Politica globale e sistemi di potere

La diplomazia parallela di John Ratcliffe, l’uomo ombra di Trump

John Ratcliffe non è soltanto il direttore della CIA, ma il canale riservato con cui Trump tratta nei dossier più delicati, da Caracas a Mosca. Una diplomazia parallela, negabile e priva di vincoli formali, che garantisce flessibilità al presidente ma, quando il mandato è ambiguo, rischia

Donatello D'AndreaDonatello D'Andrea30/08/2026Aggiornato 08/09/20268 min lettura1.750 parole
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John Ratcliffe non è soltanto il direttore della CIA, ma il canale riservato con cui Trump tratta nei dossier più delicati, da Caracas a Mosca. Una diplomazia parallela, negabile e priva di vincoli formali, che garantisce flessibilità al presidente ma, quando il mandato è ambiguo, rischia di rafforzare soprattutto l’interlocutore.


Il 25 agosto 2026, un C-17 Globemaster dell’aeronautica americana decolla da Joint Base Andrews, nel Maryland, sorvola l’Atlantico e l’Europa orientale e atterra all’aeroporto Vnukovo di Mosca.

A bordo c’è il direttore della CIA John Ratcliffe, che trascorre circa otto ore e mezza nella capitale russa per poi ripartire. Né la CIA né il Dipartimento della Difesa né la Casa Bianca confermano o smentiscono.

Peskov, portavoce del Cremlino, ammette che ci sono stati “contatti attraverso i canali dei servizi segreti” e li definisce “un fenomeno positivo”.

Non è la prima volta che Ratcliffe si muove così. Dodici giorni dopo l’arresto di Nicolás Maduro, a gennaio 2026, Trump lo aveva mandato a Caracas a incontrare la vicepresidente ad interim Delcy Rodríguez per avanzare gli interessi americani con la nuova leadership venezuelana.

A maggio era volato a Cuba per portare messaggi strategici da Washington all’Avana.

Tre mosse, tre latitudini diverse, lo stesso schema: nessun ambasciatore, nessun inviato speciale, nessun sottosegretario di Stato. L’uomo che si muove è il capo della CIA.

Questo è il fenomeno che vale la pena analizzare: non la singola visita a Mosca, ma il pattern che emerge da Caracas, Cuba e Mosca insieme.

Chi è John Ratcliffe

Nato nel 1965 in Texas, Ratcliffe è un ex procuratore federale che nel 2014 viene eletto alla Camera dei rappresentanti per il quarto distretto del Texas, incarico che mantiene fino al 2020.

La sua ascesa nell’orbita di Trump non passa per l’intelligence ma per la politica: la sua visibilità cresce nel 2019, quando si afferma come uno dei difensori più ardenti di Trump durante il primo procedimento di impeachment alla Camera.

È questa fedeltà che gli vale la prima nomina importante. Nel luglio 2019 Trump annuncia l’intenzione di nominarlo direttore dell’intelligence nazionale, ma la nomina viene ritirata cinque giorni dopo, quando alcuni senatori sollevano dubbi sulla sua esperienza.

Trump non desiste: nel 2020 lo nomina di nuovo e stavolta il Senato a maggioranza repubblicana lo conferma.

Come direttore dell’intelligence nazionale nell’ultimo anno del primo mandato, Ratcliffe si segnala per scelte controverse. Viene criticato dai democratici per aver desecretato, nei giorni finali della campagna presidenziale del 2020, intelligence russa che conteneva informazioni potenzialmente dannose per i democratici, pur ammettendo che potrebbe non essere vera.

Quando Trump vince le elezioni del 2024, Ratcliffe è tra i primissimi nomi annunciati per il secondo mandato.

Il 23 gennaio 2025 viene confermato come venticinquesimo direttore della CIA con un voto di 74 a 25, diventando la prima persona nella storia americana a ricoprire sia il ruolo di direttore della CIA sia quello di direttore dell’intelligence nazionale.

