Guerra, sicurezza e difesa
La NATO si prepara a difenderci. I pacifisti confidano nella benevolenza del nemico?
La pace richiede la capacità e la volontà di difenderla. A Varsavia il generale Alexus Grynkewich ha illustrato una strategia per far fallire un’aggressione al territorio NATO, senza cercare la sconfitta strategica dell’avversario. Un richiamo alla realtà anche per il dibattito europeo: chi contesta il riarmo

Un’alleanza difensiva, per essere tale, deve essere disposta a combattere. Non così per dire. Proprio a combattere con uomini e armi. Detta così sembra un’ovvietà? Lo è, eppure buona parte del dibattito europeo sulla guerra si regge sul tentativo di aggirarla, quell’ovvietà.
Una consistente fetta di opinione pubblica vorrebbe sicurezza e protezione, ma senza armi, e deterrenza, ma senza parole che possano irritare chi potrebbe attaccarci. In pratica il cosiddetto pacifismo ritiene di affidare la nostra sicurezza alla benevolenza dei nostri nemici.
Ieri a Varsavia il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato della NATO in Europa, ha riportato il discorso sul piano della realtà, illustrando la sua “teoria della vittoria”: bloccare un attacco, smorzarne lo slancio e, se l’aggressore insiste, spezzare il sistema militare che lo sostiene. Un messaggio rivolto agli avversari dell’Alleanza, ma che farebbe bene ascoltare anche a chi nelle democrazie si balocca con l’illusione che il rosario pacifista possa vincolare anche la volontà dell’aggressore.
C’è anche il piccolo particolare che una parte di quei “partigiani della pace” auspica, senza dirlo, una vittoria dei nostri aggressori, ma di queste piccolezze ideologiche da nostalgici della guerra fredda i generali non si occupano.
Grynkewich precisa che la guerra non è imminente né inevitabile. Spiega però che un comando militare deve prepararsi a ciò che è possibile, anche quando non lo considera probabile. È il suo mestiere. Pretendere che rinunci a farlo per rassicurare l’opinione pubblica significa chiedergli di lasciarci indifesi.
La sequenza descritta dal generale mira a impedire che un’aggressione produca risultati. Fermare le unità nemiche al primo contatto; togliere loro la possibilità di avanzare; colpire rifornimenti e strutture di comando se continuano l’offensiva. Forze terrestri, aeree e navali opererebbero insieme alle capacità spaziali e cibernetiche. Armi sofisticate e sistemi economici, producibili in grandi quantità, concorrerebbero allo stesso obiettivo.
Il passaggio politicamente più importante riguarda proprio il limite di quell’obiettivo. Grynkewich esclude la necessità di infliggere all’avversario una sconfitta strategica: occorre rendere le forze attaccanti incapaci di conquistare e mantenere territorio alleato. La vittoria consiste nel far fallire l’aggressione.
È su questa distinzione che costruisce il ragionamento sull’escalation. La NATO dichiara uno scopo circoscritto e avverte che saprà rispondere se l’aggressore allargherà il conflitto. Naturalmente una dichiarazione non garantisce il controllo degli eventi. La guerra conserva margini di errore, incomprensione e imprevedibilità che nessuna superiorità tecnologica può cancellare.
Ma il rischio di escalation non scompare lasciando all’avversario la convinzione di poter attaccare con successo. Quella convinzione può diventare, al contrario, un incentivo a provarci.
Proprio su questi temi il discorso investe le nostre discussioni sul riarmo. Chi contesta una spesa militare può discuterne costi, priorità ed efficacia. Deve però spiegare come intenda impedire un’aggressione senza disporre dei mezzi per respingerla. Invocare la pace non risolve il problema operativo di chi dovrebbe difenderla.
Il generale conclude il suo discorso sottolineando la necessità che chiunque valuti di attaccarci sia costretto a concludere: “Oggi non è il giorno”. Fare in modo che lo pensi anche domani richiede armi, preparazione e determinazione. La pace ha anche questo costo. Fingere di poterlo evitare non lo rende meno necessario.
La credibilità della NATO dipenderà dalle capacità effettive e dalla volontà politica di usarle insieme. Il generale descrive un’Alleanza unita: spetta ai governi rendere fondata quella descrizione.
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