste alcuna garanzia che il privilegio concesso oggi ai propri alleati non venga rivendicato domani dagli avversari.

Quando il limite viene considerato un semplice ostacolo da rimuovere in nome della necessità storica, nessuno può più stabilire dove quella necessità debba arrestarsi.

La storia conosce abbastanza bene questa illusione: evocare la violenza come strumento di liberazione, persuasi di poterla controllare una volta raggiunto il fine desiderato, per scoprire che essa ha finito per imporre la propria logica anche a coloro che pretendevano di servirsene.

Il problema non è soltanto che il genio, una volta uscito dalla bottiglia, possa rivolgersi contro chi lo ha liberato. È che, nel momento in cui si rinuncia a giudicare la violenza secondo criteri che valgano anche per i propri alleati, si perde la possibilità di stabilire perché essa debba fermarsi.

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!