Trump lo descrive come «un guerriero della verità e dell’onestà». La CIA lo descrive come qualcuno che ha promesso un’agenzia più aggressiva e ha mantenuto rapidamente la promessa.

Come funziona l’uomo ombra

Il modello che emerge dall’analisi delle tre missioni di Ratcliffe – Caracas a gennaio, Cuba a maggio, Mosca ad agosto – ha una logica interna precisa che vale la pena formalizzare.

Il direttore della CIA si muove quando i canali diplomatici ordinari sono bloccati, inadeguati o politicamente impossibili.

Con il Venezuela, dopo il blitz della Delta Force che ha prelevato Maduro, non esiste ancora una cornice diplomatica: non c’è un governo riconosciuto, non ci sono relazioni formali ripristinate, non c’è un ambasciatore.

Mandare Ratcliffe significa comunicare senza dover formalizzare nulla: è un canale che può essere negato, ridimensionato, riqualificato a piacimento.

Con Cuba, la questione è simile: le relazioni diplomatiche esistono formalmente, ma il livello politico è inaccessibile per ragioni di immagine interna americana.

Con la Russia, il problema è ancora più acuto: i negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina hanno subito uno stallo e le relazioni sono in quella che Peskov chiama una “crisi profonda”.

Mandare un segretario di Stato sarebbe un segnale troppo forte. Mandare un sottosegretario sarebbe troppo debole. Mandare il direttore della CIA è qualcosa di diverso: è un contatto serio, ma negabile.

Questa è la funzione strutturale di Ratcliffe nel sistema Trump: produce effetti diplomatici reali attraverso canali che non richiedono il consenso del Congresso, non producono trattati da ratificare, non creano precedenti formali che vincolino le mosse successive.

È diplomazia che si muove nell’ombra e produce effetti alla luce.

È normale? Un confronto storico

I canali paralleli tra servizi segreti hanno una storia lunga quanto la Guerra fredda.

Il precedente più pertinente è il canale Kissinger-Dobrynin degli anni Nixon: a partire dal febbraio 1969, poche settimane dopo l’insediamento di Nixon, il consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger stabilì un canale diretto con l’ambasciatore sovietico Anatoly Dobrynin che bypassava completamente il Dipartimento di Stato.

Fu attraverso quel canale, non attraverso i diplomatici ufficiali, che si negoziò la distensione e si costruì il terreno per il summit di Mosca del 1972.

Kissinger lodava i canali riservati perché evitavano le fughe di notizie e aggiravano quella che definiva la burocrazia unresponsive del Dipartimento di Stato. I critici osservavano che quel metodo produceva risultati rapidi nel breve periodo, ma fondamenta diplomatiche fragili nel lungo.

Il modello Ratcliffe si inserisce in questa tradizione, ma con due differenze strutturali.

La prima: Kissinger era lui stesso il negoziatore politico, con una visione strategica coerente e un mandato chiaro. Ratcliffe è il direttore della CIA: il suo canale è per definizione di intelligence, non di trattativa formale, il che lo rende ancora più flessibile e ancora più negabile.

La seconda: la frequenza e la visibilità delle sue missioni sono inusuali per un direttore della CIA. Caracas, Cuba, Mosca in otto mesi è un ritmo senza precedenti diretti nella storia recente dell’agenzia.

Non è un canale supplementare che accompagna la diplomazia tradizionale: è il canale principale.

La ragione strutturale è politica prima che burocratica, ed è specificamente trumpiana.

La squadra diplomatica – con Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Steve Witkoff come inviato speciale – è già sovraesposta su più dossier simultaneamente.

Ma soprattutto, Trump preferisce canali negabili, flessibili, senza accountability formale al Congresso, senza trattati da ratificare, senza impegni che vincolino le mosse successive.

Ratcliffe è lo strumento perfetto per questa logica perché è leale prima al presidente che all’istituzione, si muove su mandato diretto e produce effetti senza lasciare tracce formali.

