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L’11 settembre dimenticato. La conferenza di pace di Staten Island nel 1776

L’11 settembre 1776, mentre la guerra d’indipendenza americana era appena cominciata, Benjamin Franklin, John Adams ed Edward Rutledge incontrarono l’ammiraglio britannico Lord Howe a Staten Island. Fu l’unico colloquio diplomatico ufficiale dell’intero conflitto: un ultimo tentativo di riconciliare posizioni ormai inconciliabili.

L’11 settembre dimenticato. La conferenza di pace di Staten Island nel 1776
Gianluca DamianiGianluca Damiani14/09/2026Aggiornato 17/10/20269 min lettura1.798 parole

L’11 settembre e la storia americana sembrano avere un legame singolare. Viene spontaneo pensare ai drammatici fatti del 2001. Ma nella stessa data è stata combattuta anche la battaglia di Brandywine, nel 1777, quando George Washington, sconfitto dai britannici, dovette abbandonare Philadelphia.

L’11 settembre 1814, a Plattsburgh, invece, gli americani bloccarono l’avanzata britannica verso New York durante la guerra del 1812. Ma c’è un altro 11 settembre, oggi quasi dimenticato, che avrebbe potuto cambiare il corso della storia americana.

L’11 settembre 1776, appena due mesi dopo la dichiarazione di indipendenza e pochi giorni dopo la disastrosa sconfitta subita da George Washington a Long Island, tre delegati del Congresso continentale, oltre che tre firmatari della dichiarazione di indipendenza, Benjamin Franklin, John Adams ed Edward Rutledge, attraversarono lo stretto che separa il New Jersey da Staten Island per incontrare l’ammiraglio Richard Lord Howe, arrivato in America come comandante della flotta britannica, ma anche commissario di pace, con il compito di tentare un’estrema riconciliazione tra la Corona e le colonie ribelli.

Questo sarebbe stato l’unico incontro diplomatico ufficiale tra rappresentanti britannici e americani durante tutta la guerra d’indipendenza.

Le radici di questo incontro, in verità, risalgono ad alcuni anni prima, a Londra. Qui, a casa della sorella dell’ammiraglio, Lady Caroline Howe (una personalità affascinante che si guadagnò la stima dello stesso Franklin e la cui ricca corrispondenza è alla base della bellissima storia familiare della famiglia Howe, The Howe Dynasty di Judith Flavell), alla fine del 1774, avvenne una serie di incontri informali tra Howe e Franklin per discutere della crisi che stava montando nelle colonie.

Lord Howe, membro del Parlamento, discusse con Franklin delle rimostranze americane e gli chiese di presentare una serie di richieste accettabili per le colonie. Franklin aveva però insistito sul ritorno alla situazione precedente al 1763 e sull’abolizione delle imposte introdotte dopo la Guerra dei Sette Anni. Nel marzo 1775, poco prima che Franklin rientrasse in America, i due si incontrarono per l’ultima volta, lasciandosi tuttavia in modo cordiale.

Sarebbe eccessivo definire Howe e Franklin amici e non è chiaro se Howe agisse a nome personale o del governo, sebbene informalmente (sua sorella era una grande amica di Lady Dartmouth, la moglie del segretario di Stato per le colonie, Lord Dartmouth, fratellastro e intimo amico del Primo Ministro Lord North).

Ma quei colloqui mostrano come, ancora alla vigilia della guerra, una parte della classe dirigente britannica sperasse di evitare una rottura definitiva con le colonie. In un certo senso, Howe incarnava bene quella cultura politica settecentesca secondo cui uomini ragionevoli, appartenenti alla stessa élite, avrebbero potuto comporre qualsiasi controversia attraverso il dialogo e il compromesso. La rivoluzione americana avrebbe dimostrato quanto quella convinzione fosse ormai superata.

Nel 1776 Lord Richard fu mandato in America come comandante della flotta e commissario di pace, nella speranza che una soluzione diplomatica fosse ancora possibile. L’ammiraglio lasciò Portsmouth nel maggio 1776. Durante il viaggio scrisse una serie di lettere per il Congresso e per Franklin. Ma, a causa di venti sfavorevoli, fu in grado di spedirle solo il 12 luglio, quando arrivò davanti alle coste americane.

