Antisemitismo
Intervista a Esther Voet: “L’Olanda ha voltato le spalle ai suoi ebrei”
Le manifestazioni di Amsterdam, i cori sul 7 ottobre e le bandiere delle organizzazioni terroristiche raccontano un clima sempre più ostile agli ebrei olandesi. Tra isolamento politico, esclusione mediatica e sfiducia nelle istituzioni, la comunità si stringe attorno alle proprie scuole e sinagoghe. Alcuni pensano di

Il 7 e l’11 ottobre Amsterdam ha visto due manifestazioni pro-Palestina che hanno fatto scalpore per le bandiere di Hamas e Hezbollah, lo striscione “We support Hamas” e il grido “Viva il 7 ottobre”, scandito proprio nell’anniversario del massacro. La sindaca Femke Halsema ha definito quelle espressioni “scioccanti e ripugnanti”, ma ha spiegato che non costituiscono reato e che può intervenire solo in caso di minacce all’ordine pubblico. Intanto in Parlamento è in discussione la legge del ministro della Giustizia David van Weel contro l’apologia del terrorismo, già più volte modificata per “tutelare la libertà di espressione”.
Per capire quanto sia preoccupante la situazione, abbiamo intervistato il 13 ottobre una voce autorevole della comunità ebraica olandese: Esther Voet. Giornalista da quarant’anni, ha iniziato al Telegraaf e ha diretto diverse riviste, tra cui per quindici anni un periodico di architettura e interni. È stata caporedattrice del NIW, il settimanale ebraico olandese, dal 2009 al 2011; dal 2012 al 2015 ha diretto il CIDI, il Centro di informazione e documentazione su Israele, per poi tornare quello stesso anno al NIW, che da allora guida.
Ci racconta che cos’è il NIW, e un po’ della sua storia?
Il NIW, il Nieuw Israelietisch Weekblad (“Nuovo settimanale israelitico”), è il più antico settimanale d’opinione dei Paesi Bassi. L’anno scorso abbiamo festeggiato i nostri centosessant’anni. Naturalmente, capirà che per cinque anni non siamo usciti… Prima della seconda guerra mondiale esistevano diverse riviste ebraiche; dopo la guerra siamo rimasti solo noi. È una bella storia, ma ci vorrebbe troppo tempo per raccontarla adesso.
Siamo ancora vivi e vegeti, e in quanto tali abbiamo una voce importante nel dibattito sull’antisemitismo e sul modo in cui sta crescendo in questo momento, a una velocità che non avremmo potuto immaginare solo un anno fa, e certamente non prima che iniziasse la guerra a Gaza.
Che cosa vede in questo senso, e qual è oggi la realtà della comunità ebraica olandese?
Che cosa vedo? Vedo un movimento molto triste a sinistra. Il principale partito della sinistra olandese, il Partito del Lavoro (PvdA), ha radici ebraiche. Il suo predecessore fu fondato nell’Ottocento da ebrei che lavoravano nell’industria dei diamanti, in primis il sindacalista Henri Polak. Oggi il PvdA si è fuso con i Verdi, che sono da sempre anti-israeliani. Il Partito del Lavoro aveva quindi questa grande tradizione ebraica: politici, ministri e parlamentari ebrei. Ecco, negli ultimi anni tutto questo è sparito.
E credo che sia semplice fare due conti. In Olanda siamo rimasti in trenta, quarantamila ebrei. Dico sempre che con tutti gli ebrei d’Olanda non si riempirebbe nemmeno l’Arena, lo stadio dell’Ajax qui ad Amsterdam. Dalla fine degli anni Sessanta, diciamo, sono arrivati molti musulmani, e oggi sono circa 1,2 milioni di persone, spesso nate e cresciute qui: a volte di prima generazione, ma anche di seconda e terza. E naturalmente sono potenziali voti. Quindi, semplicemente, veniamo messi in minoranza dal voto.
Poiché i primi immigrati avevano un livello di istruzione basso, erano operai nelle fabbriche e così via, era logico che il Partito del Lavoro guardasse a loro. Ma il problema è che molti di quegli immigrati poi non si sono integrati. Hanno continuato a fare gruppo chiuso, precludendosi prospettive di ulteriore istruzione.
