Economia, energia e globalizzazione

La crisi energetica e il conto salato dell’immobilismo europeo

Le iniziative volontarie delle compagnie energetiche rischiano di essere soltanto cure palliative. Mentre la crisi nel Golfo rende incerti prezzi e forniture, l’Europa resta divisa sul bilancio, oscilla sul Green Deal e non affronta con sufficiente rapidità la propria dipendenza dagli idrocarburi. Per l’Italia, veti e

La crisi energetica e il conto salato dell’immobilismo europeo
Valerio SaleValerio Sale03/10/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura880 parole

La disponibilità delle compagnie energetiche si è allargata, con formule di sconto diverse, in diversi Paesi europei (Francia, Spagna, Portogallo, Svezia, Austria), ma è limitata nel tempo. C’è un punto di osservazione europeo della crisi con vista sull’Italia che riporta la discussione di un’eventuale tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, per cui le stesse hanno lanciato iniziative probabilmente mirate a mostrare una buona volontà nella condivisione dei costi della crisi energetica e a scongiurare una tassazione straordinaria. Ma dietro la schiera esultante dei promotori della moral suasion si nasconde la cruda realtà delle cure palliative per i cittadini.

Osservando il calendario della crisi, due sono le scadenze attese: il livello degli stoccaggi e la fine del conflitto che coinvolge Hormuz e Bab el-Mandeb. Mentre la prima è definita, la seconda è imprevedibile. Se tutto continua così, la maggior parte degli analisti petroliferi fissa a fine ottobre o a metà novembre l’esaurimento del rilascio straordinario di 400 milioni di barili da parte del club dei Paesi ricchi riuniti nell’Agenzia internazionale dell’energia.

A questo si aggiunge la richiesta di Trump, condita dalle usuali minacce, a Francia e Germania per il rilascio delle riserve strategiche di diesel (120 milioni di barili), allo scopo di calmierarne il prezzo. Per la cronaca, l’Europa importa quasi il 50% del GNL (gas naturale liquefatto) dagli USA.

Quanto alle mosse dell’amministrazione americana per risolvere la crisi con l’Iran, è difficile pensare che Trump possa arrivare alle elezioni di midterm in una situazione di stallo. Le navi da guerra in rotta verso il Golfo segnalano un movimento, ma non un’azione. Per cui è altrettanto difficile prevedere i termini di una soluzione, né tantomeno la natura di un eventuale accordo. L’unico dato concreto per misurare la situazione nella regione lo fornisce JPMorgan, che ha calcolato un calo del 40 per cento dell’export di prodotti raffinati dal Golfo.

Nel regno dell’incertezza, i governi europei guadagnano tempo, scelta utile se il tempo verrà impiegato nel modo giusto. Ma nell’era del populismo, invece di spiegare la situazione agli elettori e prendere di conseguenza le misure adatte, si coltiva in loro l’illusione che si possa continuare a bruciare petrolio come e più di prima.

Ecco che l’orizzonte temporale, che dovrebbe essere osservato a medio e lungo termine, si riduce alla brevità delle scadenze elettorali. E qui il problema è dell’intera Unione europea. Perché, per ridurre la dipendenza energetica europea, la cruda realtà ci dimostra che l’unica strada percorribile nel medio periodo è quella di accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e le misure di efficienza energetica. Ma la priorità a breve termine porta nella direzione di ridurre il fabbisogno di petrolio.

E che strada prende l’Unione europea? Nel bel mezzo della crisi, c’è da varare entro l’anno il nuovo bilancio pluriennale dell’Unione (MFF) per il settennato 2028-2034. Da Bruxelles giungono segnali di divergenze tra i 27 che finora si sono rivelate insanabili, per cui il bilancio potrebbe non essere approvato nei termini. Non sarebbe la prima volta, ma la congiuntura richiederebbe ben altro atteggiamento.

A partire dalle decisioni in campo energetico, dove ritorna la questione del gas russo, a dispetto delle evidenze che l’analisi di Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore descrive in buon ordine: “Se è vero, come sembra ogni giorno più vero, che la Russia di Vladimir Putin intende giocarsi l’Europa contro l’Ucraina, dividere con tutti i mezzi la prima per sbaragliare in guerra la seconda mettendo entrambe nel sacco con una sola mossa, sarebbe logico aspettarsi un’Europa pronta a smentirlo con la forza dei fatti, a contrastare il suo gioco sfoggiando unità, rapidità decisionale e convincente credibilità politica”.

Per completare il quadro, se alla minaccia di Putin si aggiungono la progressiva smobilitazione degli USA dalla NATO e l’assalto commerciale al mercato UE in corso da parte della Cina di Xi Jinping, l’urgenza di una risposta compatta per un piano strategico del fabbisogno energetico europeo è diventata una questione esistenziale.

Nel frattempo, se nulla cambierà nel Golfo, l’energia da idrocarburi è destinata presto a diventare più scarsa e il suo prezzo più alto. Non sarà sufficiente neppure il calo del prezzo del petrolio, ma occorrerà rimettere mano all’infrastruttura di raffinazione europea, con il conseguente impiego di tempi lunghi.

A Bruxelles si osservano posizioni altalenanti sul Green Deal, iperburocrazia e semplificazioni con il contagocce che frenano la competitività dell’industria europea. La vista sull’Italia mostra una condizione ancora più difficile. Per svolgere iter autorizzativi e ottenere concessioni per gli impianti rinnovabili nel Belpaese, si entra in un territorio frammentato da una rete di veti tribali e di spartizioni improduttive che allontanano gli investitori. La recente apertura al nucleare rappresenta una soluzione concreta, ma rientra in un’azione strategica di lungo periodo.

Siamo nel mezzo di un guado, in condizioni politiche critiche a causa di scadenze elettorali che minano la tenuta dell’unità europea. A Bruxelles tutti divisi sul bilancio; in Italia, deficit e debito mascherati da “flessibilità” e “maggiore autonomia” per spostare il problema in avanti, magari di una generazione o due.

Al centro rimane l’energia, quale fabbisogno vitale per l’intero continente, ma si cerca di mantenere lo status quo con elevati consumi di fonti fossili, anche quando la politica economica avrebbe il dovere di ridurli senza danneggiare l’economia.

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