Politica globale e sistemi di potere
L’accordo di Trump non abbassa i prezzi del gasolio. Colpisce solo Zelensky
L’accordo sul diesel russo offre a Trump una vittoria da esibire prima delle elezioni di metà mandato e a Putin nuove aperture economiche e diplomatiche. Il costo ricade sull’Ucraina, sollecitata a rinunciare agli attacchi alle raffinerie e ad accettare la normalizzazione dell’aggressore. Sullo sfondo, i limiti

Il 10 ottobre 2026 Donald Trump ha sospeso le sanzioni sul diesel russo fino ad aprile. Il giorno dopo ha dichiarato che “la Russia vorrebbe trovare un accordo ma Zelensky non vuole”. Il giorno dopo ancora ha chiesto che l’Ucraina elegga “un nuovo presidente”. Tre mosse in quarantotto ore, tutte nella stessa direzione.
Per capire cosa sta succedendo bisogna partire da quello che Trump non ha ottenuto, non da quello che ha annunciato. Ha promesso di controllare Hormuz: non ci è riuscito. Ha promesso di piegare l’Iran: non ci è riuscito. Ha promesso che i prezzi dell’energia sarebbero scesi: non sono scesi.
Entra nei midterm con un dossier mediorientale irrisolto, prezzi del carburante alti e un elettorato repubblicano che si aspettava risultati concreti su entrambi i fronti.
In questo contesto, l’accordo con Mosca non è una scelta strategica di lungo periodo. È una via d’uscita. Trump ha bisogno di una vittoria comunicativa prima di novembre, e la vittoria più facile disponibile è quella che può presentare come pace: chiudere con la Russia, scaricare Zelensky come ostacolo irragionevole e annunciare che i prezzi del carburante scenderanno grazie al diesel russo.
Tre messaggi per tre pubblici diversi – l’isolazionista, il pacifista, il consumatore – confezionati in quarantotto ore di dichiarazioni.
Il problema è che nessuno dei tre messaggi regge all’analisi. Trump non offre pace: offre un affare. Lo ha fatto con la Cina sui dazi, dove la logica era sempre la stessa – una concessione immediata in cambio di un annuncio che suona come risultato – e il copione prevedeva un perdente che non sedeva al tavolo: Taiwan.
Adesso il copione si ripete con la Russia, e il perdente è l’Ucraina. Il diesel russo non abbasserà i prezzi perché il problema non è il barile. E lo scaricamento di Zelensky non chiude la guerra: apre una fase più pericolosa per l’Europa, quella in cui la Russia ottiene normalizzazione senza pagare il costo della propria aggressione.
Un fallimento evidente
Trump è entrato alla Casa Bianca con un’agenda mediorientale precisa: contenere l’Iran, riaprire Hormuz, stabilizzare i prezzi energetici. Non ci è riuscito. Lo Stretto di Hormuz è rimasto teatro di tensione per mesi. L’Iran non è stato piegato. I prezzi del carburante negli Stati Uniti sono rimasti alti, alimentando un malcontento che pesa in vista dei midterm.
In questo contesto, Trump ha bisogno di Mosca. Non perché la Russia sia la chiave del dossier iraniano – i rapporti tra Mosca e Teheran sono complessi e non lineari – ma perché normalizzare Putin serve a costruire la narrativa di un presidente che chiude conflitti invece di alimentarli, che tratta con i grandi invece di scontrarsi con tutto il mondo, che porta risultati dove i predecessori hanno fallito.
L’accordo sul diesel russo è il primo atto di questa normalizzazione. Non è politica energetica. È diplomazia performativa con un obiettivo interno preciso.
Zelensky come capro espiatorio
In questa costruzione narrativa, Zelensky ha un ruolo preciso: essere il problema. “Zelensky vuole creare problemi al mondo”, ha detto Trump. “È giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”, ha aggiunto.
