Democrazie e sistemi politici

In un mondo senza regole l’Europa dei princìpi non ha la forza per difenderli

Le dichiarazioni di Pete Hegseth sono la conseguenza inevitabile di un mondo che ha smesso di credere alle proprie illusioni. Non sono né lui né Trump ad averlo cambiato o ad averne decretato la deriva, si sono semplicemente limitati a metterlo a nudo, senza filtri, senza

Matrioske con i volti di Putin, Trump e Xi Jinping a simboleggiare le nuove potenze globali nel mondo multipolare.
Alessandra LibuttiAlessandra Libutti13/02/2025Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.192 parole

Le dichiarazioni di Pete Hegseth sono la conseguenza inevitabile di un mondo che ha smesso di credere alle proprie illusioni. Non sono né lui né Trump ad averlo cambiato o ad averne decretato la deriva, si sono semplicemente limitati a metterlo a nudo, senza filtri, senza maschere. Hanno tolto ogni patina di ipocrisia e ci hanno costretti a guardare in faccia una realtà che per anni abbiamo negato: il diritto internazionale è morto e sepolto, non per mano loro, ma perché da tempo le regole del gioco non esistevano più, e noi ci ostinavamo a fingere che fossero ancora valide. Trump e Hegseth non hanno fatto altro che sbatterci davanti lo specchio e costringerci a vedere ciò che non volevamo accettare.

Questa è una realtà sbiadita e distorta, dove le regole non sono più regole, dove gli ideali su cui pensavamo di aver costruito il mondo moderno si rivelano sempre più inconsistenti, pezzi di un passato che non ha più alcuna presa sul presente. Ma chi lo ha ucciso? Non certo Trump o Hegseth. Loro hanno solo tolto il velo, ci hanno costretti ad ammettere quello che continuavamo a negare: che le istituzioni globali sono diventate impotenti, che i trattati sono carta straccia, che la forza e il potere contano più della legge e dei principi.

Per anni ci siamo illusi che bastasse dichiarare un principio per renderlo reale, che l’ordine mondiale fosse sostenuto da regole condivise e non da equilibri di forza destinati a mutare. Abbiamo creduto che la giustizia internazionale fosse uno strumento universale e non una leva da usare solo quando conveniente. Abbiamo pensato che la sovranità degli Stati fosse inviolabile.

E così, mentre l’Occidente si ostinava a parlare il linguaggio del diritto e delle convenzioni, altri hanno parlato quello della realtà, quella cruda, fatta di interessi, di forza, di rapporti di potere. Il disallineamento tra narrazione e realtà è diventato insostenibile, e alla fine è arrivato chi ha scelto di strappare la maschera, di chiamare le cose con il loro nome, di giocare a carte scoperte. Era tutta un’illusione: a reggere quell’equilibrio erano gli Stati Uniti, in un tempo in cui la Cina non era una potenza e l’URSS sempre un passo indietro. Ma il mondo è cambiato e allora, ognuno per la sua strada.

Lo stato di diritto è fragile, non è un sistema per tutti, né è destinato a durare in eterno senza una vigilanza costante. Richiede maturità, responsabilità e fiducia, sia a livello individuale che collettivo, sia tra i cittadini che nelle istituzioni, sia tra i Paesi che tra le organizzazioni internazionali. È un equilibrio precario, l’eccezione e non la regola nella storia dell’umanità.

Il dramma della nostra generazione è di essere cresciuta nel periodo d’oro di questa eccezione, in un’epoca in cui il diritto sembrava un dato acquisito, un traguardo definitivo e irreversibile. Per decenni, il pensiero che potesse essere vulnerabile non è stato neppure concepibile. Ci siamo illusi che fosse immutabile, eterno, come se il semplice raggiungimento fosse sufficiente a garantirne la sopravvivenza.

