Israele

La critica cinematografica contro Israele. Il precedente di “Exodus”

L’accoglienza di “NAZA” e le polemiche su “Fauda” richiamano un precedente: “Exodus”, il kolossal di Otto Preminger, tra successo di pubblico e riserve della critica italiana. Le recensioni dell’epoca alternavano elogi e accuse di trascurare le ragioni arabe. Negli Stati Uniti, invece, il film fu attaccato

La critica cinematografica contro Israele. Il precedente di “Exodus”
Nathan GreppiNathan Greppi06/10/2026Aggiornato 17/10/20265 min lettura934 parole

Un fenomeno che non si può fare a meno di notare per quel che concerne la ricezione di “NAZA” in Italia è l’appoggio quasi totalmente acritico da parte della critica di settore. Un appoggio che va di pari passo con il silenzio, se non con l’ostilità, che ha accompagnato l’ultima stagione di “Fauda”, nonostante il successo di pubblico riscosso anche nel mondo arabo (è stata la serie più vista su Netflix in Libano, oltre ad arrivare nella top ten in Qatar, Marocco e altri paesi arabi).

L’astio dei critici cinematografici (italiani e non) nei confronti d’Israele non nasce il 7 ottobre 2023, ma possiede radici ben più profonde: già nel 1960, quando uscì nelle sale il kolossal americano “Exodus”, al successo commerciale e di pubblico fece da contraltare un’accoglienza assai tiepida da parte degli addetti ai lavori.

Il film

Diretto da Otto Preminger e tratto dall’omonimo romanzo di Leon Uris, ambientato nel 1947, il film racconta le vicende di Ari Ben Canaan (interpretato da Paul Newman), un membro del movimento sionista Haganah che cerca di far fuggire da Cipro 611 profughi ebrei che vogliono emigrare clandestinamente nella Palestina del Mandato britannico, mentre gli inglesi cercano in ogni modo di bloccarli.

Una volta arrivati, emergono le crescenti tensioni tra ebrei e arabi, destinate a esplodere con l’indipendenza del nuovo Stato. Così come vengono raccontate le condizioni di vita dei pionieri sionisti nei kibbutz, o gli attacchi contro le truppe inglesi da parte di organizzazioni sioniste più radicali come l’Irgun e la Banda Stern.

Il film si conclude con un invito alla pace e alla convivenza: dopo che vengono ritrovati i corpi di Karen, giovane emigrata ebrea danese uccisa in un agguato delle milizie arabe, e di Taha, un proprietario terriero arabo amico degli ebrei e per questo bollato come traditore e assassinato dai suoi, vengono sepolti insieme.

Sui loro corpi, Ari giura che un giorno arabi ed ebrei condivideranno la stessa terra non solo nella morte, ma anche nella vita.

Critica contenuta

Una volta uscito in Italia, “Exodus” venne accolto con freddezza e disappunto da buona parte dei critici cinematografici, che lo hanno accusato di trascurare le ragioni degli arabi palestinesi.

Paolo Mereghetti, che sul suo “Dizionario dei Film” gli diede 3 stelle su 4, ne parlò così: “Ispirato dal romanzo di Leon Uris e sceneggiato da Dalton Trumbo, il film racconta la nascita dello stato di Israele e la dura lotta dei primi pionieri, riuscendo a fondere perfettamente intensità drammatica del racconto e obblighi storico-didattici. Abile e credibile nel descrivere i complessi punti di vista di ebrei e inglesi, il film è invece piuttosto reticente sulle ragioni degli arabi”.

Di un simile avviso anche il critico Morando Morandini, che sul suo dizionario dei film gli ha dato anch’egli tre stelle, dichiarando che le intenzioni di Preminger “sono didascalico-oratorie più che epico-avventurose, ma si deve rimproverare, nell’analisi delle varie posizioni umane e politiche esistenti in Israele, di aver omesso le ragioni dei palestinesi non moderati”.

Critica aspra

Un giudizio ben più duro fu quello espresso da Pietro Bianchi sul quotidiano “Il Giorno”, il 15 settembre 1961: “In questo troppo diffuso e caotico “Exodus”, Preminger ci ha deluso […] Preminger è uno che conosce a fondo il mestier suo. Ci sono perciò in Exodus pagine forti e vivaci.

Ma sono sempre scene di guerra e di sangue. Meno felice è quando vuole penetrare nelle anime e mostrarci gli aspetti contraddittori di una disperata condizione spirituale”.

Simili giudizi sono stati espressi anche da Arturo Lanocita sul “Corriere della Sera”, il 16 settembre dello stesso anno: “Difficile la ricerca dell’obiettività. La cronaca di ieri non è ancora storia, non si può raccontarla serenamente. Lo spirito nazionalistico crea una sorta di manicheismo, sono buoni quelli che ci amano e cattivi quelli che non ci amano.

L’idea che anche gli arabi in Palestina avessero solide ragioni non sfiora gli autori del film. A parte ciò, “Exodus” è pieno di episodi intrusi, di personaggi non essenziali, di affermazioni perentorie”.

Giudizi positivi

Nonostante ciò, non mancarono anche le recensioni positive sulla stampa italiana: sul quotidiano “L’Avanti!”, il 15 settembre Corrado Terzi disse che “Exodus” era “un film spettacolare […] e tuttavia una vistosa eccezione che non loderemo mai per questo abbastanza, come a suo tempo lodammo “Spartacus” di Kubrick. Ai pregi del racconto, il regista ha aggiunto la sua mano decisa nella direzione degli attori che, tutti, meritano la citazione”.

Positivo fu anche il giudizio espresso da Leo Pestelli su “La Stampa” il 29 settembre: “Anche dove “Exodus” tradisce una più o meno abile mistura d’ingredienti, vi si sente una nobiltà di cucina, un mestiere eccellente nel far muovere le masse, nella cura degli esterni e dei colori, nella condotta dei moltissimi interpreti”.

Il paradosso

Sebbene oggi film e serie TV che provano a mostrare le ragioni d’Israele vengano superficialmente bollati come “di destra” o “filo-Netanyahu” (quest’ultima etichetta è stata appiccicata a “Fauda” dalla giornalista Francesca Mannocchi), per ironia della sorte “Exodus” venne contestato negli Stati Uniti per ragioni diametralmente opposte.

Lo sceneggiatore, Dalton Trumbo, in precedenza era stato per anni bandito da Hollywood poiché accusato di simpatie comuniste ai tempi del maccartismo. Come riportato su “Il Giorno” il 5 luglio 1960, quando Preminger annunciò che sarebbe stato Trumbo a scrivere la sceneggiatura del film, i due vennero attaccati duramente dalla stampa conservatrice americana, tanto che dovettero fare finta di aver rotto il contratto per calmare le acque.

Questo dimostra che in certi ambienti ogni scusa è buona per attaccare coloro che sostengono Israele: marchiati come filocomunisti ai tempi di McCarthy e come filo-Netanyahu ai tempi del woke. Cambiano le epoche e i termini, ma la sostanza è sempre la stessa.

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