Solo negli anni Novanta si sono viste le prime persone provenienti da paesi musulmani cominciare a studiare, e così via. E naturalmente si sono rivolte al partito di sinistra; ma c’era anche chi stava sul lato destro dello spettro politico, e si è integrato. Ed è questa la cosa triste: quelle persone, al centro e a destra, la sinistra non le prende sul serio. I nostri media sono molto di sinistra, anche a Hilversum.
Intende la televisione e la radio pubbliche?
Sì, esatto. Lo vediamo tutti. Per esempio, prima di Gaza io venivo spesso invitata negli studi televisivi. Poi sempre più di rado, e nell’ultimo anno e mezzo per niente. È chiaro che non vogliono sentire la nostra voce; io sono solo una delle voci, ma sono abbastanza sicura di conoscere la realtà della comunità ebraica: la paura, ma anche la rabbia.
E si vede che i media preferiscono invitare persone che non fanno davvero parte della comunità, persone ai margini che dicono quello che i media vogliono sentirsi dire. Così molti spettatori si fanno un’idea sbagliata di quello che succede davvero nella comunità ebraica.
Immagino che sia qui che il NIW diventa importante. Ma immagino anche che sia difficile far arrivare il vostro messaggio, essendo una voce piccola nel quadro generale.
Siamo una voce marginale, e lo si vede benissimo. Ho ottimi rapporti con persone sulla destra dello spettro politico, e mi rivolgo anche al VVD (il partito di centrodestra dell’ex premier Mark Rutte, ndr), che in questo momento è nella coalizione di governo. Avevo un buon rapporto con il CDA, il partito cristiano che dice di essere il centro moderato, ma che negli ultimi anni si è a sua volta radicalizzato. E così, a sinistra, siamo perduti. Semplicemente perduti.
Se è d’accordo, vorrei passare alle manifestazioni che abbiamo visto ad Amsterdam. Sapevo di quella prevista per l’11 ottobre, ma solo dopo ho scoperto che ce n’era stata un’altra il 7 ottobre, nell’anniversario dell’attacco terroristico di Hamas.
Naturalmente era del tutto voluto. Lo capisce anche lei.
Certo. La mia domanda è: come è stato possibile autorizzare una manifestazione del genere in quella data? E può provare a spiegare ai nostri lettori che cosa si è provato, a pochi giorni di distanza, prima il 7 e subito dopo l’11, nel vedere manifestazioni così evidenti di antisemitismo e di odio? Come ha vissuto tutto questo la comunità ebraica, e quali sono state le reazioni?
Sulla sua prima domanda, cioè come abbiano potuto ottenere il permesso di farlo il 7 ottobre: ne so quanto lei. È disgustoso, naturalmente, ma la sindaca si è rifiutata di dire: ragazzi, per favore, un’altra data, ma non il 7. Naturalmente il diritto di manifestare, qui nei Paesi Bassi, è un diritto molto forte, e su questo punto anche io sono d’accordo.
Quello che si è visto il 7 è quello che si è visto anche l’11: bandiere di organizzazioni terroristiche come il FPLP (Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ndr), ogni genere di bandiere che non si sarebbero dovute vedere. Il 7 il programma prevedeva un corteo da piazza Dam fino alla Stazione Centrale, ma l’organizzazione ha deciso di andare nella direzione opposta, lungo il Rokin, verso il vecchio quartiere ebraico, dove si trova la Sinagoga portoghese. Durante il corteo gridavano: “Viva il 7 ottobre”. “Viva il 7 ottobre”. C’è un video che lo mostra, girato da una persona che preferisce restare anonima, ed è diventato virale su X.
Sempre il 7 ottobre ero impegnata in un incontro: la presentazione di un libro sul sionismo, dedicato in particolare alle vittime del 7 ottobre. Ho contribuito a quel libro, e ho anche moderato l’incontro. Dopo di quello avevo solo tre quarti d’ora prima di dover andare a un altro incontro. Entrambi si tenevano in luoghi segreti, perché è così che vanno le cose oggi: se c’è una qualsiasi iniziativa ebraica, si tiene in un luogo segreto.
