Iran
Iran, il cambio di strategia e il rischio di una guerra civile
L’ipotesi di «armare il popolo iraniano» e di utilizzare i beni iraniani congelati all’estero solleva interrogativi sulla transizione dopo la Repubblica islamica. La diffusione di armi potrebbe indebolire ulteriormente l’autorità centrale, favorire la nascita di centri di potere autonomi e aumentare il rischio di conflitto interno

La recente intervista rilasciata da Reza Pahlavi a Fox News non può essere considerata semplicemente l’ennesima conversazione sul futuro politico dell’Iran.
Le dichiarazioni rese in quell’occasione sembrano, a prima vista, inserirsi nella continuità delle sue precedenti posizioni a sostegno degli oppositori della Repubblica islamica. Sotto il profilo delle possibili conseguenze politiche e della sicurezza, tuttavia, introducono una questione di natura diversa.
Si è parlato di «armare il popolo iraniano» e di utilizzare le risorse finanziarie iraniane detenute all’estero per perseguire tale obiettivo. Lo stesso titolo del video diffuso da Fox News insiste su questa formulazione: We need to equip the Iranian people.
In una fase segnata da conflitti, dichiarazioni di questo genere richiedono una riflessione che vada ben oltre la contrapposizione tra sostenitori e oppositori della Repubblica islamica. La questione non è più soltanto come indebolire o rovesciare il regime. Occorre chiedersi che cosa rimarrebbe dell’Iran qualora la forza armata diventasse uno strumento centrale della lotta politica e chi sarebbe in grado, in seguito, di preservare l’unità dell’ordinamento politico e della struttura di sicurezza del Paese.
Dal sostegno alla popolazione al suo armamento
Tra il «sostenere il popolo iraniano» e «armare il popolo iraniano» esiste una distanza considerevole.
Il sostegno alla società civile, l’accesso libero a Internet, l’assistenza ai media indipendenti, la documentazione delle violazioni dei diritti umani, il sostegno agli scioperi, la pressione diplomatica e gli aiuti umanitari possono tutti rientrare in una strategia di solidarietà con la società iraniana e di pressione sul governo. Anche il sostegno alle forze politiche che si oppongono alla Repubblica islamica non implica necessariamente un appoggio militare.
Quando, invece, si introduce il tema dell’equipaggiamento militare, la natura del problema cambia. Non ci si confronta più soltanto con un movimento politico, ma con la possibilità di creare capacità armate sottratte al controllo diretto dello Stato. È in questo passaggio che un progetto di cambiamento del regime rischia di entrare, intenzionalmente o meno, nel territorio assai più pericoloso della guerra civile.
Chi oggi considera la prospettiva della lotta armata una fonte di forza politica potrebbe concentrarsi sul primo colpo, sul suo bersaglio e sull’obiettivo immediato. Molto meno spesso, però, si interroga su ciò che accadrà il giorno successivo.
Quando le armi entrano nella società
Quando le armi entrano nella società, non vengono necessariamente utilizzate soltanto contro il governo, diventano una componente del potere politico e sociale di chi le detiene. Un individuo o un gruppo armato non è più soltanto un oppositore o un attivista: dispone di uno strumento che gli consente di esercitare coercizione indipendentemente dalle urne, dalla legge e dalle istituzioni statali.
Nella competizione politica, il potere dovrebbe derivare principalmente dall’organizzazione sociale, dalla legittimità e dalla partecipazione dei cittadini. Nella lotta armata, invece, una parte del potere dipende dalla disponibilità di armi, dalla capacità di organizzazione militare e dalla possibilità di ricorrere alla forza. È una trasformazione che modifica la natura stessa della competizione politica.
Se simili capacità si moltiplicassero mentre l’autorità centrale si indebolisce, il futuro Stato iraniano non si troverebbe di fronte a semplici oppositori politici. Dovrebbe confrontarsi con gruppi dotati di risorse finanziarie, armi, strutture organizzative, reti sociali e, potenzialmente, aree di influenza territoriale.
A quel punto, la domanda non sarebbe più soltanto: «Chi rovescerà il regime?». Diventerebbe: «Chi disporrà di maggiore potere dopo la sua caduta?».
Quando scompare il nemico comune
L’esistenza di un nemico comune non implica necessariamente una convergenza di interessi dopo la sua sconfitta. Gruppi diversi possono combattere fianco a fianco finché la Repubblica islamica rimane al potere. Una volta venuto meno il centro dell’autorità, tuttavia, le divergenze sul controllo delle città, delle aree di frontiera, delle risorse economiche e sulla distribuzione del potere nel nuovo assetto politico potrebbero trasformarsi in conflitti aperti. La forza che oggi combatte al fianco di un’altra contro il regime potrebbe domani diventare la sua rivale.
