Società, cultura, storia e idee
Il progetto di pace perpetua di Kant e l’obiezione di Hegel – parte seconda
Per Kant la pace perpetua è un ideale morale: anche senza la certezza di raggiungerla, gli uomini devono agire come se fosse possibile. Hegel obietta che una federazione di Stati, priva di un’autorità capace di imporre il rispetto delle leggi, rischia di restare lettera morta. Una

Parte seconda di due. Qui la prima parte.
Ricapitoliamo. È necessaria la repubblica, ma ci sono Stati che non sono repubblicani. È necessario il federalismo, ma gli Stati non sono disposti a rinunciare alla loro sovranità. È necessario il diritto di ospitalità, ma egli stesso elenca esempi storici in cui il diritto di ospitalità è stato negato fino alla conquista, fino alla rapina, fino al genocidio. Allora Kant rafforza il suo discorso con un capitolo sulla garanzia della pace perpetua.
Questa garanzia, paradossalmente, viene dalla natura stessa: “Ciò che fornisce questa garanzia è niente di meno che la grande artefice natura (‘natura daedala rerum’) dal cui corso meccanico si vede brillare la finalità che dalla discordia tra gli uomini fa sorgere la concordia anche contro la loro volontà; per questo viene chiamata destino”, che in un altro linguaggio si può chiamare Provvidenza. Del destino, della Provvidenza, dal punto di vista teorico, non possiamo dire niente: fa parte del “noumeno”, della “cosa in sé”, al di là delle nostre possibilità di conoscenza.
Dal punto di vista conoscitivo, è un discorso infondato; ma come uomo pratico, sostiene Kant, devo credere nel destino, ovvero nella Provvidenza. Scorgo nella storia il fatto che, nonostante antagonismi, guerre e conflitti, gli uomini preparano una civiltà sempre maggiore. Non è qualche cosa che si possa dimostrare, ma nel gettare lo sguardo sul disegno della storia nel suo insieme, vedo che certe operazioni di guerra, certe operazioni apparentemente solo distruttive, poi, all’insaputa dei loro autori, portano frutti positivi.
Pensando all’epoca contemporanea a Kant, si può fare questo esempio: Napoleone Bonaparte porta distruzione in tutt’Europa con le sue guerre che lo vedono antagonista degli Stati ancora feudali; alla fine però non rimane un campo di macerie. Alla fine delle guerre napoleoniche il Codice di Napoleone, l’abolizione della servitù della gleba, l’abolizione della feudalità sono un fatto: il codice di diritto civile moderno ormai è penetrato in tutta Europa.
Kant “pensa a questo tipo di eventi: se ci si ferma al particolare si ha a volte l’impressione solo della devastazione, della tragedia, del negativo; vedendo invece la storia nel suo complesso si scorge che anche antagonismi, sofferenze, conflitti, visti in una luce più ampia, hanno portato a qualche cosa di positivo” [Gargano].
In fondo, per Kant la pace è un ideale morale, quindi per pervenire alla pace perpetua gli uomini politici si devono comportare come uomini morali. Viene alla mente il nome di Machiavelli. Machiavelli ha distinto nettamente la politica dalla morale. Kant invece apre la sezione del suo libro dedicata a politica e morale proprio ipotizzando la perfetta conciliazione tra politica e morale.
Riprende un versetto del Vangelo secondo Matteo, dove si dice: “Siate prudenti come serpenti e candidi come colombe”. Prudenti come serpenti significa scaltri come i politici: siate furbi, come diceva Machiavelli; ma nello stesso tempo potete essere anche candidi come colombe, cioè perfettamente schietti, sinceri, veraci.
Vuol dire: si può essere insieme politici, prudenti come serpenti, e uomini morali, candidi come colombe. Politica e morale sono perfettamente ricongiungibili. L’uomo deve agire come se la ragione potesse trionfare. Per Kant non vi è certezza che la pace si realizzi.
La “sua opera è un grande insegnamento in questo senso: noi dobbiamo vivere e agire come se il trionfo della pace fosse possibile, essa infatti è possibile, per ragioni teoriche. Oggettivamente la pace è possibile, allora dobbiamo vivere come se ci stessimo sempre più avvicinando (o agendo in modo da avvicinarci sempre di più) alla pace, cioè al trionfo della moralità, al trionfo della ragione” [Gargano].
Qual è per Friedrich Hegel (1770-1831), il suo primo e più grande detrattore, la debolezza di Kant? L’analisi svolta nei “Lineamenti di filosofia del diritto” (1820) dal filosofo di Stoccarda è di una lucidità estrema. La pace tra gli individui è possibile perché ci sono gli Stati sovrani.
Ma la sovranità implica che la legge sia resa effettiva: se qualcuno non rispetta la legge c’è una sanzione; se la legge non viene rispettata c’è un giudice, c’è un pretore che la fa rispettare. Come la fa rispettare? Comminando una pena, eseguita, se necessario, con la coazione, con la forza.
Hegel fa questo discorso: ci vuole una sovranità sovranazionale per avere la pace, proprio come all’interno degli Stati la pace è imposta da un sovrano (che può essere anche un parlamento, non deve essere per forza una persona, una testa coronata), un sovrano il quale, se qualcuno rompe la legge, si rivolge a giudici che condannano al carcere, comminano multe, infliggono punizioni; se manca il giudice, se manca il pretore, con la capacità di rendere efficace la legge, la legge rimane una parola vana.
La federazione di Stati che Kant auspica con tanto ammirevole slancio morale rischia di rimanere lettera morta se non c’è una forza coattiva che imponga il rispetto della legge.
Forse, se diamo un sguardo alla storia del Novecento fino ai nostri giorni, dovremmo essere ancora più pessimisti di Hegel. Almeno fino a quando la federazione mondiale (per non parlare di quella europea) degli Stati, cui dovrebbe tendere l’Onu, non si doterà di poteri sovrani.
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