Quindi durante il giorno non ho avuto molto tempo per seguire quello che succedeva. Qualcosa ho visto, e ho visto che era una manifestazione ancora più aggressiva di tutte le precedenti.
La sera stessa era prevista una commemorazione con l’ambasciatore israeliano, con tre ministri olandesi (di cui dirò di più dopo), e con la comunità ebraica. Così sono rientrata a casa solo verso le nove e mezza. E allora ho cominciato a guardare quello che succedeva a pochi metri da me, perché abito vicinissimo alla Casa di Anna Frank. Così ho visto quello che stava accadendo.
Mi è arrivato quel video, ed è stata davvero la prima volta che ho sentito gente gridare “Viva il 7 ottobre”. Dicevano che stavano festeggiando quel giorno, che festeggiavano l’attacco di Hamas contro… beh, cosa sia successo lo sapete, non c’è bisogno di spiegarlo.
Finché la sindaca non dice: “Questo è il punto di non ritorno, da qui non si va oltre”, sarà un’escalation continua. Ed è quello che vediamo succedere. Io pensavo che, visto quello che era successo il 7 ottobre, per la manifestazione dell’11 ci sarebbe stata più chiarezza.
Quell’evento era organizzato da quella che si fa chiamare Comunità palestinese dei Paesi Bassi. Si tratta in realtà di un’organizzazione molto radicale, con legami con Hamas. Pensavo che fosse chiaro che quanto successo il 7 non avrebbe dovuto ripetersi l’11. E invece l’11 è stato ancora peggio: c’era anche una bandiera di Hezbollah; il 7 una bandiera di Hezbollah non l’avevo vista.
E poi c’erano le moto.
Sì, certo, c’erano quelle moto. Di solito ad Amsterdam non si può entrare con un’auto vecchia, perché inquina troppo. E all’improvviso ecco comparire un centinaio di moto.
E la polizia?
Oggi pomeriggio sentivo parlare un parlamentare di 50PLUS (partito degli over 50, ndr), che in passato è stato agente di polizia. Diceva che la polizia era pronta a intervenire, ma che la sindaca Halsema ha rifiutato. Non mi sorprende, Halsema ci ha deluso molte volte. Lo sanno tutti che io non sono una fan di Femke Halsema.
Capisco che si trovi in una posizione difficile, ma nel 2014, con il sindaco precedente, Eberhard van der Laan, durante un altro scontro tra Israele e Hamas, ci fu chiarezza sulle regole e sui limiti entro cui si poteva manifestare. Davvero non capisco che cosa sia cambiato tra il 2014 e il 2026 perché Halsema oggi dica: non posso fare niente. Davvero non lo capisco. Sono sicura che il suo non sia un “non posso”, ma un “non voglio”. Ne sono convinta.
Lo abbiamo visto all’inaugurazione del Museo dell’Olocausto, due anni fa, il 10 marzo. C’era un bisnonno che, insieme alla sua bisnipote, affiggeva la mezuzah (una sorta di astuccio rituale contenente versi della Torah, ndr) all’ingresso del museo, e sono stati coperti di urla. È stato orribile. Le grida e l’aggressività si sentivano fin dentro l’Esnoga, la Sinagoga portoghese. E Halsema era lì, e non ha fatto niente. Lo abbiamo visto negli anni: diventano sempre più aggressivi, e la passano liscia. La passano liscia.
Torno un attimo a quella commemorazione nel luogo segreto, la serata ufficiale: come dicevo, c’erano tre ministri. Il ministro degli Esteri, Berendsen, che ha appena imposto contro Israele sanzioni tra le più dure d’Europa. Sono ora vietati nei Paesi Bassi i prodotti non solo della Cisgiordania ma anche di Gerusalemme Est e delle Alture del Golan. E oggi si rischiano fino a sei anni di carcere per questo. Dovreste sapere che pene prendono gli stupratori nei Paesi Bassi… È una follia. E il ministro era lì, seduto in prima fila.
E la ministra dell’Istruzione, Rianne Letschert, che prima guidava l’Università di Maastricht, dove era stata autorizzata una guida passo passo per aiutare studenti rifugiati dalla Siria e da Gaza a chiedere asilo. Lo abbiamo scoperto solo pochi giorni fa.
