Politica globale e sistemi di potere
La diplomazia della minaccia. Come Trump ha trasformato il mondo in una mappa di bersagli
Dall’Iran al Venezuela, dallo Yemen all’Oman: durante la seconda presidenza Trump, la forza militare e la minaccia del suo impiego sono diventate strumenti ricorrenti della politica estera americana. Il problema è capire dove finisca la pressione e dove cominci davvero la guerra. C’è un numero che



Dall’Iran al Venezuela, dallo Yemen all’Oman: durante la seconda presidenza Trump, la forza militare e la minaccia del suo impiego sono diventate strumenti ricorrenti della politica estera americana. Il problema è capire dove finisca la pressione e dove cominci davvero la guerra.
C’è un numero che racconta meglio di molte dichiarazioni la trasformazione della politica estera americana sotto Donald Trump: quattordici. Tanti sono i Paesi e territori che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha minacciato di attaccare, nei confronti dei quali ha lasciato esplicitamente aperta la possibilità di un’azione militare oppure ha colpito direttamente nel corso delle sue due presidenze.
La lista attraversa continenti, regimi politici e situazioni strategiche completamente differenti. Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen sono stati raggiunti da azioni militari americane durante il secondo mandato.
Canada, Colombia, Cuba, Groenlandia, Messico, Panama e Oman sono invece entrati, con modalità differenti, nel territorio della minaccia o della possibilità di un intervento.
Al di là dei numeri, ciò che colpisce è il metodo. Trump utilizza la minaccia militare come strumento di negoziazione, deterrenza, pressione economica e comunicazione politica.
Spesso lascia deliberatamente indistinto il confine tra un ultimatum reale, una leva negoziale e una sparata utile a speculare in Borsa.
L’Iran è il centro della nuova geografia della forza
Il caso più importante è naturalmente l’Iran. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele avviano una campagna militare contro la Repubblica islamica, trasformando in guerra aperta una crisi che dura da decenni.
La crisi ruota attorno al programma nucleare iraniano e alla capacità missilistica di Teheran, ma soprattutto alle continue minacce di annientamento rivolte a Israele.
L’Iran occupa una posizione geografica eccezionale: oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati tra Caucaso, Asia centrale, Iraq e Golfo Persico.
A sud, Iran e Oman presidiano le due sponde dello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui, prima della guerra, transitava circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas.
La guerra dimostra così che colpire l’Iran significa intervenire sull’intero sistema energetico mondiale. Quando Teheran minaccia di trasformare Hormuz in un fronte offensivo, il conflitto assume immediatamente una dimensione globale.
Il 17 agosto Trump torna a chiedere la resa iraniana e dichiara fallito il memorandum di giugno, che avrebbe dovuto aprire la strada a una soluzione negoziata.
Iraq, Siria, Yemen: la guerra come rete regionale
La seconda mappa è quella del Medio Oriente allargato. L’Iraq rimane legato alla presenza americana e al contrasto alle milizie filoiraniane.
La Siria è da anni teatro di operazioni contro gruppi jihadisti e di una competizione che coinvolge Iran, Russia, Israele e Turchia.
Lo Yemen rappresenta invece uno dei punti più delicati della strategia regionale: gli Houthi, sostenuti da Teheran, minacciano le rotte del Mar Rosso e sono tornati a colpire obiettivi legati all’Arabia Saudita.
Nigeria e Somalia appartengono a una geografia differente. Qui la presenza militare americana si inserisce soprattutto nella lotta contro le organizzazioni jihadiste e nella tutela della sicurezza dell’Africa occidentale e del Corno d’Africa.
Il risultato è una politica estera che non concentra più l’impiego della forza su un unico teatro. La potenza militare americana viene utilizzata lungo archi strategici molto lontani tra loro.
Anche il Venezuela entra nella mappa. In America Latina, la seconda amministrazione Trump lega sicurezza, narcotraffico e pressione sui governi considerati ostili.
Le operazioni marittime contro presunte imbarcazioni del narcotraffico hanno già provocato oltre 200 morti, secondo l’Associated Press, mentre Washington amplia la cooperazione militare con Paesi come la Colombia.