Il rischio non si limita alle divergenze ideologiche. In una situazione di vuoto di potere, la sicurezza, le risorse, le vie di comunicazione, gli impianti petroliferi e del gas, i confini e il controllo dei centri urbani possono diventare determinanti quanto le differenze politiche. Se ogni gruppo ritiene di dover conservare le armi per proteggersi dagli altri, si innesca un meccanismo nel quale il disarmo diventa più difficile, proprio a causa della reciproca sfiducia.
Le esperienze dell’Iraq, della Siria e della Libia mostrano come un grave indebolimento dello Stato centrale possa creare le condizioni per una competizione complessa tra gruppi armati, potenze regionali e attori esterni. L’Iran presenta differenze importanti rispetto a questi Paesi: non è possibile trasferire automaticamente al contesto iraniano gli esiti delle loro crisi. Ma proprio queste differenze rendono necessaria una valutazione prudente.
L’Iran è un Paese vasto, dotato di ingenti risorse energetiche, collocato in una posizione geopolitica strategica e caratterizzato da estesi confini con diversi Stati. A nord si affaccia sul Caucaso e sul Mar Caspio; a ovest confina con la Turchia e l’Iraq; a est con l’Afghanistan e il Pakistan; a sud si apre sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. In un simile contesto geografico, una crisi interna prolungata difficilmente potrebbe rimanere una questione esclusivamente iraniana.
Qualunque Paese percepisse una minaccia alla sicurezza delle proprie frontiere, ai propri interessi economici o alla propria posizione regionale avrebbe un incentivo a intervenire, direttamente o indirettamente. Anche gli attori interni potrebbero cercare sostegno politico, finanziario e militare presso potenze straniere. La crisi interna rischierebbe così di trasformarsi in un terreno di competizione regionale.
La questione etnica: i rischi del vuoto di potere
Anche la questione etnica deve essere affrontata in questa prospettiva.
La diversità etnica e linguistica dell’Iran non implica affatto che le sue comunità aspirino alla secessione. Persiani, azeri, curdi, lur, baluci, arabi, turkmeni, gilaki, mazanderani e altri gruppi etnici e linguistici hanno convissuto per secoli all’interno di uno spazio storico e culturale condiviso. Nelle diverse fasi della sua storia, l’identità iraniana ha saputo ricomprendere queste differenze entro un quadro più ampio.
Non si può dunque dedurre dalla pluralità etnica che la disgregazione territoriale dell’Iran sia inevitabile. In materia di sicurezza, tuttavia, il problema riguarda la probabilità e la gestione del rischio, non la certezza di un esito. Se lo Stato centrale si indebolisse e, contemporaneamente, si formassero gruppi armati in diverse aree del Paese, le identità locali e territoriali potrebbero diventare una delle basi dell’organizzazione del potere. Nel Kurdistan iraniano, nel Sistan-Baluchistan, nel Khuzestan e in altre regioni di frontiera esistono già questioni economiche, sociali, securitarie, etniche e transfrontaliere. Ciò non significa che le popolazioni di queste aree aspirino alla separazione, ma che in una situazione di vuoto di potere gli attori armati potrebbero sfruttare le differenze esistenti per consolidare la propria organizzazione e la propria influenza.
Il rischio principale, quindi, potrebbe consistere nella progressiva moltiplicazione dei centri di potere, ciascuno dei quali finirebbe per sviluppare proprie rivendicazioni politiche, securitarie o, eventualmente, territoriali.
Espressioni come «libanizzazione» o «libicizzazione» dell’Iran, rimandano proprio a questo scenario: la possibilità che continuino a esistere uno Stato formale, un Parlamento e persino elezioni, mentre forze armate autonome conservano una parte sostanziale del potere effettivo.
La democrazia, infatti, non si esaurisce nello svolgimento delle elezioni. Uno Stato democratico presuppone che il monopolio legittimo della forza sia esercitato dalle istituzioni pubbliche e che nessun gruppo possa rivendicare, facendo leva sulle armi, una quota di potere superiore a quella che i cittadini gli hanno attribuito attraverso il voto.
Una domanda fondamentale: chi disarmerà la popolazione?
Se oggi armiamo la popolazione, chi la disarmerà domani? Un futuro governo che ancora non esiste? Un esercito che potrebbe essersi frammentato durante il collasso delle strutture attuali? Una polizia che deve ancora essere riorganizzata? Oppure le stesse forze politiche che, nella prima fase, hanno introdotto le armi nel Paese?