Bisogna anche capire che molti palestinesi arrivano nei Paesi Bassi passando dalla Siria. La comunità palestinese nei Paesi Bassi sta crescendo enormemente. E capisco perché vogliano fuggire, ma non è in discussione questo. Il punto è che le autorità di fatto non sanno a chi danno il permesso di entrare e a chi no. Questo è il problema.
Oggi c’era un articolo sul Telegraaf, uno dei nostri giornali di destra, secondo cui molti dei palestinesi che vivono nei Paesi Bassi non capiscono cosa sia realmente successo il 7 e l’11 ottobre. Anzi, spesso non si tratta nemmeno di palestinesi ma di persone di origine marocchina o turca. E magari nemmeno sanno dove si trovi Gaza. Per loro si tratta di un modo per esprimere il proprio malessere per come vivono nei Paesi Bassi.
E a loro si aggiungono olandesi di sinistra che, se mi permette, sono solo in cerca di una nuova causa. Hanno vinto la battaglia del boicottaggio contro il Sudafrica dell’apartheid, e da tempo c’è tra gli idealisti di sinistra un desiderio forte di mettersi al servizio di una nuova causa. E la nuova causa è Israele. Anzi no, i palestinesi. Si è visto questo spostamento soprattutto alle conferenze di Durban, in Sudafrica; era già cominciato allora. Quella è stata la radice del problema.
Torniamo un attimo indietro. Da quello che dice mi sembra chiaro che il clima per la comunità ebraica sia molto difficile. Come vivono davvero le persone in questa situazione? Come si sente la comunità ebraica? È vero che c’è molta paura e insicurezza? Ho letto di persone che dicono che forse è arrivato il momento di lasciare i Paesi Bassi, e questo mi ha davvero colpito.
Certo. Io sono una di loro.
Partiamo da questo: gli ebrei sono abituati al fatto che la gente non li ama. Ma prima erano cose che si dicevano a mezza voce. La cosa che fa paura è che oggi le si dice apertamente, e non ci si sente più in minoranza. Io ho iniziato a rendermene conto già quando è arrivato Twitter e la gente ha cominciato ad attaccarmi. All’inizio erano anonimi, troll, come si dice, con quattordici follower o giù di lì.
Ma poi si è visto il passaggio a persone che erano apertamente, sfacciatamente orgogliose del loro antisemitismo, del loro odio per gli ebrei. Lo si vede molto. Io quelle persone le blocco sistematicamente, non ho davvero bisogno di ritrovarmele in timeline. Ma questo è un aspetto: è tornato tutto allo scoperto. E molte persone hanno paura.
I più vulnerabili nella comunità sono i bambini e i ragazzi che frequentano scuole non ebraiche, che vengono attaccati perfino dai loro insegnanti. A parole, naturalmente, ma vengono attaccati perfino dai loro insegnanti. Abbiamo casi del genere. Ovviamente non possiamo renderli pubblici, perché dobbiamo proteggere quei ragazzi, ma queste storie ci sono. Sono i membri più vulnerabili della comunità ebraica.
E poi, naturalmente, ci sono gli anziani. Abbiamo ancora sopravvissuti alla Shoah in vita, e loro rivedono gli anni Trenta del secolo scorso. Hanno molta paura che stia succedendo di nuovo.
Poi vedere che i Paesi Bassi, che erano un Paese così filo-israeliano, e anche filo-ebraico dopo la guerra (sì, non durante la guerra, solo dopo) possano ribaltarsi in pochi anni fino a stare completamente dall’altra parte, ha sorpreso perfino me.
Una decina di anni fa dicevo: non stupitevi, ma verrà un momento in cui l’appello all’annientamento di Israele diventerà mainstream. E lo si vede succedere adesso. Pensavo ci sarebbe voluta una generazione, forse due; invece sta succedendo adesso. Nessuno avrebbe potuto prevedere la velocità di questo ribaltamento.