Poi è arrivata la realtà a smentirci. Scoprire che non era così, che la storia dell’umanità è un ciclo di tensioni e sinergie tra ordine e caos, tra il desiderio di libertà e giustizia e la necessità di sicurezza e controllo, tra la prepotenza di alcuni e la lungimiranza di altri è stato un colpo duro da digerire.

Sono un’idealista rassegnata al realismo. Osservo il treno deragliare con un misto di fatalismo e distacco, vedo le crepe allargarsi e mi rendo conto che il mondo in cui sono cresciuta non c’è più. E nel tentativo di adattarmi, mi trovo spesso accanto a idee che un tempo avrei respinto, perché le coordinate della realtà che conoscevo non esistono più, e la coerenza diventa un lusso difficile da permettersi quando il contesto intorno si trasforma.

Adattarsi è difficile, ma inevitabile. Ma esistono sempre due piani separati: quello pragmatico e quello ideale. Il primo è la bussola necessaria per decifrare il contesto e imparare a navigarlo, per adattarsi a una realtà che non fa sconti, per comprendere le dinamiche del potere senza esserne travolti. È il piano della sopravvivenza, del compromesso, della razionalità. Poi c’è il secondo piano, quello che non esiste più ma che si vorrebbe, fatto di principi, valori, visioni del mondo che non trovano più spazio nella realtà che viviamo. È un piano che non garantisce sopravvivenza materiale, né offre protezione, eppure è ciò che ti anima, ciò che ti definisce.

Quella fiamma interiore, per quanto fragile, non deve spegnersi. È qualcosa che conservi gelosamente, anche quando il mondo intorno sembra negarne ogni possibilità. Perché i contesti non sono statici, perché la storia non è una linea retta, ma un ciclo di cambiamenti e inversioni. E quando la sinergia tra le forze della società creerà nuovamente lo spazio per quei principi, saranno proprio loro a riportare il diritto internazionale. Quel secondo piano di realtà che oggi sembra un’illusione potrebbe domani diventare di nuovo la base del mondo che verrà.

E allora, nei giorni in cui Trump e Putin vanno a braccetto, nei giorni in cui l’idealista Europa non sa più a che santo votarsi, sospesa tra l’illusione di poter ancora mantenere una propria integrità morale e il rischio concreto di essere inghiottita dal nuovo ordine globale, fatto di cinismo, potenza e pragmatismo brutale, che cosa resta?

Resta un continente smarrito, che si ostina a recitare il ruolo di arbitro imparziale in una partita che non arbitra più. Resta un’Europa che parla di valori mentre il mondo intorno a lei parla di forza. Che invoca il diritto internazionale mentre altri ridisegnano i confini con la guerra. Che punta sulla diplomazia mentre il tavolo delle trattative è stato capovolto da chi non ha mai avuto intenzione di rispettarne le regole.

Una vecchia Europa che si dibatte nella sua crisi esistenziale, mentre cerca disperatamente un equilibrio tra la necessità di restare fedele ai propri principi e la consapevolezza che quei principi non la proteggeranno dalla realtà, i nuovi padroni del gioco avanzano senza esitazioni. Trump, Putin, Xi – ognuno con la propria visione, ognuno con il proprio metodo, ma tutti con una certezza comune: il tempo delle illusioni è finito.

L’Europa, ancora aggrappata ai suoi sogni di ordine e giustizia, rischia di trovarsi senza più alleati e senza più armi, stretta tra potenze che non si pongono più il problema della legittimità, ma solo quello dell’efficacia. E se continuerà a oscillare tra la paura di compromettersi e l’incapacità di adattarsi, presto scoprirà che non si può restare neutrali nel mondo che sta nascendo. O si evolve o verrà schiacciata.

Per preservare la fiamma dell’idealismo, è necessario prima di tutto sopravvivere, anche a costo di un compromesso con la realtà. Perché senza una base solida su cui reggersi, senza la capacità di difendersi e rimanere rilevante, l’Europa rischia di diventare un’eco del passato, una terra di principi senza più il potere di sostenerli.

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