Costituire una forza armata è più facile che scioglierla. Le armi introdotte nella società per perseguire un obiettivo comune rimangono anche quando quell’obiettivo è stato raggiunto. Chi le possiede non si trasforma automaticamente, con la fine del conflitto, in un normale cittadino privo di capacità coercitiva. Per questo motivo, il confine tra la lotta contro il governo e lo scontro tra le stesse forze di opposizione può dissolversi rapidamente.
In una guerra civile, anche la distinzione tra fronte e casa finisce per scomparire. Il proiettile che oggi dovrebbe essere diretto contro un reparto governativo potrebbe domani colpire un cittadino comune, nel corso di una disputa tra due gruppi rivali. Una famiglia che oggi spera che il proprio figlio possa conquistare la libertà imbracciando un’arma potrebbe ritrovarselo domani coinvolto in un conflitto che non ha più alcun rapporto con gli ideali da cui era partita la protesta.
È questo il rischio che l’entusiasmo della lotta politica non dovrebbe indurre a sottovalutare: nessuno può prevedere con certezza chi finirà per controllare le armi introdotte nella società per uno scopo determinato, né per quali finalità verranno successivamente utilizzate.
Rovesciare un regime non significa costruire uno Stato
Un governo può crollare nel giro di pochi giorni o di poche settimane. La ricostruzione di un esercito nazionale, di una polizia, di un sistema giudiziario, di una banca centrale, delle reti elettriche, delle infrastrutture petrolifere e del gas, dei servizi pubblici, della gestione delle frontiere e di un sistema politico dotato di legittimità può invece richiedere anni.
Se queste strutture venissero distrutte nel corso del collasso del regime, ricostruirle sarebbe assai più difficile che sostituire chi occupa il vertice del potere. Per questo motivo, la guerra in corso contro il nostro Paese deve terminare al più presto.
Se, nel frattempo, si fossero formate anche diverse forze armate autonome, il futuro governo dovrebbe affrontare, prima ancora di poter scrivere una Costituzione e indire elezioni, questioni come il disarmo, l’integrazione delle forze e la distribuzione del potere.
In una simile situazione, la domanda democratica «Che cosa vogliono i cittadini?» rischierebbe di essere subordinata a un’altra: «Chi dispone della maggiore forza militare?». È proprio qui che l’idea di «armare il popolo» entra in una contraddizione sostanziale con l’obiettivo di costruire uno Stato democratico, unitario e capace di esercitare la propria autorità sull’intero territorio nazionale.
La lezione della storia iraniana
Prima della rivoluzione del 1979, l’Iran aveva già conosciuto l’esperienza dei gruppi clandestini e delle organizzazioni armate. I Mojahedin-e Khalq, i Fedayyin-e Khalq e altri movimenti avevano intrapreso la lotta armata contro la monarchia Pahlavi. La caduta di quest’ultima, tuttavia, non fu il risultato delle sole operazioni militari di questi gruppi.
La rivoluzione del 1979 fu il prodotto di una combinazione complessa di proteste sociali, scioperi, mobilitazione politica e religiosa e crisi di legittimità del regime.
Quell’esperienza ricorda almeno una cosa: le armi non sono necessariamente lo strumento che determina la caduta di un governo. Ma, quando vengono diffuse nella società in una fase di grave indebolimento dell’autorità centrale, possono diventare, dopo il crollo del regime, un fattore di consolidamento del potere di diversi attori.
La capacità di rovesciare un governo e quella di costruire un nuovo ordinamento politico non sono la stessa cosa. Uno strumento può rivelarsi efficace nell’indebolire il potere esistente e, al tempo stesso, risultare inadatto alla costruzione di un ordine politico stabile.
I beni iraniani congelati e il problema della legittimità
Reza Pahlavi aveva già prospettato l’impiego dei beni iraniani congelati all’estero per sostenere gli oppositori e gli scioperi. Nell’intervista più recente, il tema delle risorse finanziarie iraniane è stato accostato a quello dell’«equipaggiamento del popolo».
Se con questa espressione si intende un equipaggiamento militare, la domanda diventa inevitabile: si prevede di utilizzare una parte dei beni iraniani detenuti all’estero per acquistare e trasferire armi alle forze presenti all’interno del Paese?
Non è possibile liquidare la questione con il semplice argomento secondo cui «questo denaro appartiene al popolo iraniano e deve essere utilizzato per la sua libertà».
Qui entrano in gioco la legittimità e la rappresentanza.
Chi rappresenta il popolo iraniano quando si tratta di decidere sull’impiego di queste risorse? Quale istituzione dispone dell’autorità necessaria? Quali meccanismi di controllo contabile e finanziario sarebbero previsti? Chi stabilirebbe se i fondi sono destinati ad attività civili oppure a operazioni militari? E, qualora venissero acquistate armi, chi ne controllerebbe l’acquisto, il trasferimento, la distribuzione e l’impiego?