Quello che facciamo soprattutto è stringerci gli uni agli altri. Abbiamo tanti gruppi WhatsApp, in cui condividiamo le nostre esperienze. Molti vanno più spesso alla shul, in sinagoga. E si vede che molti genitori ebrei oggi vogliono mandare i figli nelle scuole ebraiche, dove sono al sicuro dietro i muri, con le armi fuori a proteggerli. Questo è quello che succede.
E sì, c’è chi vuole andarsene. Ma non si sa dove fuggire, perché dov’è che si è al sicuro? Vede quello che sta succedendo in America con Mamdani; vede quello che sta succedendo in Gran Bretagna, e soprattutto in Irlanda. Dove andare, quindi? Sento persone che parlano di andare in Spagna. Sento parlare del Portogallo, e una mia amica è già emigrata in Portogallo.
Io personalmente penso all’Italia. Ho perfino cercato un appartamento a Venezia… Ma l’ultima volta che sono stata a Venezia, a settembre dell’anno scorso, ho deciso di fare una passeggiata a Dorsoduro, e ho visto quello che stava succedendo lì, ed era molto simile a quello che succede qui. Quindi non so.
Stavo per dirle, infatti, che considerare l’Italia probabilmente non è una buona idea. E mi dispiace dirlo, da italiano.
Allora ho pensato anche a Ferrara. Solo che poi mi sono imbattuta in una manifestazione anche lì. Così ora a volte sogno Pitigliano, un piccolo paese in Toscana dove un tempo difendevano i loro ebrei. Adoro Pitigliano, ma questa è un’altra storia. Molte vie di fuga sono chiuse.
E naturalmente sappiamo tutti che anche Israele ha in questo momento enormi problemi interni. Non sono molti, tra gli ebrei laici, a essere contenti di quello che vedono dentro Israele. Molto dipenderà dalle prossime elezioni del 27 ottobre. Ma da noi, per ora, per quanto ne so, le persone, soprattutto quelle con figli a scuola, restano dove sono. Ma si stanno preparando. Fanno in modo che, se dovessero decidere di andarsene, possano partire nel giro di un mese.
Sentire questo fa davvero venire i brividi. Lei ha citato gli anziani e non è difficile fare quel collegamento, conoscendo la storia. Quella che abbiamo studiato domandandoci come siano potute accadere certe cose, nel secolo scorso.
Grazie. Sa, il meraviglioso rabbino Jonathan Sacks, che è stato rabbino capo della Gran Bretagna (purtroppo è scomparso, ma l’ho incontrato una volta a un congresso negli Stati Uniti), diceva: l’antisemitismo è un virus che muta. Prima era la nostra fede, poi è stata la nostra razza, e ora è lo Stato.
E io credo che abbia ragione, e sono molto pessimista. C’è chi dice: ah, passerà. Non sta passando. Non passerà.
Immagino che sia una battaglia culturale, che va vinta. Ma ne riconosco la difficoltà.
Siamo troppo pochi. Siamo troppo pochi. E la gente non ha coraggio… Conosco tante persone molto care, splendide, che mi dicono: Esther, io non entro nemmeno più nella discussione. Ho persone che mi dicono: lascio Twitter, perché vedo quanto è virulento e aggressivo, e non lo sopporto più.
Servono spalle molto larghe per continuare a combattere, o diciamo almeno per continuare a dire che c’è anche un’altra parte in questo conflitto, un altro lato da comprendere rispetto a quello che si sente in televisione e si legge su molti giornali. È una voce di minoranza.
Ma dal punto di vista psicologico io vedo il tutto anche come un’isteria di massa. Io sono anche counselor, e vedo molta dinamica di gruppo in gioco. Il fatto è che l’odio per gli ebrei è un’emozione, una cosa di pancia, viscerale, e non la si scioglie con argomenti razionali. Sono due piani diversi.
Ci sono molti manifestanti che dicono: io non sono contro gli ebrei, sono solo contro Israele. Non sono contro gli ebrei, sono contro i sionisti. Beh, l’ottanta, il novanta per cento degli ebrei è sionista. Che cosa vuol dire, allora?
Credo che ci sia un’ignoranza diffusa su che cosa significhi davvero “sionista”.