La logica è trasparente: se la guerra continua, la colpa è dell’intransigenza ucraina, non dell’aggressione russa. Se i prezzi del carburante restano alti, è perché Zelensky attacca le raffinerie russe invece di sedersi al tavolo.
È una riscrittura causale della storia che ha un effetto comunicativo potente negli Stati Uniti e un effetto geopolitico devastante per Kiev. Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe non sono provocazioni irragionevoli: sono uno dei pochi strumenti di pressione reale che Kiev ha su Mosca.
Colpire le infrastrutture energetiche russe fa salire i prezzi interni, crea disagio economico e, soprattutto, costa a Putin qualcosa di concreto mentre la guerra continua. È esattamente per questo che Trump chiede a Zelensky di fermarli: perché disturbano la sua narrativa sui prezzi del carburante e complicano l’accordo con Mosca che vuole presentare come vittoria.
Gli Stati Uniti con Trump ci sono e non ci sono. Ci sono abbastanza da condizionare le scelte ucraine, da esercitare pressione pubblica su Zelensky, da legittimare Putin come interlocutore. Non ci sono abbastanza da garantire sicurezza, da offrire garanzie concrete, da sostenere Kiev nel momento in cui la pressione russa aumenta.
È la postura più pericolosa possibile per un alleato: abbastanza presente da togliere leva all’Ucraina, abbastanza assente da non sostituirla con nulla.
Russia: incasso su tutti i fronti
Mentre Washington scarica Zelensky e Bruxelles si interroga sulle proprie contraddizioni energetiche, Mosca sta incassando su tre fronti simultaneamente.
Sul fronte militare, la Russia non sta vincendo. Sta sopravvivendo. Avanza lentamente su fronti limitati pagando costi sproporzionati in uomini ed equipaggiamento.
Le perdite russe sono enormi – e nessuno in Occidente lo dice con sufficiente onestà, perché chi vuole continuare a sostenere l’Ucraina preferisce enfatizzare la resistenza, e chi vuole normalizzare la Russia preferisce enfatizzare la stanchezza occidentale.
Quello che salva Putin sul campo non è la forza militare russa. È il sostegno balbuziente dell’Occidente a Kiev: abbastanza da prolungare la guerra, non abbastanza da farla vincere all’Ucraina.
Un sostegno pieno e convinto avrebbe probabilmente già cambiato l’esito del conflitto. Quello che c’è stato ha trasformato una guerra che poteva essere breve in un logoramento che lavora strutturalmente a favore di chi ha più uomini da sacrificare.
Sul fronte diplomatico, la normalizzazione trumpiana sta producendo quello che anni di pressione russa non erano riusciti a ottenere: la rilegittimazione di Putin come interlocutore necessario.
Ogni telefonata di Trump con il Cremlino, ogni accordo bilaterale, ogni dichiarazione che presenta il presidente russo come un uomo disposto alla pace aggiunge un mattone alla costruzione di una Russia reintegrata nell’ordine internazionale senza aver pagato il costo della propria aggressione.
Sul fronte energetico, le sanzioni stanno mostrando i loro limiti strutturali. La Spagna è diventata nel 2026 il primo importatore europeo di GNL russo, con acquisti cresciuti del 124% in un mese. L’India compra greggio russo a sconto, lo raffina e rivende il diesel all’Europa a prezzo pieno.
Nel primo semestre del 2026 l’UE ha importato quasi 9,9 milioni di tonnellate di GNL russo, con un aumento del 16% rispetto all’anno precedente. Il blocco energetico a Mosca esiste sulla carta. Nella realtà è pieno di buchi che Trump ora vuole allargare ufficialmente, presentandolo come buon senso economico.
Il falso problema del barile
L’accordo sul diesel russo non abbasserà strutturalmente i prezzi americani. E chi in Europa propone la stessa logica – riaprire ai russi per far scendere i prezzi alla pompa – sbaglia l’analisi alla radice.
