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La crisi della BBC e il futuro dell’informazione

La crisi della BBC non riguarda soltanto il futuro di un’emittente pubblica, ma la sostenibilità del giornalismo nell’era digitale. Tra il declino del canone, la riduzione delle redazioni, la concorrenza delle piattaforme e la crescente circolazione di contenuti non verificati, il problema diventa capire chi possa

La crisi della BBC e il futuro dell’informazione
Alessandra LibuttiAlessandra Libutti26/09/2026Aggiornato 17/10/20268 min lettura1.544 parole

In una competizione che premia la velocità, la controversia e la carica emotiva a scapito della ricerca, della verifica e del contesto, il giornalismo fatica: richiede costi, tempo e risorse che il nuovo ambiente digitale tende a penalizzare.

Nel caso della BBC la situazione è ancora più complessa. Nata nel 1927, prima come radio, poi come televisione, l’emittente pubblica britannica non ha pubblicità e ha costruito il proprio modello su un sistema indipendente dalle dinamiche di mercato e dalla rincorsa allo share. Questo ha permesso di privilegiare la qualità e l’interesse pubblico rispetto alla commercializzazione del prodotto, mantenendo un’offerta di informazione, cultura, documentari e approfondimento anche quando non garantiva il massimo dell’audience.

Il caso Channel 4, TV pubblica commerciale

Al contrario, l’altro canale pubblico britannico, Channel 4, una TV che dipende largamente dagli introiti pubblicitari, con l’aumento della concorrenza televisiva, ha dovuto confrontarsi con il mercato. Nei primi anni Duemila, la ricerca dell’audience ha portato all’abbandono della sua vocazione culturale e all’introduzione massiccia di reality show. Channel 4 passò così dall’essere uno dei canali britannici più innovativi e sofisticati, a divenire il tempio del Grande Fratello e simili.

Channel 4 è un monito su quanto avviene quando è il mercato a guidare le scelte editoriali. L’idea iniziale era trovare formati competitivi capaci di preservare una vocazione culturale anche dentro la competizione commerciale. Ma la storia ha mostrato quanto sia difficile: l’audience tende a premiare l’intrattenimento e un’emittente costretta a inseguirla finisce per abbassare l’asticella. È anche per questo che la BBC ha mantenuto per decenni la barra dritta, sottraendo le proprie scelte editoriali alla logica della massimizzazione dell’audience.

Non è solo una crisi della BBC

Il finanziamento della BBC deriva dal licence fee, il canone, mentre una parte dei ricavi proviene dalla vendita dei contenuti prodotti dalla BBC, concessi in licenza o distribuiti sui mercati esteri attraverso BBC Studios, i cui profitti contribuiscono a sostenere il servizio pubblico. Nel 2024/25 la licence fee ha generato £3,8 miliardi, mentre le vendite hanno prodotto £2,2 miliardi. Si tratta di un incremento rispetto agli anni precedenti ma non in termini reali.

Tra il 2016/17 e il 2024/25 il licence fee ha perso circa il 24% di valore reale, a causa del congelamento biennale della tariffa, dell’inflazione sui costi di produzione e del calo del numero di famiglie che pagano la licenza. Questo divario crescente tra costi e entrate ha eroso le riserve di cassa del servizio pubblico e ha costretto la direzione a varare un piano di risparmi da £500 milioni in due-tre anni, con la chiusura di fino a 2.000 posti di lavoro, riduzioni di commissioning e tagli a programmi e redazioni locali. I ricavi commerciali record di BBC Studios aiutano, ma non compensano la compressione del canone né l’aumento dei costi, lasciando la BBC esposta a quello che i sindacati definiscono un rischio di “spirale discendente”: meno risorse, meno offerta e qualità percepita, minore propensione a pagare il canone, ulteriore pressione sul bilancio.

La fine del vecchio sistema dell’informazione

Ma la crisi della BBC non è legata strettamente alla sua natura non commerciale. È solo uno dei modelli esposti alla trasformazione dei media. Anche gruppi pienamente commerciali come Paramount Global e Warner Bros. Discovery e lo stesso Channel 4 hanno registrato perdite, svalutazioni di asset e tagli massicci di personale, dimostrando che il problema non è il modello di finanziamento in sé, ma la trasformazione dell’ambiente mediatico.

Oggi le notizie vengono prevalentemente consumate all’interno di un sistema ibrido, nel quale testate giornalistiche, influencer, politici, attivisti, account anonimi e bot compaiono nello stesso feed.

Tradizionalmente, la credibilità del giornalismo era rafforzata dal suo status istituzionale. Questo non rendeva le testate infallibili o prive di bias, ma offriva al pubblico punti di riferimento. Oggi un’inchiesta giornalistica può apparire accanto al commento di un influencer o a un video generato dall’intelligenza artificiale. Compete tanto con notizie vere quanto false, rendendo sempre più difficile distinguere tra fatti e opinioni.

Da qui, la crisi tanto del giornalismo quanto dell’informazione in senso lato: la verifica richiede tempo, mentre un’affermazione non verificata può circolare istantaneamente. Un’inchiesta richiede giornalisti, documenti, viaggi, fonti, avvocati e mesi di lavoro; una narrazione sensazionale può essere prodotta quasi a costo zero. Il giornalismo professionale si trova così a competere con forme di comunicazione che non hanno gli stessi costi, le stesse regole e le stesse responsabilità.