Sì, ed è per questo che abbiamo scritto il libro di cui parlavo. Molti pensano che i sionisti siano la stessa cosa dei coloni, i colonizzatori, sa, quelli in Cisgiordania. Pensano che un sionista non possa essere di sinistra. Beh, guardate Israele. C’è molta ignoranza, e c’è anche un rifiuto. Vogliono restare attaccati al loro modo di vedere le cose, e non sono disposti a guardare nulla al di fuori della loro bolla.
Torniamo alla scena politica olandese. In Parlamento si discute la legge Van Weel contro l’apologia del terrorismo, e chi è contrario sostiene che metta a rischio la libertà di espressione, un argomento che sembra ricorrente in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti. Come vede il dibattito politico su questa legge, che avrebbe potuto essere almeno uno strumento utile contro manifestazioni così scioccanti?
Solo se il Parlamento approva i nuovi emendamenti, perché il testo originale era molto più duro di quello che ora arriva in Parlamento. L’hanno annacquato, annacquato e annacquato, finché non è rimasto quasi niente. Funzionerà solo con i nuovi emendamenti di Mona Keijzer, uscita prima dal CDA e poi dal BBB (il partito dei contadini, ndr). È stata lei a proporre per prima questa legge, constatando poi quanto è stata annacquata.
E naturalmente ci sono ambiti in cui due cose importanti in una democrazia si scontrano. Lo vediamo per esempio con la macellazione kosher, la shechità. Tutta la nostra carne kosher ormai arriva dall’Italia. Questo, naturalmente, è legato ai diritti degli animali; e il modo di macellare halal è diverso da quello kosher, ma siccome si somigliano, li chiamano entrambi macellazione rituale.
Ora succede con la libertà di espressione. C’è una legge, l’articolo 137 del codice penale, che dice che non si può incitare all’odio, non si può discriminare, non si possono insultare gruppi come gli ebrei. In passato molti politici avrebbero voluto abolirla. Ma è la legge. Quindi, tutto ciò che qui ricade sotto quella legge dovrebbe anche essere punito secondo quella legge. Ma questo non succede. Se non archivia la procura, archiviano i giudici.
È anche per questo che in chiusura al mio commento sul giornale di questa settimana scrivo che è difficile restare qui e credere nello Stato di diritto nei Paesi Bassi. Perché la gente se la cava, come nel caso di quello studente di Gaza (un ventiduenne arrivato a Maastricht su richiesta dell’università, che in un video sui social sembrava rivendicare la partecipazione al massacro del 7 ottobre: l’ateneo lo ha sospeso, ma ha mantenuto il permesso di soggiorno).
Possono fare quello che vogliono: una donna, un’arabista, dice che è stato tradotto male. Beh, nella nostra redazione lavora un arabista, e dice: ma cosa sta dicendo? È quello che vediamo troppo spesso di questi tempi.
Non solo i politici, ma anche la procura e i giudici dovrebbero iniziare a capire quanto siano vulnerabili gli ultimi trenta, quarantamila ebrei dei Paesi Bassi… Altrimenti siamo perduti. Siamo perduti. Con la libertà di espressione e questa legge è come lanciare una moneta e vedere se esce testa o croce. Questo è il problema.
C’è qualcosa che le dà almeno un po’ di speranza? O la situazione è davvero disperata, senza alcuna via d’uscita? C’è qualcosa per cui si alza la mattina e dice: ok, oggi sarà una bella giornata per me, come membro della comunità ebraica olandese?
Ogni giorno è una bella giornata per me. Amo la vita. Amo la vita. E naturalmente la speranza è l’ultima a morire. L’inno israeliano si chiama Hatikvah, “la speranza”. Ho sessantatré anni e ne ho viste tante. Da bambina chiedevo ai miei genitori: l’antisemitismo è una cosa del passato, vero? Acqua passata? E i miei genitori mi dicevano: Esther, prima o poi, sotto questo strato sottilissimo di vernice, il fango tornerà a galla. E avevano ragione.
Mettiamola così: negli anni Trenta si poteva essere ingenui; dopo, un ebreo che si fa ancora illusioni non ha più scuse. È questa la differenza con allora: siamo stati avvertiti, e non possiamo più permetterci l’ingenuità.
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