Antisemitismo
Il Pride che esclude gli ebrei: il solito volto dell’intolleranza progressista
Un carro ebraico LGBTQIA+ escluso dal Roma Pride non è un dettaglio organizzativo, ma un sintomo politico. Quando l’inclusione diventa selettiva e l’identità ebraica viene trattata come colpa collettiva, il linguaggio dei diritti rischia di trasformarsi nel suo contrario. È così che la democrazia scivola via



Un carro ebraico LGBTQIA+ escluso dal Roma Pride non è un dettaglio organizzativo, ma un sintomo politico. Quando l’inclusione diventa selettiva e l’identità ebraica viene trattata come colpa collettiva, il linguaggio dei diritti rischia di trasformarsi nel suo contrario.
È così che la democrazia scivola via verso confini oscuri: nel momento in cui l’adesione a un sistema diviene acritica. Quel momento oggi coincide con la nascita di un’intolleranza nuova, paradossale e feroce, che si maschera dietro il paravento del “bene”.
Un fanatismo benevolo che, in nome della solidarietà verso la popolazione di Gaza, finisce per sdoganare forme striscianti di esclusione e razzismo culturale, senza che nessuno, o quasi, trovi più la forza di indignarsi.
L’ultimo cortocircuito di questa deriva si è consumato all’interno di uno spazio che, per definizione, dovrebbe essere il tempio dell’accoglienza universale.
La decisione degli organizzatori del Roma Pride di negare le condizioni per la partecipazione del carro di Keshet Italia e Keshet Europe, organizzazioni ebraiche LGBTQIA+, rappresenta il superamento di una linea di confine sottile e pericolosa.
La motivazione ufficiale si nasconde dietro le complessità del contesto geopolitico, ma la sostanza politica e culturale è un’altra: l’identità è diventata una colpa collettiva.
Un evento nato per abbattere le discriminazioni e celebrare l’inclusione finisce così per escludere, erigendo barriere ideologiche che ricalcano i peggiori vizi della ghettizzazione.
Questo episodio non è un fulmine a ciel sereno, ma l’esito prevedibile di un percorso di assuefazione all’intolleranza.
Si è iniziato anni fa, tollerando o “comprendendo” le contestazioni e le aggressioni verbali agli israeliani, al “sionismo”, culminate nell’aggressione alla Brigata Ebraica durante i cortei del Primo Maggio o del 25 Aprile.
Quelli che venivano liquidati come incidenti isolati o tensioni di piazza erano in realtà i sintomi di una patologia più profonda: l’accettazione dell’antisemitismo camuffato da legittima critica politica.
Una volta sdoganato il principio per cui un simbolo ebraico o una specifica appartenenza culturale possono essere legittimamente messi all’indice in una manifestazione pubblica, l’estensione del divieto ad altri contesti era solo questione di tempo.
Il vero dramma contemporaneo non risiede soltanto nella gravità di queste decisioni, ma nel silenzio complice che le circonda.
La perdita della misura del ridicolo e del senso del limite ha anestetizzato il dibattito pubblico. Il pacifismo da tastiera e l’attivismo d’accatto hanno costruito una narrazione binaria, un palcoscenico ricco di messinscene progettate per suscitare un’adesione immediata e irriflessiva.
In questo schema rigido, non c’è spazio per la complessità o per la tutela dei diritti individuali di chi non si allinea perfettamente al canone ideologico del momento.
La ricerca della purezza ideologica richiede sempre un nemico da sacrificare, anche a costo di smentire i propri stessi valori fondanti.
Quando lo spirito umanitario si trasforma in un club privato con clausole di esclusione su base etnica, culturale o religiosa, la democrazia perde pezzi.
Trasformare un’istanza di liberazione e uguaglianza in uno strumento di censura e ostracismo significa consegnarsi a quella stessa logica discriminatoria che si dichiara di voler combattere.
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