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Il declino della politica, tra menzogne virali e appartenenza tribale

Tra bandiere terroriste accolte a sinistra, promesse elettorali miliardarie, contraddizioni identitarie e propaganda social, la politica contemporanea sembra aver sostituito i fatti con narrazioni emotive. Nell’ecosistema digitale, memoria e complessità soccombono allo spettacolo, mentre rabbia e appartenenza diventano strumenti di mobilitazione e consenso.

Il declino della politica, tra menzogne virali e appartenenza tribale
Enrico MaraniEnrico Marani12/09/2026Aggiornato 17/10/20267 min lettura1.536 parole

Il territorio non precede più la mappa, né le sopravvive. D’ora in poi è la mappa che precede il territorio.

Jean Baudrillard

La politica è forse ridotta a perenne rappresentazione teatrale e a racconto di fatti completamente immaginari? Davanti a Montecitorio, un presidio progressista contro il ddl antisemitismo sventola bandiere di Hamas e Hezbollah con gran naturalezza, tra cori inneggianti ai miliziani del movimento terroristico palestinese e libanese, macchiatisi di spietati atti di terrorismo. Nella stessa piazza siedono esponenti di partiti di sinistra che accolgono con naturalezza l’evento.

Lo stesso giorno, a Dallas, Donald Trump promette cinquemila dollari a ogni cittadino americano se i repubblicani vinceranno le elezioni di midterm. Lo chiama “dividendo Trump”, lo paragona ai dividendi di una società quotata a Wall Street. Nessun dettaglio su come finanziarlo, nessuna copertura, un costo stimato oltre i mille miliardi di dollari assolutamente insostenibile, per una proposta eticamente imbarazzante, più vicina al mercato del pesce che alla politica. Il messaggio arriva comunque a un elettorato pronto ad accogliere qualsiasi proposta e a credere a qualsiasi menzogna.

Non è la prima trovata verbale di un presidente abituato a presentarsi come eroe di eventi mai accaduti. Vent’anni prima aveva già raccontato di aver soccorso i feriti a Ground Zero e di aver diretto un centinaio di uomini tra le macerie del World Trade Center. Nessuna prova fattuale regge quel racconto, e i cronisti che lo hanno verificato non trovano tracce di lui sul posto.

Il fatto non conta più, come in un romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Conta l’immagine di sé che quella storia costruisce, la narrazione, ed è quell’immagine, non il fatto, a restare nella memoria. Fantastica o meno, non ha importanza.

In Germania, Alice Weidel guida un partito, Alternative für Deutschland, che si oppone all’immigrazione e ha sposato un’immigrata, si oppone ai diritti LGBT+ ed è lei stessa lesbica, contesta l’adozione da parte di coppie omosessuali e ha adottato due figli con la propria compagna, predica un nazionalismo tedesco intransigente e vive in Svizzera.

Nessuna di queste contraddizioni scalfisce il consenso del partito, oggi primo per intenzioni nei Länder dell’ex DDR. Forse la politica oggi può esser ridotta a letteratura, da cui il politico è totalmente svincolato? Al giorno d’oggi Alice Weidel sembra dirci che è una domanda retorica con una scontata risposta affermativa.

Nei cortei pro-Palestina occidentali, dalle università inglesi a Copenaghen, fino a Roma e Barcellona, sventolano regolarmente bandiere arcobaleno accanto a quelle palestinesi. A Hebron, a Gaza, la militanza omosessuale è punita con la tortura o la morte; anche un comandante di Hamas è stato giustiziato dai suoi stessi uomini per aver avuto rapporti con un altro uomo.

Da quando Hamas controlla la Striscia, applica la legge coranica in modo severo, e organizzazioni per i diritti umani e testimonianze dirette documentano casi di arresti, torture e uccisioni extragiudiziali di persone sospettate di omosessualità. Nessuno di questi fatti risveglia la ragione.

Non serve cercare oltre, anche se si potrebbe; bastano le cronache dell’ultima settimana per trovare episodi che, letti in sequenza, non raccontano una tendenza isolata, ma confermano una prassi. E il metodo ha una direzione precisa.

La politica, infatti, non parla più a un pubblico che razionalmente valuta e soppesa e non propone più riflessioni e possibilità, ma parla a un pubblico che reagisce colpito da messaggi emotivi, lontani da sfumature, strategie e conoscenze, messaggi basati sulla polarizzazione, la creazione di un nemico e di un eroe. Siamo di fronte a favole per adulti?

Per un secolo la politica occidentale, per quanto imperfetta, si è raccontata come esercizio di ragione pubblica: argomenti, programmi, coalizioni, tradizioni, deterrenza, costruite su interessi verificabili e strategie possibili, fondata su diritti e doveri dell’individuo. Oggi quell’impalcatura resta in piedi principalmente come scenografia. Il contenuto che la riempie è quasi sempre emotivo: paura, indignazione, appartenenza tribale, entusiasmo identitario, odio etnico.

Non è che manchino dati che confermino i fatti. Non sono mai mancati così tanti dati, verifiche, fact-checking in tempo reale; è che i fatti hanno smesso di essere le basi su cui ci si confronta anche in termini di consenso. La politica parla sempre più alla nostra pancia, non al cervello, perché con la pancia si incassano più in fretta consensi e costa meno fatica e quattrini.

