Società, cultura, storia e idee
L’11 settembre e la banalità dell’estremismo
L’11 settembre 2001, davanti alle immagini dell’attacco alle Torri Gemelle, una frase pronunciata da una donna apparentemente lontana da ogni forma di integralismo diventa il punto di partenza per una riflessione sulla radicalizzazione. Dalla contrapposizione tra “noi” e “loro” alla costruzione di narrazioni impermeabili alla realtà,

Quando successe il disastro dell’11 settembre ero a casa con mio figlio.
Non aveva ancora nove mesi. Era nato il primo gennaio del 2001.
Ancora non eravamo sistemati per bene in casa e la televisione era su un mobiletto di fronte all’ingresso. Stavamo riposando. Alle 15:30 sarei dovuto tornare al lavoro. Ero sdraiato sul letto con il bambino e giocavamo.
Squillò il telefono fisso.
Era una nostra amica, la parrucchiera.
“Avete visto che succede?”
“No. Cosa?”
“Accendi subito la televisione. È un disastro. A New York.”
Uscimmo dalla stanza con il bambino in braccio. La televisione era già accesa: mio nipote Vittorio stava giocando a Tekken 3, cuffie in testa, con la PlayStation.
“Vittorio, metti subito Rai 1.”
Fu uno shock.
Una torre in fumo e, mentre eravamo lì davanti, l’impatto sulla seconda.
Le persone che si buttavano dal grattacielo.
Rimanemmo immobili.
Senza riuscire a dire una parola.
Era un film. Doveva essere un film. Non poteva essere reale.
Non tornai al lavoro. Rimasi tutto il pomeriggio a casa, sentendo amici e telefonando negli Stati Uniti per cercare di capire cosa fosse successo.
Non ci credevamo.
Follia.
Follia pura.
Poi diventò chiaro che non era stato un incidente. Era un attentato.
Seguimmo la cronaca per tutta la notte. Ogni nuova immagine sembrava rendere ancora più inverosimile quella precedente.
La mattina dopo venne la signora che ci aiutava nelle pulizie. Si chiamava Fatima.
“Hai visto che è successo in America?”, le dissi.
“Hanno fatto bene.”
Lo disse così.
Non urlando. Non facendo proclami. Non aveva mai manifestato con noi posizioni integraliste, né atteggiamenti aggressivi.
“Hanno fatto bene.”
Fu forse proprio questo a colpirmi più della frase stessa.
Non volli più che venisse a casa nostra. Ne parlai con mia moglie: per un lungo periodo non tornò.
Allora lessi quella risposta nel modo più semplice possibile: noi e loro. L’Occidente e il mondo islamico. Gli americani, i colonizzatori, gli yankee cattivi da una parte; dall’altra chi finalmente aveva colpito il gigante.
Era una lettura facile.
Forse troppo facile.
Negli anni successivi ho conosciuto molte persone musulmane, vissuto e lavorato in Medio Oriente, stretto amicizie con uomini e donne assolutamente lontani da qualsiasi forma di integralismo. E ho visto anche persone apparentemente immuni da quelle derive cominciare, a un certo punto, a leggere il mondo attraverso una lente diversa.
Un mio amico giordano era una persona colta, aperta, curiosa. Era stato persino fidanzato con una ragazza israeliana: non proprio il profilo più semplice da sistemare dentro una comoda contrapposizione tra mondi. Durante il Covid, però, qualcosa cambiò. Cominciò a sostenere che l’Occidente avesse deliberatamente diffuso il virus. Poi ogni fatto sembrava trovare posto dentro quella stessa costruzione: un colpevole sempre uguale, un’intenzione nascosta, una spiegazione capace di assorbire qualsiasi contraddizione.
Non era diventato improvvisamente un terrorista, naturalmente. Era successo qualcosa di più ordinario e, proprio per questo, più interessante: aveva cominciato a costruire la realtà in modo che la realtà non potesse più contraddirlo.
Ed è lì che la domanda cambia.
Non: quanto è facile radicalizzare un musulmano?
Quanto è facile radicalizzare una persona?
Temo che la risposta sia: parecchio.
Non serve necessariamente un predicatore, un’organizzazione clandestina o un addestramento. A volte basta una narrazione abbastanza potente. Una storia nella quale ci siano vittime assolute e carnefici assoluti, un’ingiustizia che spieghi tutte le altre, un nemico abbastanza grande da raccogliere frustrazioni, fallimenti e paure.
Il fanatismo comincia spesso molto prima della violenza.
Comincia dalle parole.
Quando le persone smettono di essere persone e diventano categorie: gli americani, i musulmani, gli ebrei, gli occidentali, gli immigrati, i colonizzatori. A quel punto non è più necessario conoscere qualcuno. Basta sapere da quale parte della frase lo abbiamo sistemato.
Ed è proprio questo che continuo a ricordare di quella mattina.
Non una fanatica.
Una donna che conoscevo, che entrava normalmente in casa nostra, che non mi aveva mai dato motivo di considerarla estremista.
E che davanti alle immagini di persone precipitate dalle Torri Gemelle disse semplicemente:
“Hanno fatto bene.”
Forse la ferita più inquietante lasciata dall’11 settembre non è soltanto avere scoperto fin dove possa arrivare il fanatismo.
È avere scoperto quanto possa sembrare normale un attimo prima.
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