Europa e Unione Europea

La pace era una parentesi. L’Europa l’ha scambiata per la fine della Storia

La missione riservata del capo della CIA John Ratcliffe a Mosca diventa il segnale di un ordine mondiale sempre più instabile. L’Occidente, diviso tra chi sogna di fermare il tempo e chi si prepara alla resa, assiste al ritorno della forza, al declino della diplomazia e

Stefano PipernoStefano Piperno30/08/2026Aggiornato 10/09/20267 min lettura1.509 parole
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La missione riservata del capo della CIA John Ratcliffe a Mosca diventa il segnale di un ordine mondiale sempre più instabile. L’Occidente, diviso tra chi sogna di fermare il tempo e chi si prepara alla resa, assiste al ritorno della forza, al declino della diplomazia e all’indebolimento dei vincoli che finora hanno impedito una nuova catastrofe globale.


La visita inattesa compiuta a Mosca il 25 agosto dal direttore della CIA John Ratcliffe è una notizia che vale più di molti comunicati ufficiali.

«…sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione…»

Questi ultimi anni somigliano alla fiera dei sublimi versi danteschi. Questa volta, però, la dolce stagione è assente e diventa ogni giorno più difficile trovare una ragione per sperare bene.

Viviamo e ragioniamo al presente, illudendoci che ciò che ci circonda sia immutabile. È quanto è accaduto a noi italiani e, più in generale, agli europei: abbiamo scambiato per una condizione definitiva quello che era soltanto un periodo storico particolarmente favorevole.

Senza rubare il mestiere a storici e antropologi, basta guardarsi indietro per comprendere che nessuna vittoria e nessun assetto politico sono permanenti.

Le guerre possono decidere un conflitto, spostare un confine e imporre nuovi rapporti di forza, ma non eliminano per sempre le rivalità, le ambizioni e i risentimenti che le hanno generate.

Il Congresso di Vienna del 1815, dopo la tempesta napoleonica, costruì un equilibrio capace di evitare per decenni una nuova guerra generale europea.

Al contrario, la pace punitiva imposta alla Germania con il Trattato di Versailles del 1919 alimentò rancori che contribuirono a preparare la tragedia successiva.

Nemmeno gli imperi più vasti e potenti sono riusciti a sottrarsi a questa legge. Roma dominò per secoli gran parte del mondo conosciuto, ma dovette infine cedere il passo a forze più giovani.

La stessa sorte toccò, in epoche diverse, agli imperi spagnolo, ottomano e britannico. Ognuno credette, almeno per qualche tempo, che il proprio ordine coincidesse con quello naturale delle cose. La Storia si incaricò di dimostrare il contrario.

Dopo il 1945 l’Europa occidentale ha vissuto un’esperienza straordinaria. L’integrazione europea, la protezione americana, la deterrenza nucleare e il ricordo delle due guerre mondiali le hanno garantito un lungo periodo di stabilità.

Ma non si trattava della fine della Storia.

Mentre l’Europa viveva in pace, altrove si combatteva: in Corea, Vietnam, Afghanistan, Medio Oriente e Africa.

Anche le guerre nella ex Jugoslavia avrebbero dovuto ricordarci che la violenza non era scomparsa. Era soltanto rimasta fuori dal nostro orizzonte quotidiano.

Il periodo di pace – o, più esattamente, di assenza di una guerra generalizzata tra le grandi potenze – che credevamo acquisito ab aeterno si è spezzato quando nuovi protagonisti sono entrati in scena con la volontà di modificare l’ordine esistente.

La Cina contesta il primato economico e strategico degli Stati Uniti; la Russia cerca di recuperare con la forza parte dell’influenza perduta dopo il crollo dell’Unione Sovietica; l’India e molti Paesi del cosiddetto Sud globale rivendicano un ruolo corrispondente al proprio peso demografico ed economico.

A questi si aggiungono potenze regionali, movimenti religiosi e organizzazioni armate capaci di condizionare territori molto più vasti di quelli che controllano.

Alcuni dispongono di grandi masse demografiche e popolazioni giovani, altri di risorse energetiche, arsenali, tecnologia o ideologie fortemente identitarie.

Li accomuna la convinzione che il predominio occidentale stia terminando e che il futuro possa appartenere a loro.

Il mondo occidentale si sente così assediato dall’esterno e minato al proprio interno dalla convinzione di avere fallito. Alla fiducia nel progresso si sono sostituiti il timore del declino, la paura dell’impoverimento e il presagio dell’annientamento.

Anche la necessaria riflessione sulle responsabilità del colonialismo, delle guerre e dello sfruttamento si è talvolta trasformata in una condanna indiscriminata della nostra civiltà.

Riconoscere le proprie colpe è segno di maturità; convincersi di non possedere più alcun valore da difendere è una forma di resa.