La crisi riguarda l’intero sistema dei media. Il pubblico guarda meno la televisione, legge meno i giornali cartacei e si è spostato verso un’informazione consumata online. Qui, il vecchio modello economico si è spezzato: gran parte della pubblicità digitale è stata intercettata dalle piattaforme, mentre i ricavi rimasti non sono sufficienti a sostenere le grandi redazioni strutturate. Il risultato è una riduzione del personale, delle corrispondenze e della capacità di verificare ciò che viene pubblicato.

Chi finanzierà il giornalismo?

La domanda va oltre la sopravvivenza del modello economico della BBC. Riguarda la possibilità di sostenere economicamente il giornalismo di cui una democrazia ha bisogno: quello che verifica, indaga, ricostruisce e rende pubbliche informazioni che altrimenti non emergerebbero. Se il mercato premia soprattutto ciò che cattura immediatamente l’attenzione, chi finanzierà il lavoro che richiede mesi per produrre una notizia?

Non si tratta quindi tanto di difendere posti di lavoro, quanto di domandarci cosa accade a una società quando si indebolisce la struttura che produce informazione verificata. I media sono la finestra attraverso cui i cittadini percepiscono la realtà e, attraverso quella percezione, prendono decisioni. Se quella finestra viene sostituita da un ambiente nel quale fatti verificati, opinioni, propaganda e fake competono alle stesse condizioni, non cambia soltanto il modo in cui consumiamo le notizie ma la realtà condivisa da cui dipende la democrazia.

Il giornalismo che il mercato non può sostituire

È vero che il nuovo ambiente ha favorito modelli editoriali più leggeri e meno costosi, capaci anche di produrre buona informazione e analisi – e noi di InOltre ci vantiamo di averlo fatto. Ma questi modelli non possono sostituire, per potenzialità, le grandi redazioni e le emittenti televisive. Una piccola testata con una struttura minima non può mandare un corrispondente dall’altra parte del mondo, difficilmente può sostenere le spese legali necessarie per pubblicare un’inchiesta delicata e non può permettersi di impiegare uno o due anni per un lavoro che potrebbe essere letto da poche centinaia di persone.

Si sono moltiplicati freelancer, ricercatori indipendenti, newsletter, piccoli gruppi di giornalisti e organizzazioni specializzate che spesso colmano vuoti lasciati dalle grandi redazioni, producendo inchieste, analisi e approfondimenti che altrimenti non verrebbero realizzati. Ma anche per loro i margini economici sono minimi: lavorano con strutture ridotte, finanziamenti incerti e spesso senza le risorse necessarie per sostenere nel tempo le attività più costose del giornalismo. A questo si aggiunge la difficoltà di raggiungere il pubblico: senza la capacità distributiva delle grandi testate, anche un lavoro di qualità rischia di rimanere confinato a un pubblico ristretto, mentre la maggior parte dell’attenzione viene intercettata da influencer e creator, più favoriti dalle logiche di distribuzione delle piattaforme. Il problema, quindi, non è soltanto la qualità di ciò che viene prodotto, ma la capacità economica di sostenerlo, la possibilità di raggiungere il pubblico e di farlo con continuità.

Dalla verifica alla visibilità

Nelle grandi testate, inoltre, la riduzione del personale sta modificando anche il modo in cui le notizie vengono prodotte. Diminuiscono le fonti primarie, mentre aumenta il ricorso a fonti secondarie e a ciò che è già circolato altrove. Un tempo le notizie nascevano nelle redazioni e venivano poi riprese dalla rete; oggi, nella corsa alla velocità, sempre più spesso accade il contrario. Una notizia compare online, viene rilanciata, acquista visibilità e finisce per essere ripresa dai media tradizionali. Il rischio è che la riduzione delle strutture giornalistiche non produca soltanto meno giornalismo, ma cambi la direzione stessa del flusso dell’informazione: dalla verifica alla visibilità, dalla fonte primaria alla fonte già circolata, dal giornalista che scopre una notizia al giornalista che la rincorre.

È anche così che testate con una storia e una struttura come la stessa BBC o il New York Times possono cadere nei tranelli della rete e pubblicare informazioni false. Quando il giornalismo professionale comincia a dipendere dalle stesse dinamiche di velocità, visibilità e rilancio che governano i social media, rischia di perdere proprio ciò che dovrebbe distinguerlo: la capacità di fermarsi, verificare e assumersi la responsabilità di ciò che pubblica.

Un sistema a due livelli

La maggiore accountability riservata ai media tradizionali produce un sistema a due livelli. Da una parte, alle testate viene chiesto di verificare, correggere, documentare le proprie fonti e rispondere degli errori; dall’altra, competono per la stessa attenzione con soggetti che non sono sottoposti alle medesime aspettative e possono pubblicare immediatamente ciò che una redazione dovrebbe invece verificare. È giusto pretendere più responsabilità dal giornalismo professionale. Ma allora la domanda diventa: come può competere un sistema che richiede verifica, tempo e responsabilità – cose che richiedono ampie redazioni e alti costi – con un ambiente che premia economicamente il contrario? Non può e il prezzo non lo pagano solo le testate e le emittenti ma l’informazione stessa.

È questa la questione che la crisi della BBC porta in primo piano: come continuare a finanziare il giornalismo quando il suo valore democratico non coincide più con il suo valore commerciale?

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