Iran

Iran: il diritto di dire no

Il regime islamico non è riformabile. È una questione di architettura del potere. Un sistema che finanzia milizie proxy armate, che tiene in ostaggio un’intera popolazione per quarantasette anni, che ha massacrato decine di migliaia dei suoi cittadini, che costruisce la propria legittimità sulla promessa di

Alessandra LibuttiAlessandra Libutti06/03/2026Aggiornato 08/09/20268 min lettura1.760 parole

Il regime islamico non è riformabile. È una questione di architettura del potere. Un sistema che finanzia milizie proxy armate, che tiene in ostaggio un’intera popolazione per quarantasette anni, che ha massacrato decine di migliaia dei suoi cittadini, che costruisce la propria legittimità sulla promessa di distruggere Israele. Quindi sì: la sua caduta è un obiettivo legittimo, soprattutto perché in linea con la volontà del popolo iraniano.

Ma è l’obiettivo degli Stati Uniti? Oppure, quando i costi supereranno le previsioni, sentiremo di nuovo quella frase —”abbiamo raggiunto i nostri obiettivi” — e se ne andranno. Come hanno sempre fatto. Con il regime rimosso a metà, o sostituito da qualcuno che porterà cambiamenti solo di facciata, mentre chi resta raccoglie le conseguenze?

E qui viene il primo problema. 

Perché l’unico con la volontà di affiancare Israele e attaccare la Repubblica Islamica era Trump. Un uomo che governa per umori, per reazioni, per narrazioni. Che proclama una cosa un giorno e, quello successivo, la nega. Che ha trasformato l’imprevedibilità in stile di governo. Ma nelle guerre, dove gli alleati devono decidere se schierarsi, dove i mercati devono reggere, dove le popolazioni e gli eserciti devono capire per cosa si sta combattendo l’imprevedibilità è una palude di incertezze.

Il problema non è la guerra. È chi la fa e come ci è arrivato

E certo, solo un uomo così poteva fare questa guerra. Ma è proprio questa soluzione il problema. Perché Trump non governa sulla base della fiducia. Governa attraverso la coercizione, guidato dall’idea che intimidire l’interlocutore sia già sufficiente a piegarne la volontà, che la paura possa sostituire la politica.

Ma le relazioni tra gli stati non funzionano così. Si reggono sulla prevedibilità, sulla certezza che chi ti sta accanto oggi non ti tratterà da nemico domani. Si reggono sulla trasparenza, sulla condivisione delle decisioni, non sul mettere il mondo davanti a fatti compiuti e aspettarsi che tutti corrano in supporto come un pedaggio dovuto.

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I paesi aiutano gli alleati. Non qualcuno che demonizza la NATO, insulta i morti in Afghanistan – l’unica guerra in cui l’articolo 5 è stato invocato (e proprio dagli Stati Uniti) – fa gli interessi di Mosca, rivendica la Groenlandia come se i popoli fossero una trattativa di affari e usa i dazi come strumento di punizione contro chiunque osi dire di no. La lealtà non si ordina. Si costruisce.

Se scegli una politica estera ostile, aspettati ostilità. 

E allora capisco quei paesi che, da questo conflitto, vogliono stare lontani. Non perché non vogliano la caduta del regime: molti la vogliono, soprattutto nel Regno Unito. Ma perché conoscono il copione. Gli americani hanno un’abitudine sistematica, consolidata in settant’anni di storia: entrano, destabilizzano, e poi lasciano il campo prima di aver completato il lavoro. Afghanistan, Iraq, Libia. E chi rimane – gli alleati regionali, i paesi confinanti, le popolazioni che ci avevano creduto – raccoglie i cocci senza aver mai avuto voce in capitolo su nulla: né sulle decisioni, né sui tempi, né sulla gestione di una situazione che può sfuggire di mano in modi che nessuno riesce a prevedere finché non è già troppo tardi.

Eliminare un regime sanguinario non è sbagliato in sé. Ma questa guerra è nata male.

È nata dopo aver destrutturato l’asse di alleanza atlantica. È nata dopo aver distrutto la fiducia. E la fiducia è l’unica cosa che conta in un’alleanza. O c’è, o non c’è. E non puoi distruggerla un giorno e rivendicarla il giorno dopo, a seconda di come ti gira.

Non funziona così.


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La coercizione

Ma c’è una cosa che mi ha disturbata più della guerra stessa. Vedere come molte persone, solitamente critiche nei confronti dei metodi di Trump – il ricatto, la coercizione, l’uso della potenza economica come clava – in questi giorni applaudono. Perché questa volta, a essere nell’angolo, c’è Sanchez, un Leader che non si ama, un governo che si vorrebbe vedere in difficoltà. E allora i principi si sospendono. La tifoseria da stadio prende il sopravvento e ciò che ieri era inaccettabile oggi va bene.

Ma fermiamoci un secondo.

Trump non sta solo esercitando pressione diplomatica su paesi riluttanti. Sta usando le compagnie americane come strumento di ricatto nei confronti degli stati sovrani. Come arma di regime.

Ripeto: compagnie private come arma di regime. Compagnie private che o fanno come dice il governo oppure non lavorano più.

Se uno stato europeo usasse le proprie aziende per ricattare paesi stranieri e punire i dissidenti interni, lo chiameremmo autoritarismo. Se lo facesse un paese latinoamericano, lo chiameremmo populismo illiberale. Se lo facesse la Cina, lo chiameremmo quello che è: un sistema in cui il confine tra privato e stato non esiste, perché lo stato ha deciso che quel confine è un ostacolo.

