Economia, energia e globalizzazione

Ma il cambiamento climatico è l’ennesimo alibi contro il nucleare

Il cambiamento climatico viene invocato come nuovo argomento contro il nucleare: siccità e fiumi più caldi ne limiterebbero il raffreddamento. Ma i dati mostrano cali molto maggiori per idroelettrico ed eolico, mentre i problemi delle centrali nucleari possono essere affrontati con adeguamenti progettuali. Dietro l’allarme scientifico

Ma il cambiamento climatico è l'ennesimo alibi contro il nucleare
Rosa Filippini16/09/2026Aggiornato 17/10/20265 min lettura978 parole

In una sua recente analisi sul declino della politica e sul venir meno delle condizioni per un confronto razionale di opinioni, Alessandro Tedesco dice che “non è che manchino dati che confermino i fatti” – anzi, non ci sono mai stati così tanti dati, verifiche e fact-checking in tempo reale come oggi -; è che i fatti hanno smesso di essere le basi su cui ci si confronta, anche in termini di consenso.

A riprova, cita opinioni e posizioni su temi “caldi” come la guerra, la negazione dei diritti nei Paesi autoritari, l’antisemitismo avallato da narrazioni false, le promesse sconsiderate della propaganda elettorale.

Purtroppo, il meccanismo di narrazioni falsate a dispetto dei fatti funziona anche per temi molto più “freddi” e per dati, in teoria, inequivocabili come quelli sull’uso e l’approvvigionamento di energia, sulle relative analisi economiche, sulla valutazione della potenzialità delle fonti energetiche e delle loro tecnologie.

Anche in questo caso, i dati non mancano e anche qui vengono piegati a tesi precostituite e sventolati per fingere la credibilità della propria narrazione piuttosto che per dare atto della realtà.

È il caso del tormentone molto in voga questa estate, complice il caldo insopportabile, in base al quale il nucleare sarebbe incompatibile con le stagioni sempre più aride determinate dai cambiamenti climatici, a causa della scarsità d’acqua necessaria al raffreddamento delle centrali.

Dopo aver circolato nei talk show e sui social, la tesi è approdata addirittura sulle pagine di InOltre, generalmente immune da questo genere di semplificazioni.

Nell’articolo di Luca Longo del 12 settembre, pur riconoscendo le caratteristiche ineguagliabili del nucleare quanto a densità energetica e continuità dell’erogazione, si finisce per accreditare lo studio pubblicato il 6 settembre da Valerie Arnhold e M.V. Ramana sul Bulletin of the Atomic Scientists, che sostiene che il cambiamento climatico starebbe trasformando sempre più spesso il raffreddamento delle centrali nel loro principale limite operativo.

Un’affermazione che, di per sé, può significare che il nucleare non è compatibile con le emergenze future oppure, al contrario, che il limite riscontrato è risibile in relazione agli adeguamenti tecnologici possibili e in confronto allo stesso limite riscontrato sulle fonti alternative disponibili.

Ondate di calore, siccità prolungate e fiumi più caldi hanno già costretto gli operatori a ridurre la potenza o, in alcuni casi, a fermare temporaneamente gli impianti.

Peccato che, come ha osservato il prof. Giuseppe Zollino in un post su X, i numeri dicano qualcosa di più significativo (i dati seguenti sono presi da energy-charts.info):

  1. in Italia, le condizioni meteo estreme hanno causato, a luglio 2026, un calo del 23% della produzione idroelettrica rispetto a luglio 2025;
  2. sempre in Italia, esattamente del 23% è stato anche il calo della produzione eolica (nel calcolo abbiamo tenuto conto della diversa potenza installata);
  3. nell’Unione europea, il calo della produzione elettronucleare è stato del 2%.

Sui punti 1) e 2), dice Zollino, purtroppo c’è ben poco da fare: il calo di produzione idroelettrica ed eolica ce lo terremo, insieme con il caldo estremo, per centinaia d’anni, senza possibilità di neutralizzarne gli effetti. Ma di questo – chissà come mai – si parla molto poco, quasi niente.

Per completare l’informazione, i pannelli fotovoltaici riducono l’energia prodotta dello 0,5% per ogni grado di aumento della temperatura. Per cui, per avere un calo del 2%, come quello del nucleare, basta un aumento di 4 gradi della temperatura. Ma, a differenza del nucleare, si tratta di un fenomeno intrinseco, dovuto alla fisica della cella, su cui non c’è modo di intervenire.

Al contrario, conclude Zollino, il raffreddamento di tutte le centrali termoelettriche, incluse ovviamente le nucleari, è solo questione di corretta progettazione (o riprogettazione), per tener conto dei cambiamenti climatici, che non costituiscono perciò un impedimento insormontabile al corretto funzionamento delle centrali.

In mancanza di un corso d’acqua con portata sufficiente, centrali costruite nell’entroterra possono essere raffreddate con torri evaporative, che utilizzano acqua a ciclo chiuso, la quale in piccola parte evapora e torna a terra nel giro di poche settimane sotto forma di pioggia. Nelle centrali nucleari europee sono già operativi da tempo sistemi ibridi e le torri di raffreddamento sono usate anche nelle centrali geotermoelettriche.

Ecco, basterebbero queste semplici evidenze a smascherare una tesi apparentemente autorevole, scientifica, ragionevole, esposta da accademici, il cui unico obiettivo è, in realtà, quello di far credere che sarebbe stato “scoperto” un punto debole, insuperabile e finora nascosto che, da solo, renderebbe impraticabile l’utilizzo dell’energia nucleare.

Fatto sta che i fautori di una transizione energetica veloce e a qualsiasi costo perché non ci sarebbe più tempo per scongiurare la catastrofe climatica sono quasi sempre gli stessi che osteggiano l’energia nucleare, ovvero l’unica tecnologia in grado di produrre energia abbondante e continua con bassissime emissioni climalteranti in ogni fase del processo produttivo, tale da poter ridurre concretamente l’uso di combustibili fossili.

Non possono più ricorrere ad argomenti abusati per più di 50 anni come le scorie, la proliferazione, i rilasci radioattivi, tutti ormai superati da misure intrinseche di sicurezza che non hanno uguali in altri settori industriali, in tutto il mondo. O come il costo del kilowattora, non solo controverso, ma anche superato dall’emergere dei problemi causati dalle rinnovabili o dall’approvvigionamento di fossili in un mondo in guerra.

Per questo sono alla ricerca di ogni veto ulteriore che possa arginare la tendenza crescente a riconsiderare l’energia nucleare, anche in Italia.

Sarebbe un tentativo puerile se potessimo contare su un confronto corretto e comprensibile fra fautori e oppositori del nucleare. Ma no.

Ancora oggi radio, televisioni e i maggiori giornali tendono a dare per scontata una transizione fondata esclusivamente sulle rinnovabili e a screditare di conseguenza qualsiasi opinione non conforme. Stentano a pronunciare la parola nucleare fuori dagli ambienti degli addetti ai lavori, limitano il contraddittorio alle risse da bar fra rappresentanti politici, quelli capaci di sostenere qualsiasi tesi per “partito preso”.

Anche su questo argomento, dunque, la campagna elettorale che si avvicina non promette niente di buono…

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