Il problema non è il barile. È quello che succede dopo.
Dal periodo pre-Covid a oggi, l’Europa ha chiuso impianti di raffinazione equivalenti al 21% della propria capacità complessiva. Le raffinerie esistenti lavorano già oltre l’80% della capacità. Non c’è margine per produrre di più anche se il greggio costasse zero.
I margini di raffinazione – la differenza tra il costo del greggio e il valore del prodotto finito – hanno raggiunto a settembre 2026 quasi 79 dollari al barile per il diesel. Sono i raffinatori che guadagnano sulla crisi attuale, non i produttori di greggio. Riaprire i rubinetti russi non costruisce un solo impianto in più.
Il confronto con il Giappone è illuminante. Il Giappone non produce petrolio. Dipende interamente dalle importazioni di greggio. Eppure i prezzi del carburante giapponesi sono strutturalmente inferiori a quelli europei.
La ragione è una: il Giappone ha mantenuto una robusta capacità di raffinazione interna, ha investito sistematicamente nell’aggiornamento degli impianti e non ha smantellato la filiera prima di costruire le alternative. La sovranità energetica non si costruisce con il greggio. Si costruisce con la capacità di trasformarlo.
A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dell’Europa che preesiste alle sanzioni: il deficit cronico di diesel. Le raffinerie europee producono storicamente più benzina di quanta ne consumino e meno diesel di quanto serva. Circa il 20% del diesel consumato in Europa è importato.
Questa asimmetria non dipende dalla Russia – dipende dalla struttura del sistema di raffinazione europeo. Riaprire ai russi non la corregge. La nasconde temporaneamente, lasciando intatto il problema e aumentando la dipendenza da un fornitore che ha già dimostrato di usare l’energia come arma.
Chi propone di riaprire ai russi per abbassare i prezzi non sta facendo politica energetica. Sta usando il disagio reale delle famiglie per ottenere un risultato geopolitico preciso: normalizzare Mosca, indebolire le sanzioni e far pagare all’Ucraina il conto di una guerra che la Russia ha scelto di fare.
I prezzi alla pompa resteranno dove sono. L’Ucraina perderà la propria leva negoziale. Mosca avrà ottenuto normalizzazione diplomatica ed energetica senza cedere nulla sul campo.
Per Trump, l’Ucraina deve pagare il conto dell’Iran
Trump ha fallito su Hormuz, non ha piegato l’Iran e i prezzi del carburante sono rimasti alti. Aveva promesso tre risultati e non ne ha portato a casa nessuno.
L’accordo sul diesel russo è la sua via d’uscita: una concessione a Mosca presentata come politica energetica, uno scaricamento di Zelensky presentato come appello alla pace, una resa presentata come buon senso. Il copione è quello che conosce: un affare rapido, un annuncio, qualcuno che paga il conto altrove.
A pagare il conto è Zelensky. Non perché abbia aperto la partita iraniana, non perché controlli Hormuz, non perché decida i prezzi del carburante in Ohio. Ma perché è il soggetto che dipende dal sostegno americano nel momento in cui quel sostegno viene usato come merce di scambio per un obiettivo che con l’Ucraina non ha nulla a che fare.
Perde la leva degli attacchi alle raffinerie perché Washington glielo chiede. Perde la garanzia diplomatica americana perché Trump ha bisogno di Putin. Perde tempo – la risorsa più preziosa in una guerra di logoramento – mentre Mosca incassa normalizzazione diplomatica, energetica e simbolica senza aver ceduto un centimetro sul campo.
Il diesel russo non abbasserà i prezzi perché il problema è la raffinazione, non il barile. La pace di Trump non è per l’Ucraina perché non è pace: è un affare. E l’Ucraina paga per l’Iran perché i conti, in geopolitica, li pagano sempre quelli che non erano seduti al tavolo quando si è deciso di aprirli.
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