Allora come lo chiamiamo quando lo fanno gli Stati Uniti?

Se il governo decide chi può lavorare e chi no in base all’allineamento politico, cos’è — se non questo? Se le aziende private diventano strumenti di politica estera coercitiva, cos’è — se non questo? Se dissenti e vieni eliminato dal mercato, se tracci una linea etica e vieni designato rischio per la sicurezza nazionale, cos’è — se non questo?

Non è una domanda retorica. È una domanda a cui qualcuno dovrebbe rispondere.

Ed è un modello dichiarato. Alex Karp, CEO di Palantir, lo ha detto esplicitamente a una platea di 600 miliardari all’Andreessen Horowitz Summit: se le aziende tech si rifiutano di cooperare con l’apparato militare americano, il governo sequestrerà la loro tecnologia. Nazionalizzazione, ha detto. Non come minaccia. Come descrizione di un processo già in corso. La platea ha riso. Karp ha precisato che non stava scherzando.

E Nazionalizzazione per Karp (e soprattutto per l’ideologo, fondatore di Palantir, Peter Thiel) è la fusione tra stato e tecnologia. È allineamento sistematico, dogmatico.

Totalitario.

Lo abbiamo già visto funzionare. Dario Amodei, CEO di Anthropic, messo al bando dal Pentagono per aver tracciato due linee rosse: no alla sorveglianza di massa dei cittadini; no all’uso dell’AI in contesti di guerra senza supervisione umana. Anthropic designata”rischio per la supply chain.” OpenAI, che non aveva posto condizioni, ha firmato il contratto con il Pentagono ore dopo. La velocità era il messaggio: il mercato dell’AI militare non si ferma per l’etica.

Questo è il modello. Questo è ciò che viene esportato ora a livello internazionale.

E allora la domanda non è se Sanchez meriti o meno solidarietà. La domanda è: se accettiamo questo metodo oggi, su chi non ci piace, cosa facciamo il giorno in cui lo stesso metodo viene applicato a noi? Quando le politiche industriali, sociali, energetiche, militari italiane dovranno essere sottoposte all’approvazione di Washington? Quando sarà la nostra economia a essere minacciata di distruzione sistematica se non ci allineiamo?

O forse, il problema è che a troppe persone l’allineamento piace e che la libertà può essere tranquillamente barattata per l’ideologia?

E proprio questo è il paradosso.

Gli stessi che per anni hanno agitato lo spettro del pensiero unico, oggi difendono a spada tratta un sistema che pretende un allineamento assoluto. Che non ammette un no. 

Il ribaltamento

E ora ripensiamo a Zelensky alla Casa Bianca, trattato come un subalterno in udienza. Le battute sul vestiario. Il tono condiscendente. L’umiliazione pubblica davanti alle telecamere di tutto il mondo. Un leader che da tre anni difendeva il suo paese, che aveva perso città e infrastrutture, decine di migliaia di persone, messo nell’angolo, ridicolizzato.

Trump e Putin usano lo stesso manuale: la coercizione come linguaggio, l’umiliazione come strumento, la lealtà pretesa come tributo dovuto alla potenza. Putin lo fa con i paesi che ritiene nella propria sfera d’influenza. Trump lo fa con gli alleati che considera debitori. La differenza è geografica e di scala, non di metodo.

E un altro paradosso è che proprio l’uomo che Trump ha umiliato è oggi una delle poche risorse militari disponibili. L’Ucraina ha sviluppato tecnologie per eliminare i droni a costi impensabili per qualsiasi esercito tradizionale. Sistemi efficienti, testati sul campo, contro gli stessi Shahed iraniani che ora Trump si trova a fronteggiare. 

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Chiamiamolo karma. 

Zelensky è rimasto a testa alta di fronte a ogni umiliazione. Non ha firmato nessun trattato capestro. Si è visto sospendere gli aiuti militari dagli USA. E oggi, quella testa vale più di qualsiasi contratto.

Davanti ai bulli non si cede. Anche quando possono distruggerti. Soprattutto quando possono distruggerti.

Perché cedere non ti salva. Ti rende solo il prossimo nella lista.

In conclusione

Per il bene del popolo iraniano spero che questa missione abbia successo. Che ogni remora o timore si rivelino infondati. Ma il successo eventuale non cambia il nodo della crisi che stiamo affrontando, che non è solo quella bellica in Medio Oriente. Una potenza che tratta ogni paese come suddito o vassallo non costruisce alleanze. Costruisce obbedienza temporanea. E arriva sempre il momento in cui quell’obbedienza si incrina — per principio, per costi, per postura, per sopravvivenza politica, quando l’opinione pubblica interna non regge il peso di un’altra guerra (e questo è particolarmente vero per il Regno Unito, il maggiore contributore alla difesa dell’Ucraina). Arriva il momento in cui si rivendica il diritto di dire no. E a quel punto non importa più se la causa sia giusta o sbagliata: nessuno vuole associarsi a chi è inaffidabile. Nessuno rischia per seguire i ghiribizzi di chi governa secondo gli umori del giorno.

Il problema non è questa guerra. È il modello. Un modello in cui o sei un amico o sei un nemico. O cooperi o ti distruggo. O ti allinei o diventi un rischio. È lo stesso modello che contestiamo ai mullah. È lo stesso modello che contestiamo a Putin. Applicato con strumenti diversi, in latitudini diverse, da chi si presenta come il campione della libertà.

Nessun paese veramente liberale può accettare questa logica. Perché accettarla significa rinunciare a ciò che distingue una democrazia da un regime: il diritto, a torto o ragione, di dire di no.


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