È qui che la dottrina assume una dimensione diversa dal tradizionale interventismo americano. La forza viene utilizzata non soltanto contro Stati che rappresentano una minaccia militare diretta, ma anche contro nazioni interessate da fenomeni transnazionali.
Questi ultimi vengono definiti dalla Casa Bianca come minacce alla sicurezza nazionale e, quindi, come possibili giustificazioni per un’azione militare.
Canada, Groenlandia, Messico, Panama: quando la minaccia diventa diplomazia
Ancora più significativo è il gruppo dei Paesi non colpiti militarmente. Canada, Messico, Panama, Colombia, Cuba, Groenlandia e Oman entrano nel lessico di Trump attraverso minacce, ipotesi d’intervento o pressioni di natura militare ed economica.
Anche in questo caso la geografia torna protagonista. Il Canada e la Groenlandia appartengono allo spazio nordamericano e artico che Trump considera strategico per le risorse naturali, le rotte polari e la competizione con Russia e Cina.
Panama controlla invece il canale che collega Atlantico e Pacifico, un’infrastruttura essenziale per il commercio mondiale. Il Messico è centrale nella politica americana contro il narcotraffico e nella gestione dell’immigrazione.
La minaccia diventa così una forma di diplomazia coercitiva. L’obiettivo non è necessariamente combattere, ma convincere l’altra parte che il costo del rifiuto potrebbe essere elevato.
È proprio qui che emerge l’aspetto più interessante della strategia trumpiana. Le minacce non vengono quasi mai seguite dalle azioni annunciate.
Nel corso della guerra con l’Iran, Trump formula più volte ultimatum estremamente precisi e potenzialmente micidiali, salvo poi rinunciare a colpire o modificare le condizioni richieste, sostenendo che siano emersi segnali di progresso.
Annuncia l’avvio di trattative sollecitate dall’avversario oppure sostiene che quest’ultimo lo abbia pregato di sospendere l’attacco per discutere. Poco dopo, in modo sistematico, è l’avversario stesso a smentire qualsiasi contatto e a farsi beffe del fanfarone.
L’Oman è l’esempio più recente e forse più paradossale. Muscat è un alleato americano, ma mantiene contemporaneamente rapporti con Teheran e cerca di mediare sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.
Il 17 agosto, a poche ore dalla scadenza del surreale memorandum più o meno seriamente condiviso con l’Iran, Trump minaccia di bombardare l’Oman qualora ostacoli gli obiettivi americani.
La forza come bluff: fin dove può arrivare Trump?
Il futuro dipende da una domanda semplice solo in apparenza: quanto è credibile una minaccia ripetuta molte volte?
Se ogni ultimatum produce una trattativa, la minaccia diventa uno strumento di pressione. Se invece viene ignorata senza conseguenze, perde qualsiasi valore deterrente.
Il problema è particolarmente evidente nel caso iraniano. Washington deve contemporaneamente impedire a Teheran di acquisire capacità nucleari strategiche, mantenere aperto Hormuz e trovare una via d’uscita — non troppo umiliante — dalla guerra.
E deve farlo prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Gli scenari sono tre. Il primo è una nuova trattativa, nella quale la pressione americana serva a ottenere un accordo sul nucleare e sulla navigazione nello Stretto.
Il secondo è una lunga guerra a bassa intensità, fatta di bombardamenti, sanzioni, attacchi indiretti e crisi intermittenti. Il terzo è l’allargamento del conflitto, soprattutto se Hormuz rimarrà chiuso e altri Paesi del Golfo verranno coinvolti.
La vera scommessa di Trump è dunque quella di poter usare la minaccia della forza senza doverla trasformare ogni volta in forza reale. Finora il metodo ha prodotto risultati alterni.
Ma più si allunga la lista dei Paesi minacciati, più diventa difficile distinguere il bluff dalla dottrina strategica.
E quando la distinzione scompare, anche una minaccia pronunciata per ottenere un accordo — o una semplice fanfaronata elettorale — può diventare l’inizio di una guerra.
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