Le società occidentali vedono fronteggiarsi due scuole di pensiero, entrambe pericolose quando vengono portate alle estreme conseguenze.

Da un lato vi sono i sovranisti, persuasi di potersi chiudere entro i confini nazionali e trasformare ogni Paese in una fortezza inespugnabile.

Dall’altro vi sono quanti, delusi dall’Occidente, guardano con interesse o simpatia ai suoi probabili successori, anche quando questi rappresentano concezioni della società lontane, se non opposte, dai princìpi di libertà, pluralismo e rispetto dell’individuo ai quali siamo abituati.

I primi vogliono arrestare il tempo; i secondi si preparano ad accettare come inevitabile il dominio di chi ritengono destinato a vincere.

Gli uni guardano indietro, gli altri si arrendono in anticipo. Entrambi sembrano avere smarrito un’autentica idea di futuro.

Nel frattempo la forza è tornata a essere considerata uno strumento normale della politica.

L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata nel febbraio 2022; il conflitto mediorientale esploso dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva offensiva israeliana a Gaza; la guerra civile in Sudan; gli attacchi lanciati nel febbraio 2026 da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta di Teheran sono manifestazioni diverse della stessa crisi dell’ordine internazionale.

Queste guerre non trovano soluzione né sul piano diplomatico né su quello militare. Centinaia di migliaia di morti non sono bastate a indurre i popoli coinvolti e i loro governanti a porre fine a carneficine che stanno bruciando intere generazioni.

Ogni parte continua a sperare che un nuovo attacco, un’ulteriore offensiva o un altro sacrificio possano finalmente produrre la vittoria decisiva che finora è sempre sfuggita.

Lo spazio per il dialogo si riduce. Il compromesso viene scambiato per debolezza, la trattativa per tradimento e il riconoscimento delle ragioni dell’avversario per complicità con il nemico.

Le guerre diventano così più lunghe e la pace più difficile.

A rendere ancora più ardua la ricerca di una pace o almeno di un compromesso contribuisce il venir meno dei due tradizionali punti di riferimento dell’ordine internazionale.

Gli Stati Uniti non sono più in grado di svolgere il ruolo di poliziotto del mondo: sono parte in causa nei maggiori conflitti e la loro politica ha perso continuità e credibilità.

A rendere ancora più grave questa crisi è la presenza nefasta di Donald Trump. La sua politica personale, imprevedibile e spesso contraddittoria, ha indebolito le alleanze, disorientato gli stessi alleati e trasformato la diplomazia in una successione di minacce, ultimatum e improvvisi cambiamenti di rotta.

Con Trump alla Casa Bianca, nessuno può sapere quanto valga un impegno americano e quanto a lungo sarà mantenuto.

L’ONU, paralizzata dai veti incrociati e dagli interessi delle grandi potenze, non riesce a esercitare alcuna funzione pacificatrice.

Per ragioni diverse, Stati Uniti e Nazioni Unite, anziché costituire un argine, sono diventati ulteriori fattori di turbativa in un equilibrio mondiale già profondamente instabile.

Nemmeno la deterrenza nucleare sembra esercitare lo stesso potere frenante che ebbe durante la Guerra fredda. Le potenze atomiche modernizzano i propri arsenali, mentre il progressivo indebolimento degli accordi sul controllo degli armamenti rende più precario l’equilibrio.

Si ha la sensazione che, prima o poi, qualcuno possa decidere di impiegare un’arma nucleare cosiddetta tattica.

Ma l’aggettivo non deve trarre in inganno: alcune di queste armi sono meno potenti delle grandi bombe termonucleari strategiche, ma rimangono capaci di distruggere una città e ucciderne gli abitanti.

Soprattutto, il loro impiego infrangerebbe il tabù che dal 1945 ha impedito un nuovo uso bellico dell’atomica.

Dopo il primo ordigno, nessuno potrebbe prevedere la reazione dell’avversario né impedire il passaggio dall’attacco limitato all’escalation. È questa la vera follia: credere di poter controllare il fuoco dopo averlo acceso.

Stiamo giocando con quel fuoco, più interessati a conseguire un’effimera vittoria nel presente che a costruire un futuro vivibile per l’intera umanità.

Ma anche se una fazione dovesse prevalere, non vincerebbe per sempre. Nessun vincitore lo ha mai fatto.

La Storia è a disposizione di chi voglia lasciarsi ammaestrare, ma raramente gli uomini ascoltano le sue lezioni prima di averne pagato il prezzo.

La vita di un uomo è troppo breve per poter cavalcare la Storia. Ognuno vive nel periodo in cui viene al mondo e deve misurarsi con le sue condizioni, le sue minacce e le sue possibilità.

Può cercare di comprenderlo e forse, almeno in parte, di modificarlo; non può fermarne il corso.

La Storia non ci appartiene. Siamo noi, per il breve tempo che ci è concesso, ad appartenere alla Storia.


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