Infine, se il governo centrale dovesse un giorno collassare, chi sarebbe in grado di recuperare le armi introdotte nel Paese utilizzando risorse finanziarie iraniane?
Se miliardi di dollari di beni iraniani venissero sbloccati, tali risorse non potrebbero trasformarsi in un assegno in bianco per una singola persona o per una determinata corrente politica.
Anche qualora l’obiettivo dichiarato fosse quello di impiegarle per la liberazione dell’Iran, sarebbe necessario chiarire quale istituzione ne avrebbe la gestione, quali controlli indipendenti verrebbero esercitati e in quale misura le transazioni sarebbero accessibili alla verifica dei cittadini.
Esiste una differenza fondamentale tra finanziare un’organizzazione politica attraverso contributi privati e accedere a risorse appartenenti all’intera nazione.
Nel secondo caso, la questione non riguarda più la fiducia personale, ma la creazione di un sistema istituzionale capace di impedire che il patrimonio nazionale venga trasformato nel capitale politico di una singola fazione.
La trasparenza finanziaria
Nei confronti del gruppo che fa capo a Reza Pahlavi sono state formulate diverse accuse riguardo alla presunta ricezione di finanziamenti occulti da parte di governi stranieri. Pahlavi ha respinto tali accuse, dichiarando che le proprie attività sono finanziate da contributi privati.
Senza esprimere un giudizio sulla fondatezza delle diverse affermazioni, resta una richiesta legittima: se le risorse provengono da donazioni private, in quale misura i bilanci, l’entità dei contributi, le spese organizzative e le principali fonti di finanziamento possono essere resi pubblici e sottoposti a verifiche indipendenti?
La questione assume un’importanza ancora maggiore quando una forza politica aspira ad accedere a risorse di dimensioni incomparabilmente superiori: i beni appartenenti alla nazione iraniana.
Una transizione nazionale, non un vuoto di potere
Il futuro dell’Iran dopo la Repubblica islamica non dovrebbe essere concepito semplicemente come la vittoria di una parte sull’altra. Dovrebbe essere pensato come una transizione nazionale.
Una transizione nazionale significa preservare lo Stato mentre si cambia il governo; tutelare l’integrità territoriale riconoscendo al contempo i diritti etnici e culturali; ricondurre le forze militari e di sicurezza all’interno di un nuovo ordinamento legale; impedire forme di vendetta collettiva attraverso la costruzione di un sistema giudiziario composto da personalità autorevoli, indipendenti e non legate a una singola fazione; istituire un meccanismo nazionale e trasparente per la gestione dei beni iraniani; e, infine, affidare la legittimazione politica al voto dei cittadini.
In una simile transizione, la priorità dovrebbe essere la conservazione della capacità dello Stato di amministrare il Paese.
Acqua ed elettricità, ospedali, banche, telecomunicazioni, trasporti, frontiere, produzione ed esportazione di energia e servizi pubblici non possono attendere la conclusione delle contese politiche.
Il futuro governo dovrebbe essere in grado di amministrare il Paese fin dal primo giorno.
Per questa ragione, ogni progetto politico relativo alla transizione dovrebbe rispondere a una domanda prima ancora di affrontare quella relativa alla conquista del potere: come si può cambiare il sistema politico senza provocare un vuoto di sicurezza e di amministrazione?
Questa impostazione è radicalmente diversa dalla logica dell’armamento della popolazione. La lotta politica può portare alla sostituzione di un governo. Una guerra civile, invece, può distruggere lo Stato stesso. E se lo Stato viene distrutto, non esiste alcuna garanzia che il primo ordinamento politico a emergere dalle sue macerie sia democratico.
La Repubblica islamica non è l’Iran
Forse il punto più importante è proprio questo: non bisogna confondere la Repubblica islamica con l’Iran. La Repubblica islamica è un sistema politico. L’Iran è un Paese storico, con una società complessa, articolata e profondamente interconnessa. Opporsi alla Repubblica islamica è una posizione politica. Preservare la possibilità di governare l’Iran dopo la sua caduta è una questione di interesse nazionale.
Qualunque strategia di cambiamento del regime dovrebbe quindi valutare non soltanto i costi che impone al potere esistente, ma anche le sue conseguenze indirette: il vuoto di potere, la proliferazione dei gruppi armati, l’intervento straniero, la competizione regionale, la polarizzazione sociale e la difficoltà di ricostruire l’autorità dello Stato.
Se l’obiettivo è la libertà dell’Iran, non si può mettere a rischio, proprio nel perseguirla, la capacità dello Stato di funzionare e l’integrità del Paese.
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