Il 4 luglio, però, a Philadelphia, la dichiarazione di indipendenza aveva reso la missione diplomatica di Howe improvvisamente anacronistica: davanti non avrebbe più avuto sudditi ribelli, ma cittadini di una nuova nazione.

Franklin rispose alla lettera di Howe il 20 luglio. La sua risposta fu cortese nei toni, ma durissima nella sostanza. Franklin esprimeva rammarico nel vedere l’ammiraglio incaricato di una missione di pace che, in realtà, era solo sottomissione mascherata da offerte di perdono.

Gli incendi delle città americane, l’impiego di mercenari tedeschi, il ricorso agli alleati indigeni e la promessa di libertà agli schiavi che avessero combattuto per la Corona mostravano come nessuna riconciliazione fosse più concepibile. Franklin, a suo dire, aveva sinceramente cercato, negli anni londinesi, di preservare l’unità dell’impero britannico. Ma quell’impero, scriveva con una delle immagini più efficaci della sua lettera, era ormai «un vaso di porcellana infranto», impossibile da ricomporre.

La sua lettera si concludeva ribadendo la propria stima personale per Howe, ma deplorando il ruolo che quest’ultimo aveva scelto di assumere in una guerra destinata a lasciare soltanto infamia e disonore.

A questo punto, la parola doveva essere lasciata alle armi. Alla fine di agosto le truppe britanniche sbarcarono a Long Island e inflissero a Washington la prima grande sconfitta della guerra. L’esercito continentale riuscì a evitare l’annientamento soltanto grazie alla celebre ritirata notturna attraverso l’East River, che permise agli americani di ripiegare su Manhattan.

Lord Howe tentò allora di usare questa vittoria per tentare un’ultima iniziativa diplomatica. Il 29 agosto, due generali ribelli presi prigionieri nella battaglia di Long Island, Alexander Stirling e John Sullivan, furono invitati a cena dall’ammiraglio britannico.

Nella sua conversazione Howe rimarcò la sua fiducia in una conciliazione tra le parti e il giorno successivo Sullivan fu rilasciato sulla parola per andare a riferire al Congresso la sua disponibilità a un incontro con alcuni delegati americani.

Sullivan lasciò intendere che l’ammiraglio fosse disposto a fare concessioni molto più ampie di quelle fin lì presentate, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto del Parlamento di imporre tasse alle colonie. Gli americani erano scettici. Al tempo stesso, però, l’incontro avrebbe potuto garantire legittimità al Congresso come organo politico, se i britannici avessero accettato le credenziali diplomatiche dei suoi inviati.

Pertanto, il 6 settembre venne deciso di mandare una commissione a incontrare l’ammiraglio. Questa era formata da Benjamin Franklin, John Adams ed Edward Rutledge. I delegati sarebbero arrivati a Staten Island l’11 settembre.

L’11 settembre Howe accolse personalmente i tre delegati nella casa di un lealista di Staten Island, Christopher Billop, usata come luogo dell’incontro diplomatico.

Dopo un pranzo veloce, fu Howe ad aprire finalmente la discussione. L’ammiraglio disse che riteneva possibile una conciliazione tra i due Paesi e che voleva il meglio per l’America, specialmente per il Massachusetts, per l’onore, un monumento eretto a Westminster e pagato con un contributo volontario di quella colonia, tributato al fratello George, ucciso in America nel 1758.

Come base per una conciliazione sperava di poter usare la petizione del Congresso al Re, la Olive Branch Petition mandata nel 1775. A suo giudizio questa conteneva elementi sufficienti per un piano di pace duraturo, se discussi con spirito di apertura.

Ma lui non aveva né avrebbe mai avuto poteri per trattare con le colonie come Stati indipendenti, né poteva riconoscere formalmente il Congresso. Proprio per questo, l’incontro andava, da parte sua, inteso come una conversazione privata tra uomini influenti, per verificare se esistessero margini per un accordo di pace.

Queste parole suscitarono imbarazzo tra gli americani, prima che Franklin intervenisse per scioglierlo. Le formalità, disse l’americano, erano irrilevanti. Loro si sarebbero considerati ciò che realmente erano, mentre Howe era libero di considerarli come preferiva.

Adams fece però una precisazione: l’ammiraglio lo avrebbe potuto considerare a suo piacimento, tranne che come un suddito britannico. A questo punto Howe si girò verso Franklin e, secondo un resoconto, esclamò, in modo solenne: «Mr. Adams is a decided character».