La memoria, del resto, nella contemporaneità si cancella in maniera fulminea, come se ad ogni nuova alba ci svegliassimo privi di ricordi, senza una storia.

La memoria collettiva si è ridotta al ciclo dell’ultima notizia. Ogni evento, ogni promessa mancata, ogni contraddizione plateale, racconto menzoniero, spacconata insostenibile, viene consumata e dimenticata nel giro di pochi giorni, sostituita dalla rappresentazione successiva, senza che si accumuli mai un archivio condiviso a cui la politica debba rispondere responsabilmente.

Milan Kundera lo scriveva quarant’anni fa, in una formula che oggi suona quasi profetica: la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio. Se la memoria collettiva si esaurisce nell’arco di un ciclo di notizie, quella lotta è persa in partenza e il potere non ha più nemmeno bisogno di cancellare la memoria: gli basta aspettare che si cancelli da sola.

Questo spiega perché la coerenza tra vita privata e ruolo pubblico sia diventata un dettaglio trascurabile invece che un requisito. Trump monetizza la presidenza attraverso aziende di famiglia che incassano decine di milioni di dollari da chi cerca la sua benevolenza o con manovre finanziarie criticabili. Weidel, presidente di AfD, costruisce un’intera carriera sulla contraddizione tra ciò che predica e ciò che vive.

È svanita ogni capacità critica basata su un discorso razionale ed è quindi progressista inneggiare a forze come Hamas ed Hezbollah, movimenti che applicano o auspicano la sharia, ovvero ritengono i dettami del Corano e della Sunna come basi del diritto. Progressista? Democratico? Non direi proprio.

Parallelamente, la prevaricazione e non il confronto o la persuasione, ma la sopraffazione dell’avversario, è diventata una figura retorica nel linguaggio emotivo della politica contemporanea, forse la più efficace. Non convince, non deve convincere: mobilita chi già la pensa così e usa l’oltraggio dell’avversario come prova della propria autenticità e più il tono è sopra le righe, più il messaggio si diffonde.

Donald Trump pubblica in media diciannove post al giorno su Truth Social, e la metà contiene immagini o video di sé stesso vestito da papa, come Gesù Cristo che guarisce un malato, mentre colpisce il Primo Ministro canadese Mark Carney vestito da hockey, con avversari politici di colore ritratti come scimmie e altri sommersi dai liquami.

Non propaganda nel senso classico, costruita per essere creduta, ma costruita per essere condivisa, che è un obiettivo del tutto diverso e assai più facile da raggiungere.

Il cittadino si è abituato, non per pigrizia individuale, ma per assuefazione a un ambiente informativo che da un lato lo satura all’inverosimile e dall’altro lo premia costantemente proponendogli narrazioni semplici, dirette, che si esauriscono nel giro di un ciclo di notizie e non lasciano traccia di complessità.

Il bianco e il nero riempiono immediatamente in un breve attimo, il grigio richiede tempo, pazienza e il tempo è la risorsa che l’informazione contemporanea nega sistematicamente a chi la consuma. Un ragionamento strutturalmente complesso, per definizione portatore di più livelli di verità e quindi anche di contraddizioni interne, perde quindi sempre nella competizione per l’attenzione contro una storia che promette chiarezza istantanea, anche quando quella chiarezza è evidentemente falsa, artefatta, costruita a tavolino e puntualmente nociva.

Su questo meccanismo hanno scritto, con angolazioni diverse ma convergenti, tre pensatori che vale la pena richiamare. Hannah Arendt, riflettendo sul rapporto tra verità e politica, osserva che il potere politico non ha bisogno di credere alla propria menzogna per usarla con efficacia: gli basta che la menzogna sia più coerente, più rassicurante, più raccontabile della realtà frammentaria che dovrebbe sostituire.

Guy Debord, negli anni Sessanta, descrive una società in cui il rapporto sociale tra le persone passa sempre più attraverso immagini piuttosto che attraverso l’esperienza diretta: la politica-spettacolo di oggi, fatta di post e reazioni istantanee, è l’iperbole contemporanea di quella diagnosi, non la sua smentita.

Byung-Chul Han, più di recente, descrive una sfera pubblica digitale organizzata attorno all’indignazione a bassa energia e alta frequenza – lo sciame che si accende e si spegne rapidamente, incapace di costruire un discorso condiviso perché nessuno resta abbastanza a lungo sullo stesso argomento da poterlo costruire. Non edifichiamo idee, non costruiamo memoria, ma in uno scorrere perenne prendiamo semplicemente posizione.

Il punto non è nostalgico. Non è mai esistita un’età dell’oro della razionalità politica pura, e sarebbe disonesto raccontarla così. Il punto è che l’accelerazione enorme del piano emotivo, oggi resa possibile e anzi moltiplicata esponenzialmente dagli strumenti digitali, non è neutra: produce inesorabilmente un approccio conflittuale, perché l’emozione politica più facile da attivare e più redditizia da coltivare non è l’entusiasmo ma la rabbia, non l’empatia ma il disprezzo.

Siamo all’interno di un discorso politico pubblico costruito sistematicamente per dividere in due campi che si guardano solo per riconoscersi come nemici. Quando la politica smette di essere il luogo in cui si mediano interessi diversi e diventa il luogo in cui si esibisce la propria appartenenza contro quella altrui, il passo successivo, quello che nessuno vuole nominare finché non accade, è già scritto nella logica del sistema.

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