È la proiezione della logica dealmaker di Trump applicata alla politica estera: contatti, non accordi; pressione, non trattati; flessibilità massima, accountability minima.

La diplomazia performativa applicata all’intelligence

Applicando il framework della diplomazia performativa – la teoria secondo cui gli atti comunicativi di un attore politico non descrivono la realtà ma tentano di produrla – le tre missioni di Ratcliffe si leggono in modo più preciso.

A Caracas, il messaggio non era quello che Ratcliffe ha discusso con Rodríguez: era il fatto stesso che il capo americano della CIA fosse lì, in carne e ossa, dodici giorni dopo il blitz.

Quella presenza diceva: Washington prende sul serio la nuova leadership venezuelana e la nuova leadership venezuelana è legittimata dalla presenza del capo della CIA. È un riconoscimento implicito che non richiede dichiarazioni formali.

A Mosca, il messaggio è più complesso e per certi aspetti opposto.

Secondo il Wall Street Journal, lo scopo della visita era avvertire la Russia contro attacchi al territorio NATO. Trump ha però definito la visita semi-routine, negando esplicitamente quella lettura.

Le due versioni non si escludono: il messaggio privato può essere stato quello riportato dal WSJ, mentre la qualifica pubblica di semi-routine serve a ridurne l’impatto mediatico e a non creare aspettative di escalation.

Un atto comunicativo che dice due cose diverse a due pubblici diversi simultaneamente: esattamente la struttura della diplomazia performativa nella sua versione più sofisticata.

La visita di Ratcliffe è arrivata il giorno dopo che il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva annunciato l’“Operazione Economic Outcast”, una strategia per isolare l’Iran dal resto del mondo punendo i Paesi e le entità che continuano a fare affari con Teheran.

La Russia è un partner commerciale strategico dell’Iran. Il messaggio implicito alla Russia – «se continuate con l’Iran, pagate un prezzo» – non viene mai pronunciato esplicitamente, ma la sequenza temporale delle due mosse lo rende leggibile per chi deve leggerlo.

Il rischio strutturale: quando il canale negabile incontra un dossier ambiguo

Il modello Ratcliffe ha un limite che la visita a Mosca rende particolarmente evidente: funziona finché il mandato politico alle sue spalle è chiaro. Sul dossier ucraino, non lo è.

Trump ha cambiato posizione più volte, spingendo per un accordo di pace che salti il cessate il fuoco, mettendosi in contrasto con Kiev e con gli alleati europei.

Ha indicato in Zelensky il principale ostacolo ai negoziati, sostenendo che Putin è invece pronto a trattare.

Prima della visita di Ratcliffe, gli USA hanno chiesto all’Ucraina di sospendere i droni su Mosca per proteggere il viaggio, chiedendo a Kiev un sacrificio operativo per un canale il cui contenuto non le veniva comunicato.

Un messaggio ambiguo attraverso un canale negabile, su un dossier in cui la posizione del mittente è essa stessa ambigua, non produce flessibilità strategica: produce spazio interpretativo che l’interlocutore riempie secondo i propri interessi.

Chi ci guadagna davvero

C’è un attore che in tutta questa vicenda non perde nulla e non rischia nulla: la Russia.

Mosca accoglie Ratcliffe, dichiara i colloqui “positivi”, si dice aperta al dialogo e nel frattempo continua a bombardare l’Ucraina.

Ogni visita di questo tipo che non produce risultati concreti è per il Cremlino un risultato in sé: consente di presentarsi come interlocutore disponibile, di defilarsi dalla responsabilità diplomatica sull’Ucraina scaricandola sull’ambiguità americana e di logorare la credibilità di Washington come mediatore agli occhi di Kiev e degli europei.

Il canale dell’intelligence come sostituto della diplomazia funziona quando ha un mandato chiaro e un obiettivo definito.

Quando diventa un esercizio di contatto per il contatto, il principale beneficiario non è chi lo apre: è chi lo riceve sapendo che dall’altra parte non c’è ancora una strategia.


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