Nonostante tutto, Howe continuò a ribadire che il Re voleva la felicità dei sudditi americani e che i suoi poteri gli consentivano di offrire pace, perdono, di ascoltare rimostranze e proporre un ritorno a un’unione vantaggiosa per entrambi.

Infine aggiunse anche che l’Inghilterra non cercava denaro, ma la forza, il commercio e gli uomini dell’America. Howe concluse dicendo che era necessario fermare le ostilità, che ogni perdita americana colpiva anche l’Inghilterra e chiese se esistesse un modo per ritirare il passo dell’indipendenza. Quando i delegati americani fecero notare ciò che Sullivan aveva riferito al Congresso Congresso, Howe rispose di essere stato frainteso.

Le risposte dei delegati, però, confermarono la loro volontà di non cedere, soprattutto sul punto dell’indipendenza. Franklin ricordò all’ammiraglio che la risposta alla petizione al Re era stata il Prohibitory Act, ossia il blocco del commercio americano e l’invio di soldati. Pertanto non era più possibile la felicità sotto la dominazione britannica, ogni affetto era svanito.

Adams ribadì che l’indipendenza non era una scelta arbitraria del Congresso, ma era una decisione delle Colonie. Non avevano quindi alcun potere di trattare se non da Stati indipendenti. Rutledge aggiunse che la Gran Bretagna avrebbe potuto trarre vantaggi da un’alleanza con l’America indipendente più che dal suo dominio.

A quel punto Howe comprese che ogni ulteriore discussione sarebbe stata inutile. Se quella era la posizione americana, disse con evidente amarezza, egli non disponeva di alcun potere per trattare. Non avrebbe mai ricevuto dal governo britannico l’autorizzazione a negoziare l’indipendenza delle colonie.

Dopo un breve e imbarazzato silenzio, Franklin chiese che, se l’America non poteva aspettarsi nulla se non la sottomissione, Howe fosse disposto almeno a ricevere e trasmettere eventuali proposte americane al governo britannico. L’ammiraglio accettò, ma ribadì che la Gran Bretagna non stava chiedendo una sottomissione incondizionata. Questo terminò la discussione.

Nel diario di Ambrose Serle, un funzionario e collaboratore di Lord Howe, questo incontro viene riassunto in una semplice riga: «They met, they talked, they parted».

La guerra sarebbe continuata ancora per quasi sette anni, fino al trattato di Parigi del 1783, con cui la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza degli Stati Uniti. A quel punto, però, l’ammiraglio Howe non era più in America.

Tornato a casa nel 1778, una parte dell’opinione pubblica britannica attribuì proprio a lui (e a suo fratello, che tra il 1776 e il 1778 comandava le forze di terra) la responsabilità di non aver saputo porre rapidamente fine alla ribellione.

Ma la sua carriera sarebbe continuata con successo: il 1º giugno 1794, Howe guidò la flotta britannica in una delle più importanti vittorie navali della sua storia, contro i francesi, nella battaglia celebrata dai britannici come «the Glorious First of June».

Franklin e Howe non si incontrarono mai più, anche se nel 1784, mentre si trovava a Parigi, l’americano ricevette in regalo dall’ammiraglio il volume del resoconto del viaggio di James Cook intorno al mondo. Infatti, nel 1779, Franklin aveva chiesto al Congresso che i corsari americani non molestassero la nave del famoso esploratore, impegnata nella sua terza circumnavigazione del globo.

L’ultima scena di questa storia, però, si svolge, ancora, a Londra. Nel 1785 John Adams fu nominato ambasciatore degli Stati Uniti presso la corte britannica.

In occasione di una rappresentazione teatrale organizzata per il compleanno della regina Carlotta, Adams, accompagnato dalla moglie Abigail, cercava il posto riservato agli ambasciatori quando si imbatté proprio in Lord Howe, nel frattempo divenuto Primo Lord dell’Ammiragliato.

Adams gli chiese se sapesse dove fossero i posti per gli ambasciatori e l’ammiraglio, con British humor, indicandogli una fila di sedie, gli disse sorridendo: «Eh già! Ora dobbiamo mandarvi tra gli stranieri» («Aye! Now we must turn you away among the foreigners»).

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